12 MAGGIO 2017
La proposta russa delle de-escalation zones in Siria
DI Lorenzo Marinone

A quasi sei mesi dalla riconquista di Aleppo, che ha blindato, di fatto, il Regime di Assad e spento ogni residua speranza nel variegato fronte ribelle di ottenere una vittoria per via militare, la Russia continua a concentrare la quasi totalità dei suoi sforzi nell’eliminazione delle sacche ribelli nell’ovest del Paese. In particolare, Mosca procede seguendo un doppio binario. Da un lato, l’azione del Cremlino prosegue sul piano militare, benché nel corso del 2017 si siano verificate soltanto offensive minori. Dall’altro lato, la Russia ha deciso di riattivare una molteplicità di canali negoziali, dalla stipulazione di accordi di portata locale a quelli di cessate il fuoco con un orizzonte più ampio, fino alla promozione del processo negoziale di Astana, parallelo e complementare a quello intra-siriano a guida ONU di Ginevra.

Proprio dal processo di Astana è emersa la recente proposta di istituire 4 de-escalation zones in Siria, inizialmente per una durata di 6 mesi. Tale proposta è frutto di un’iniziativa della Russia e coinvolge anche Turchia e Iran, che vi partecipano in qualità di garanti. Stando ai termini dell’accordo, le aree interessate coincidono con la provincia di Idlib (cui si aggiungono alcune aree delle province di Aleppo, Hama e Latakia), la sacca ribelle a nord di Homs, la Ghouta est di Damasco, e alcuni settori delle province meridionali di Deraa e Quneitra. Al loro interno è prevista la cessazione immediata delle ostilità, inclusi i bombardamenti aerei, il sostegno ai civili tramite l’invio di aiuti umanitari e la creazione di un gruppo congiunto di monitoraggio responsabile del controllo dei checkpoint. La condizione necessaria affinché questi passi si traducano in realtà è la disponibilità dei differenti gruppi ribelli ad accettare i termini dell’accordo. In altri termini, non si tratta di una mossa unilaterale del Cremlino: piuttosto, le de-escalation zones rappresentano il tentativo russo di far valere la propria posizione di forza sui ribelli, non senza la minaccia dell’annientamento totale. Il cessate il fuoco in ogni caso non comprende le fazioni jihadiste come la qaedista Hayat Tahrir al-Sham (l’ex Jabhat al-Nusra) e lo Stato Islamico (IS), contro le quali i tre Paesi garanti si impegnano a concentrare i loro sforzi militari.

Tale piano potrebbe avere risvolti potenzialmente importanti in una dimensione locale, nazionale e regionale. Lo stop ai combattimenti appare funzionale a incentivare l’utilizzo di strumenti negoziali su scala locale, su cui Mosca mostra di puntare da tempo, quali il lavoro di confidence building ad opera del Center for reconciliation of opposing sides in the Syrian Arab Republic (un organismo creato dai russi per negoziare tregue, interagire con la popolazione civile delle aree controllate dai ribelli e imbastire un’opera di stability policing) e i cosiddetti accordi di evacuazione. In questo senso, un’effettiva diminuzione degli scontri potrebbe rivelarsi propedeutica a una qualche forma di cooperazione tra le entità russe che presiedono alla riconciliazione e i Consigli locali attivi nelle aree controllate dai ribelli, cui è deputata l’erogazione dei servizi essenziali alla popolazione. Essi costituiscono, per quanto in forma embrionale, l’unico tessuto burocratico-amministrativo rimasto nelle zone controllate dai ribelli e potrebbero quindi rappresentare un interlocutore prezioso nell’ottica della pacificazione.

Nel contesto più generale del teatro siriano, la collocazione geografica delle 4 de-escalation zones, tutte concentrate nella metà occidentale del Paese, conferma che per il Cremlino la priorità assoluta resta il rafforzamento di uno spazio minimo di sopravvivenza per il regime di Damasco, che alla fascia costiera di Latakia somma i territori posti lungo la direttrice Aleppo-Damasco. L’entrata in vigore del cessate il fuoco in queste aree, però, sembra segnalare anche un mutamento nella scelta dei prossimi obiettivi militari da parte della Russia e dei suoi alleati. Infatti, nella fase seguita alla riconquista di Aleppo, vi sono stati numerosi trasferimenti di civili e combattenti ribelli verso la provincia di Idlib, dove sembrava probabile si sarebbe concentrata la prossima offensiva del fronte lealista.

