09 DICEMBRE 2016
Geopolitical Weekly n.240
DI Ruggero Balletta

Gambia

GambiaIl 4 dicembre sono stati ufficializzati i risultati delle elezioni presidenziali che, sorprendentemente, hanno visto la vittoria di Adama Barrow, candidato indipendente sostenuto da molteplici partiti di opposizione, tra i quali il Partito Democratico Unito. Barrow, imprenditore originario del villaggio di Mankamang Kunda, si è imposto con il 45,5% dei consensi. Il Presidente uscente, Yahya Jammeh, leader dell’Alleanza Patriottica per il Ri-orientamento e la Costruzione, è giunto secondo con il 36,6% dei voti, mentre al terzo posto si è piazzato Mama Kandeh grazie al 17,8 delle preferenze.
La vittoria di Barrow potrebbe porre fine all’esperienza politica di Jammeh, autocrate che aveva preso il potere nel 1994 in seguito ad un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Dawda Jawara e che da allora ha governato il Paese in maniera autoritaria e repressiva. Ritenuto tra i Capi di Stato più eccentrici e sanguinari, Jammeh ha apparentemente accettato l’esito delle elezioni, dichiarandosi pronto a farsi da parte ed aiutare Barrow nella realizzazione delle sue principali proposte, tra le quali spiccano l’introduzione del limite di incarico presidenziale a soli due mandati e la formazione di un Governo di transizione della durata triennale avente lo scopo di riformare il Paese e guidarlo verso un regime politico più trasparente e liberale. Jammeh potrebbe aver accettato l’esito delle elezioni conscio del profondo malcontento nei suoi confronti e temendo, dunque, una rivolta popolare sostenuta da alcune fazioni delle Forze Armate a lui avverse.
Tuttavia, nonostante lo straordinario risultato ottenuto dalle opposizioni, continua a permanere qualche dubbio sulle possibili prossime mosse di Jammeh. Infatti, non è da escludere la possibilità che l’ormai ex-Presidente decida di assumere una posizione politica di basso profilo nel breve periodo, salvo poi approfittare di una flessione nel consenso di Barrow per attentare all’integrità delle istituzioni nazionali.

 

Russia

Il 3 dicembre, il Centro per le Operazioni Speciali del FSB (Federal'naya sluzhba bezopasnosti Rossiyskoy Federatsii, Servizio di Sicurezza Federale della Federazione Russa) ha annunciato di aver ucciso Rustam Asildarov (meglio conosciuto come l’Emiro Abu Muhammad Kadarsky oopure come lo Sceicco Abu Mohammad al-Qadari), leader del Wilayah al-Qawqaz (Provincia del Caucaso), branca russa dello Stato Islamico (IS o Daesh). Asildarov è stato neutralizzato, assieme ad altri 4 miliziani jihadisti, in un’abitazione nella periferia di Makhachkala, capitale della turbolenta Repubblica nord-caucasica del Dagestan.
DI origine daghestana, il leader del Wilayah al-Qawqazm Di conseguenza, il 23 giugno del 2015, quando IS ha dichiarato ufficialmente la nascita del Wilayah al-Qawqaz ha ricoperto anche l’incarico di comandante della brigata “Dagestan” del quasi defunto Imrayat Kavkaz (Emirato del Caucaso), organizzazioni jihadista affiliata ad al-Qaeda. Durante il suo periodo di militanza, Asildarov ha progettato ed organizzato tra i più sanguinosi attentati della storia recente russa, tra i quali i duplici attacchi a Volgograd il 29 e 30 dicembre 2013 (34 morti).
L’uccisione di Asildarov rappresenta l’ennesimo duro colpo inflitto dal Cremlino alle organizzazioni jihadiste attive sul territorio della Federazione. Tuttavia, nonostante gli egregi risultati della strategia contro-terrorismo russa, le istituzioni di Mosca dovranno presto confrontarsi con la possibile escalation della violenza jihadista derivante dal ritorno in patria degli oltre 2.000 foreign fighters inquadrati nei ranghi di Daesh in Siria e Iraq.

 

Taiwan

Venerdì 2 dicembre, il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald J. Trump ha ricevuto una telefonata di congratulazioni da parte della Presidente di Taiwan, la signora Tsai Ing-wen. Voci discordanti circondano il contenuto della telefonata, con fonti ufficiali del team di Trump che tendono a minimizzare l’accaduto, mentre altre riportano che i due leader avrebbero parlato anche di questioni economiche e di politica estera.
Seppur Trump debba ancora insediarsi alla Casa Bianca, la telefonata tra l’attuale Presidente taiwanese e il prossimo Presidente statunitense ha assunto particolare rilievo poiché interrompe un silenzio diplomatico che dura dal 1979, anno in cui le relazioni tra Taiwan e Washington si sono interrotte a causa della decisione degli Stati Uniti di inaugurare una nuova stagione di rapporti con la Cina.
L’interruzione di questa prassi diplomatica ha fortemente infastidito il governo cinese, che considera Taiwan come una provincia ribelle e parte a tutti gli effetti del territorio cinese. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha espresso la dura condanna del suo governo al gesto di Trump, definendo il contatto fra i due leader come potenzialmente lesivo per le relazioni sino-americane.
La telefonata fra Trump e la Presidente Tsai sembra essere l’ultimo esempio del cambio di atteggiamento della nuova Amministrazione statunitense nei confronti di Pechino. Già durante la campagna elettorale, l’allora candidato repubblicano ha sempre espresso la volontà di adottare il pungo di ferro nelle relazioni con il governo di Pechino per cercare di arginare il potere economico del rivale cinese. Benché l’episodio in sé non possa essere considerato un riconoscimento del governo taiwanese da parte della Casa Bianca, il contatto Washington - Taipei potrebbe irrigidire ulteriormente i già tesi rapporti tra Trump e il governo di Pechino. Quest’ultimo, infatti, non si è mai dimostrato disposto ad accettare nessun cambiamento della così detta “One China Policy” (politica che di fatto rivendica l’appartenenza di Taiwan al territorio cinese) e ha definito l’azione di Trump come un segno della sua inesperienza in politica estera.