16 OTTOBRE 2015
Geopolitical Weekly n.188
DI Ce.S.I. Staff

Sommario: Iran, Israele, Turchia

 

Iran  

Mercoledì 14 ottobre, il Consiglio dei Guardiani (l’organo preposto al controllo costituzionale di ogni attività legislativa in Iran) ha approvato la legge di ratifica del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul programma nucleare firmato a Vienna da Iran e gruppo P5+1 lo scorso luglio. La legge, formulata dal Parlamento iraniano il giorno precedente, vincola il rispetto degli impegni presi dall’Iran in sede negoziale all’effettiva implementazione da parte della Comunità Internazionale di specifiche clausole dell’accordo. In particolare, la legge di ratifica ha suggellato l’estraneità del dossier militare dal JCPOA e ha ribadito la centralità del sollevamento delle sanzioni per il rispetto del patto con la Comunità Internazionale. Spetterà ora al Consiglio di Sicurezza nazionale, l’organo competente per la gestione della politica di sicurezza del Paese, supervisionare l’implementazione delle disposizione pattuite a Vienna.

La scelta di sancire la liceità dell’accordo attraverso il passaggio parlamentare sembrerebbe rispondere non tanto ad un estremo tentativo di bloccare l’intesa, quanto piuttosto alla volontà da parte delle forze conservatrici, che detengono la maggioranza dei seggi all’interno dell’Assemblea legislativa, di avere voce in capitolo su un dossier che, nei prossimi anni, potrebbe rappresentare un fattore di grande cambiamento per il Paese. Benché nelle settimane precedenti alla ratifica alcuni esponenti delle formazioni politiche ultra-conservatrici avessero portato avanti una dura campagna di critica nei confronti dell’accordo, infatti, l’approvazione definitiva del JCPOA sembra ora confermare come in realtà anche gli ambienti tradizionalisti iraniani guardino con interesse ai possibili benefici, in primis economici, che l’implementazione dell’intesa sembrerebbe destinata a portare al Paese.

Israele

Nelle ultime settimane in tutto il Paese si è assistito ad una nuova ondata di attacchi perpetrati da cittadini palestinesi ai danni della popolazione israeliana. La caratteristica peculiare di questa nuova ondata di violenza consiste nell’utilizzo di armi bianche, come lame o coltelli, facilmente reperibili e in grado di eludere le imponenti misure di sicurezza adottate dal Governo israeliano a protezione dei propri cittadini.

L’epicentro delle violenze continua ad essere la città di Gerusalemme, già teatro, negli ultimi mesi, di scontri tra la popolazione palestinese e le Forze di Sicurezza israeliane nei pressi dell’area della Spianata delle Moschee. La questione relativa a una possibile modifica da parte israeliana delle modalità di accesso a questo luogo di culto ha costituito la scintilla per nuove manifestazioni violente che, in pochi giorni, hanno colpito Tel Aviv, Betlemme, Nablus, nonché alcuni territori occupati della Cisgiordania e alcune zone lungo la linea di confine con la Striscia di Gaza.

In realtà, al di là della questione della Spianata delle Moschee, i recenti eventi sono imputabili a ragioni più profonde, quale la fase di stallo del processo di pace israelo – palestinese. Infatti, dopo il fallimento dell’ultimo tentativo di tracciare una road map da parte del Segretario di Stato americano John Kerry nel 2013, non si sono registrati significativi miglioramenti nel dialogo tra palestinesi ed israeliani.

Se da parte israeliana continua a pesare l’atteggiamento intransigente del Premier Netanyahu, dettato prettamente dall’influenza delle componenti ultra-ortodosse del Governo, da parte palestinese si registra la difficoltà di presentare un soggetto politico unico e coeso al tavolo delle trattative. Inoltre, il fallimento del progetto di un governo unitario Hamas-Fatah ha determinato una fase di immobilismo politico anche sul piano interno, ulteriormente aggravato da un contesto socio-economico sempre più esasperato. Da questo punto di vista, il perdurare dell’adozione di misure politiche e di sicurezza contingenti e dal carattere contenitivo da parte del governo israeliano e l’assenza di un efficace piano di lungo periodo per cercare di risolvere le cause dell’attivismo radicale palestinese, rischiano di non essere sufficienti a scongiurare nel futuro la manifestazione di nuove violenze.

Questi fattori portano all’esasperazione le condizioni sociali ed economiche della popolazione palestinese, stretta tra l’immobilismo politico dell’ANP e la mancanza di prospettive di stabilizzazione della situazione cisgiordana. Su questo cocktail esplosivo soffiano poi i richiami ad una nuova Intifada da parte di Hamas e la risposta intransigente del dispositivo di sicurezza israeliano. Certo è che l’attuale stato delle cose in Cisgiordania presenta tutti i fattori per determinare una nuova ondata di violenze. Forse, finora, la mancanza di un vero e proprio detonatore della situazione è più dettata dall’alta instabilità dell’area, che vede i maggiori protagonisti regionali impegnati in altri contesti, che da una reale volontà delle parti in causa a cercare di sedare i tumulti.