Il fronte lealista potrebbe quindi decidere di drenare dai tradizionali teatri operativi un certo numero di uomini e mezzi, soprattutto la Forza Tigre e le forze della 4° Divisione, per tentare un’offensiva contro l’IS. L’obiettivo più verosimile sembra la città di Deir ez-Zour, dove il regime di Damasco è riuscito a conservare, nonostante il lungo assedio dell’IS, una ridotta, ma importante, presenza militare concentrata nella base aerea a sud della città e sulle alture circostanti. Avanzando lungo l’autostrada che collega Palmira a Deir ez-Zour attraverso lo snodo di al-Sukhnah, il fronte lealista potrebbe tentare di guadagnare una presenza maggiore nella parte orientale del Paese, in un momento in cui l’IS deve già fronteggiare l’offensiva congiunta delle Forze Democratiche Siriane (SDF) guidate dagli USA su Raqqa. Una simile iniziativa, oltre a ricostituire un minimo capitale di fiducia nelle forze lealiste, appare funzionale anche dal punto di vista della sostenibilità economica, dal momento che nel desertico settore centro-meridionale della Siria si trovano numerosi pozzi petroliferi e gasieri che tradizionalmente soddisfano il fabbisogno della zona occidentale.

L’implementazione delle de-escalation zones risulta, inoltre, assolutamente in linea con i precedenti tentativi di Mosca di interrompere la cooperazione militare tra le fazioni jihadiste e quelle più moderate, tanto nelle province di Idlib e Aleppo quanto nei sobborghi di Damasco. Infatti, come già accennato, i gruppi jihadisti sono esplicitamente esclusi dal regime di cessate il fuoco. Un tentativo simile, rivelatosi poi fallimentare, era già stato messo in atto, ad esempio, nella seconda metà del 2016 durante le fasi finali della campagna su Aleppo. Aumentare le divisioni interne al fronte ribelle consentirebbe al fronte lealista di isolare le fazioni più irriducibili e estremiste, rendendole un bersaglio più facilmente gestibile. Inoltre, la prospettiva di una cessazione dei bombardamenti e di un lento miglioramento delle condizioni di vita, potrebbe indurre la popolazione civile a voltare le spalle ai gruppi di irriducibili. Ciò appare particolarmente rilevante, dal momento che gruppi come l’ex al-Nusra fin dal 2012 sono riusciti a ottenere un discreto supporto popolare sostituendosi a Damasco nella fornitura di servizi. Di conseguenza, la perdita dell’appoggio della popolazione renderebbe più complesso il passaggio da una forma di controllo pseudo-istituzionale del territorio, come quella attuale, a una strategia imperniata su azioni di guerriglia.

Spostando lo sguardo sul piano della diplomazia, va rilevato che il nuovo accordo sul cessate il fuoco è stato elaborato nell’ambito del processo di Astana e richiede quindi un maggiore impegno da parte della Turchia e dell’Iran, le uniche potenze regionali oltre alla Russia a prendere parte ai negoziati in Kazakhistan. Entrambi i Paesi hanno più volte intrapreso in Siria iniziative in contrasto con gli interessi russi nel momento in cui le loro priorità divergevano da quelle di Mosca, costringendo il Cremlino a una reazione. Tali priorità consistono, per Turchia e Iran, nel garantirsi nuove sfere di influenza all’interno del territorio siriano, mantenendo anche una presenza di tipo militare. Proprio a causa di queste divergenze, dal punto di vista russo un loro maggiore coinvolgimento nel vigilare sul cessate il fuoco potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, da un lato, il ruolo di garanti della tregua consegna a Ankara e Teheran un peso maggiore sul piano diplomatico, che potrebbe indurre i due Paesi a preferire questo canale piuttosto che un’azione di forza. Tuttavia, allo stesso tempo, il loro accresciuto ruolo e, soprattutto, la loro importanza nel controllo di porzioni di territorio qualora l’accordo venga pianamente implementato, li rende dei potenziali spoiler. Se Turchia e Iran percepissero che l’azione russa in Siria va a minare la costituzione e il consolidamento delle proprie sfere di influenza, potrebbero venir meno al loro ruolo di garanti e utilizzare i loro proxy per riprendere gli scontri.

Ad ogni modo, nella fase attuale entrambi i Paesi potrebbero trarre più benefici che altro dalla corretta implementazione dell’accordo. Benché non siano stati divulgati tutti i dettagli operativi, all’interno delle diverse de-escalation zones il monitoraggio e il pattugliamento dovrebbe essere affidato ai Paesi garanti. Infatti, sembra che alla Turchia verrà assegnato il compito di vigilare sul cessate il fuoco nella provincia di Idlib, posta immediatamente a sud del cantone curdo di Efrin. Quindi, Ankara potrebbe schierare alcuni suoi reparti sul territorio e di fatto isolare l’area curda, procedendo nell’azione di contenimento delle milizie curde dell’YPG. Per quanto riguarda l’Iran, che in Siria dirige una vasta rete di milizie sciite di provenienza in massima parte irachena, oltre a elementi dei Pasdaran e dell’Esercito regolare, un riconoscimento a livello diplomatico della sua presenza sul territorio ben si accorda con la priorità di Teheran, ovvero mantenere l’influenza sulla regione preservando una propria profondità strategica in direzione del Mediterraneo.

