13 NOVEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.189
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Burundi, Ciad, Libano, Siria  

 

Burundi

Lo scorso 6 novembre, Welly Nzitonda, figlio dell’attivista per i diritti umani Pierre Claver Mbonimpa, è stato assassinato nella capitale Bujumbura, poche ore dopo il suo arresto da parte delle Forze di Polizia locali. Nonostante la mancanza di dettagli sulla dinamica dell’accaduto, permangono pesanti dubbi sulla matrice politica dell’omicidio. Infatti, Mbonimpa, gravemente ferito durante un’imboscata il 2 agosto scorso, è uno dei principali critici del Presidente Pierre Nkurunziza, al centro di una feroce contestazione popolare dopo la sua terza ri-elezione al vertice dello Stato, avvenuta lo scorso luglio. La morte di Nzitonda è soltanto l’ultimo della serie di omicidi politici che ha sconvolto il Paese negli ultimi 6 mesi e che, tra gli altri, ha coinvolto il Generale Adolphe Nshimirimana, comandante del Corpo di Sicurezza Presidenziale, assassinato lo scorso 2 agosto, Patrice Gahungu, portavoce del partito di opposizione Unione per la Pace e lo Sviluppo, ucciso l’8 settembre, e infine  Jean Bikomagu, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito durante la guerra civile (1993-2005), freddato il 15 agosto.  Nella seconda metà del 2015, oltre agli assassinii politici, la tensione e gli scontri tra governo e opposizioni hanno prodotto circa 300 morti e 110.000 rifugiati, secondo le stime del governo di Bujumbura.

L’escalation della violenza e l’inasprimento delle proteste popolari hanno avuto origine lo scorso aprile a causa della decisione del Presidente Nkuruziza di ricandidarsi alla guida del Paese, prolungando ulteriormente una stagione di potere che dura ormai dal 2005. Il Capo dello Stato, accusato dalla popolazione dalla popolazione di aver instaurato un sistema autoritario, corrotto e nepotistico, ha risposto sinora utilizzando il pugno di ferro ed applicando estensivamente le prescrizioni della legislazione anti-terrorismo.

Oltre al malessere popolare, l’establishment di governo burundese si trova ad affrontare profondi malumori interni alle Forze Armate che, nonostante abbiano dichiarato la propria neutralità rispetto alle proteste, potrebbero assumere un ruolo determinante nel caso in cui la situazione politica degeneri e Nkuruziza veda indebolirsi la propria posizione. Infatti, non bisogna dimenticare che il 13 maggio scorso, il Generale Godefroid Niyombare ha provato, senza successo, un colpo di Stato.

Il dato più interessante sinora emerso dalla rivolta burundese è stata la sua dimensione inter-etnica e l’assenza di scontri tra i Tutsi (20% della popolazione) e gli Hutu (80%), i cui rapporti risultano ancora inevitabilmente segnati dai reciproci massacri degli Anni 90. Inoltre, il conflitto tra le élite politiche del Paese appare come un affare interno agli Hutu, etnia di potere alla quale appartengono sia Nkurunziza che le principali personalità del Paese.

La protesta anti-governativa, oltre agli aspetti politici, ha una fortissima connotazione sociale ed economica, in quanto i burundesi chiedono insistentemente l’avvio di un programma statale per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, oggi gravate da profonda povertà e dal sottosviluppo.

Ciad

Il 9 novembre, il governo ciadiano ha dichiarato lo stato d’emergenza nella regione centro-occidentale del Lago Ciad, al confine con Nigeria e Niger. L’area in questione è da mesi affetta dalle attività di Boko Haram (“L’educazione Occidentale è proibita” in lingua Hausa), gruppo jihadista affiliato allo Stato Islamico. La decisione del governo di N’Djamena appare particolarmente critica e denota sia l’estesa portata raggiunta dall’insurrezione bokoharamista nel Paese sia gli scarsi risultati sinora ottenuti dalle Forze Armate, impegnate in una massiccia operazione multilaterale anti-terrorismo nel contesto della Multinational Joint Task Force (MJTF), alla quale partecipano anche Nigeria, Niger, Camerun e Benin.

La decisione di dichiarare lo stato d’emergenza potrebbe comportare l’estensione dei poteri derogati alle Forze Armate e inasprire la durezza della loro condotta, tradizionalmente poco sensibile rispetto alle esigenze delle comunità locali. Di conseguenza, qualora l’utilizzo della forza militare dovesse causare gravi disagi ai civili, esiste la concreta possibilità di una crescita del malcontento della popolazione, già vessata dalle proibitive condizioni di vita nella regione. A quel punto, i miliziani di Boko Haram potrebbero essere agevolati nell’incrementare il proprio sostegno, che tutt’oggi si basa non solo sull’intimidazione, ma soprattutto sulla capacità di somministrare servizi educativi e assistenziali alle comunità emarginate e impoverite e cooptare il proprio disagio.  