Turchia

Lo scorso 10 ottobre, due esplosioni hanno colpito la stazione ferroviaria centrale di Ankara, nei pressi della quale erano radunate le migliaia di manifestanti del corteo “Lavoro, Pace e Democrazia”, protesta indetta dalla Confederazione dei Sindacati Progressisti Turchi (CSPT) contro la recente escalation della tensione tra il governo e la comunità curda e il rinnovato conflitto tra le Forze Armate e  le organizzazioni para-militari curde. L’attacco, perpetrato, secondo le autorità, da due attentatori suicidi dello Stato Islamico, ha causato la morte di 99 persone e il ferimento di altre 400.

Nonostante le indagini turche abbiano identificato i responsabili in Omer Deniz Dundar e Yunus Emre Alagoz, quest’ultimo fratello di Seyh Abdurrahman Alagoz, l’attentatore di Suruc (20 luglio 2015, 32 morti), lo Stato Islamico non ha effettuato alcuna rivendicazione ufficiale. Inoltre, nelle prime ore dopo l’attacco, i massimi vertici istituzionali avevano lanciato diverse accuse contro tutti i principali gruppi terroristici del Paese, dal PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) fino al DHKP/C (Fronte / Partito Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo) i quali, tuttavia, avevano categoricamente negato qualsiasi responsabilità. L’assenza di una chiara rivendicazione da parte dello Stato Islamico, del DHKP/C e del PKK, organizzazioni fortemente ideologiche e che fanno della propaganda una delle proprie principali armi politiche, lascia presumere che almeno le direzioni centrali di questi movimenti possano davvero essere estranee ai fatti. Come se non bastasse, l’analisi dell’obbiettivo colpito, una manifestazione di orientamento socialista con una forte presenza curda, tenderebbe ad escludere il coinvolgimento del PKK e del DHKP/C, formazioni che tradizionalmente hanno preso di mira le Forze Armate e di Polizia o le personalità di rilevanza istituzionale e che non trarrebbero alcun beneficio nell’attaccare civili indifesi e affini per ideologia, etnia e tendenze critiche verso il governo. Infine, non bisogna dimenticare che il PKK, poche ore dopo l’attentato di Ankara, ha dichiarato il cessate il fuoco come gesto di buona volontà per il proseguo del negoziato con il governo.

Sulla base di queste considerazioni, alcuni movimenti di opposizione hanno addirittura sollevato l’ipotesi del coinvolgimento diretto dei Servizi di Sicurezza turchi che, su indicazione del governo, si sarebbero resi responsabili dell’attentato al fine di attuare una strategia della tensione funzionale al rafforzamento dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) in previsione delle prossime elezioni del 1 novembre. Infatti, la formazione del Presidente Erdogan si trova in un momento di difficoltà e di leggera flessione del proprio consenso dovuta a diversi fattori, tra i quali il rallentamento della crescita economica, l’accrescimento della tensione con la minoranza curda, la gestione autoritaria e personalistica della politica interna e l’ambigua condotta di politica estera, soprattutto riguardo alla crisi siriana. Infatti, anche se formalmente Ankara ha dichiarato guerra allo Stato Islamico, la grande maggioranza delle operazioni militari oltre confine sono destinate a colpire i gruppi curdi, al fine di impedire l’’unificazione dei territori sotto il loro controllo nella regione settentrionale siriana.  

Il ridimensionamento del partito islamista di potere è apparso in maniera evidente nelle elezioni dello scorso giugno, quando l’AKP ha perso la maggioranza assoluta dei seggi e non è riuscito a formare, per la prima volta negli ultimi 11 anni, un esecutivo monocolore. Dunque, per le opposizioni, la strategia della tensione servirebbe a screditare gli avversari dell’AKP e a dipingere Erdogan e la sua politica autoritaria come l’unica forma di salvaguardia per la sicurezza nazionale.

A prescindere dall’esito delle indagini sull’attentato di Ankara, i prossimi mesi saranno decisivi per l’assetto politico turco. Infatti, qualora l’AKP non riuscisse, dopo la prossime elezioni, ad ottenere la maggioranza assoluta in parlamento, potrebbe aprirsi una stagione di grave incertezza e difficile governabilità per il Paese. Inoltre, se Ankara decidesse di proseguire nell’attuale strategia di politica estera ed interna, potrebbe manifestarsi una ulteriore escalation delle violenze e dei contrasti con la comunità curda.