Da ultimo, sull’iniziativa russa incombe l’incertezza legata alla reazione degli USA. Da un lato, Washington non pare aver ancora sviluppato una strategia complessiva riguardo alla Siria. Tuttavia, nonostante la priorità degli americani resti certamente la lotta all’IS, concentrata in particolare nell’offensiva su Raqqa e nel contrastare un’eventuale tentativo di riorganizzazione dei miliziani di al-Baghdadi nelle aree desertiche a cavallo del confine siro-iracheno, l’approccio del Presidente Trump rispetto al ruolo e allo spazio di manovra di Mosca potrebbe risultare più muscolare di quello dell’Amministrazione precedente. Benché non costituisca un’indicazione chiara e univoca delle reali intenzioni degli USA, il recente attacco contro la base aerea di Shayrat come rappresaglia per l’uso di armi chimiche da parte di Damasco potrebbe segnalare una rinnovata pretesa americana di orientare non solo il futuro assetto del Paese, ma anche la transizione istituzionale e il destino di Assad.

Tra i possibili punti di frizione tra Russia e USA derivanti dall’accordo sulle de-escalation zones va segnalata la possibilità o meno per Washington di continuare a disporre liberamente dello spazio aereo siriano nell’ottica del contrasto all’IS e ai franchising di al-Qaeda. Mentre per Mosca l’accordo raggiunto viene interpretato alla stregua dell’istituzione di una no-fly zone su gran parte della Siria occidentale, per gli USA questa lettura è inaccettabile.

Tuttavia, alcuni elementi lasciano ipotizzare che Mosca non intenda portare avanti una linea eccessivamente intransigente. Infatti, per la prima volta, al round negoziale di Astana è stato esplicitamente richiesta la presenza di un rappresentante americano, seppure in qualità di semplice osservatore. Inoltre, come emerge da alcune dichiarazioni alla stampa rilasciate dal Ministro degli Esteri russo Lavrov, Mosca sembra voler trovare una convergenza tra la sua proposta delle de-escalation zones e l’idea di costituire in Siria alcune safe zones avanzata da Trump nei primi giorni del suo mandato. Qualora la strategia dell’attuale Amministrazione americana per la Siria contempli l’istituzione di zone sicure, non va esclusa la possibilità che la cornice dell’accordo di Astana possa essere ampliata includendo gli USA nel novero dei garanti, eventualmente con l’istituzione di nuove aree protette nella parte nord-orientale del Paese a maggioranza curda. Su questa eventualità pesa però l’incognita del ruolo della Turchia, fermamente decisa a contrastare con qualsiasi mezzo il rafforzamento dei curdi siriani. Garantire loro una safe zone faciliterebbe il processo di consolidamento di istituzioni autonome che portano avanti fin dal 2013. Pertanto, le reazioni di Ankara potrebbero non fermarsi alle semplici proteste nei confronti degli USA, o agli sporadici bombardamenti sulle aree curde, come è avvenuto finora, ma assumere la dimensione più vasta e strutturata di una vera e propria offensiva militare.

In conclusione, l’accordo sulle de-escalation zones risulta pienamente funzionale alle attuali priorità del Cremlino: abbassare il livello dello scontro, incentivando il fronte ribelle a deporre le armi e stringere tregue di carattere locale, e raggiungere un livello di stabilità tale da arginare sul nascere possibili focolai di insorgenza e procedere nella ricostruzione delle istituzioni siriane. Di fatto, data l’estrema debolezza delle milizie ribelli e, di riflesso, dei Paesi che tradizionalmente le supportano, la Russia si trova ormai nella possibilità di dettare tempi e modalità del conflitto, alternando a suo beneficio azioni militari e diplomatiche.

In quest’ottica, pur considerando le incertezze riguardo la sua entrata in vigore e la sua tenuta nel tempo, la proposta delle de-escalation zones e il processo di Astana hanno le potenzialità per acquisire una notevole rilevanza nella soluzione diplomatica alla crisi siriana. Ciò relegherebbe sullo sfondo il tradizionale canale diplomatico di Ginevra, guidato dall’ONU. Tale slittamento segnerebbe inoltre il definitivo depotenziamento del fronte ribelle al tavolo negoziale. Infatti, le opposizioni al Regime di Assad sono rappresentate pienamente soltanto nell’ambito di Ginevra, che si qualifica formalmente come un processo intra-siriano. Quindi, tale formato di dialogo, proprio attraverso le de-escalation zones, passerebbe dallo svolgersi in un ambito internazionale al procedere quasi esclusivamente a un livello nazionale, se non locale, dove la Russia ha massima voce in capitolo e le opposizioni si trovano a dover scegliere tra l’accettazione delle condizioni dettate da Mosca e da Damasco e una disperata lotta a oltranza.