Dunque, a 6 anni dall’inizio dell’insurrezione nel nord est della Nigeria, il gruppo jihadista ha definitivamente consacrato la propria vocazione regionale, passando da essere una semplice espressione dell’etnia Kanuri ad essere un network complesso e radicato in tutta la macro-area del lago Ciad, attraverso Nigeria, Niger, Camerun e Ciad.  

Libano  

Lo scorso 12 novembre, Beirut è stata scossa da un nuovo attentato che ha provocato la morte di 41 persone. Due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nei pressi del quartiere meridionale di  Burj al-Barajneh, sobborgo a maggioranza sciita notoriamente controllato da Hezbollah. La modalità dell’esecuzione, due esplosioni avvenute a breve distanza l’una dall’altra, ha fatto subito pensare a un attacco di matrice jihadista, ipotesi confermata dopo circa un’ora dalla rivendicazione diffusa sui social media da parte dello Stato Islamico. Non è la prima volta che gruppi jihadisti colpiscono zone a prevalenza sciita, sia regioni che quartieri all’interno di città multiconfessionali. In particolare, a partire dal 2014, questo genere di attacchi è aumentato in numero ed intensità.

L’attacco dello Stato Islamico rappresenta una rappresaglia contro Hezbollah a causa del suo progressivo coinvolgimento nella crisi siriana. Infatti, se tra il 2011 e il 2012 Hezbollah si era limitato ad alcuni sconfinamenti in territorio siriano per compiere alcuni attacchi mirati contro alcuni gruppi jihadisti, tra cui al-Nusra, a partire dal 2013 le milizie sciite hanno modificato la propria strategia, aumentando la portata della loro azione. Inoltre, a seguito dell’aumento del coinvolgimento russo nella crisi siriana, alcune milizie di Hezbollah si sono spinte addirittura sino ad Aleppo.

Tale impegno ha fatto si che le dinamiche della crisi siriana si siano ripercosse inevitabilmente sul già fragile equilibrio interno libanese, che tradizionalmente è caratterizzato da profonde faglie di contrapposizione su base etnico-confessionale. In tal senso l’episodio conferma quanto la crisi siriana, al di là della sua dimensione interna, continui a avere delle forti ripercussioni sugli equilibri di tutti i Paesi della regione e, in particolare, sul Libano.  

Siria

Il 10 novembre, l’Esercito siriano ha riconquistato la base aerea di Kuweiris, situata nell’area a sud-est di Aleppo, assediata da oltre 2 anni dalle milizie dello Stato Islamico e priva di qualsiasi linea di approvvigionamento per i soldati lealisti rimasti a difenderla. Dopo aver riconquistato la base, le Forze Armate siriane hanno lanciato un’offensiva nel tentativo di conquistare  alcuni villaggi nelle campagne circostanti e ripristinare le condizioni di sicurezza necessarie a rendere la base nuovamente utilizzabile.

L’offensiva di Kuweiris è parte della più ampia operazione lealista per la riconquista della città di Aleppo, iniziata lo scorso 15 ottobre, avente l’obiettivo di ripristinare il pieno controllo del governo di Damasco sull’intera città e il suo circondario. Aleppo, capitale economica e centro più popoloso del Paese, dal 2012 risulta contesa tra le forze lealiste, che ne controllano la parte occidentale, e i gruppi jihadisti guidati da Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, che presidiano i quartieri orientali.

La presa di Kuweiris rappresenta per il fronte lealista non solo un importante risultato strategico, in vista della riconquista definitiva di Aleppo, ma anche un successo sul piano simbolico. La ripresa dell’offensiva da parte dell’Esercito siriano, facilitata dal sostegno congiunto russo, iraniano e di Hezbollah, ha contribuito a rafforzare il morale delle truppe e il supporto nei confronti di Assad, dopo che nel corso degli ultimi mesi, anche a causa delle difficoltà militari, sempre più larghe fasce della popolazione avevano manifestato il loro ulteriore malcontento in relazione alla gestione della crisi da parte del Presidente.

La rottura dell’assedio di Kuweiris è giunta in contemporanea alla fuga di notizie riguardo una presunta bozza di accordo di transizione che la Russia intenderebbe presentare al prossimo vertice di Vienna sulla crisi siriana. Secondo questo documento, Mosca proporrebbe la formazione di un governo di unità nazionale tra le forze lealiste e non meglio precisate componenti ribelli moderate. Tale esecutivo, la cui durata sarebbe di 18 mesi, dovrebbe occuparsi prevalentemente della riforma costituzionale. Al termine del mandato, il piano di transizione prevedrebbe la simultanea indizione delle elezioni parlamentari e presidenziali. I dettagli trapelati chiariscono soltanto che il Presidente, secondo la nuova Costituzione, manterrebbe il comando delle Forze Armate. Nessun particolare è emerso su quello che dovrebbe essere il ruolo di Assad durante e dopo la transizione, elemento non trascurabile se si considera il fatto che, sinora, uno dei maggiori nodi del contendere tra Russia e Iran da una parte e Stati Uniti ed Europa dall’altra è stato proprio il destino del Capo dello Stato siriano.