L’offensiva di Israele su Rafah e i possibili impatti regionali
Medio Oriente e Nord Africa

L’offensiva di Israele su Rafah e i possibili impatti regionali

Di Giuseppe Dentice
12.02.2024

In attesa dell’annuncio ufficiale dell’offensiva terrestre su Rafah, Israele ha di fatto lanciato l’ultima fase delle operazioni militari nella Striscia di Gaza finalizzate a sradicare Hamas dal territorio e, presumibilmente, a riconquistare l’intera enclave palestinese. Dopo Khan Younis, le autorità israeliane hanno deciso di spingere l’offensiva militare ancora più a Sud, verso il valico di Rafah. Un’azione controversa che porta con sé una serie di considerazioni di varia natura (tattica, strategica, politica, umanitaria e di sicurezza) tra loro interdipendenti. Tali connessioni sussistono per via della complessità dello scenario operativo, ma anche per effetto di impatti plausibili che un’operazione di questa portata comporterebbe sui diversi livelli e dimensioni dei contesti oggetto di analisi.

Il primo elemento da valutare è di natura tattica e strategica. Vi è la piena convinzione da più parti, perfino in ambienti politici israeliani, che l’operazione militare condotta dalle Israeli Defense Forces (IDF) non porterà ad una eradicazione di Hamas, in quanto l’organizzazione palestinese si è mostrata resiliente in guerra, capace di offendere Israele nonostante l’azione israeliana su larga scala a Gaza e in grado di riorganizzarsi militarmente e politicamente in tempi relativamente brevi. Anche dinanzi all’uccisione di buona parte o di tutta la leadership militare della milizia nella Striscia, l’organizzazione dovrebbe essere in grado di resistere per via della dislocazione a Doha dell’ala politica, la quale avrebbe il tempo di ricostruirsi – seppur in una prospettiva di lungo periodo – e rilanciare eventuali nuove guerre contro Israele in futuro. La sopravvivenza di Hamas non eliminerà, quindi, la minaccia rappresentata dal gruppo, ma continuerà in qualche modo ad alimentare quel senso di precarietà e insicurezza che attanaglia visceralmente lo Stato israeliano. Ciò non verrebbe meno neanche dinanzi ad una rioccupazione dell’intera enclave e/o con la sostituzione demografica parziale della popolazione locale attraverso la riattivazione delle colonie ebraiche. Al contempo, un’intensificazione delle operazioni militari non dovrebbe favorire l’altro elemento fondamentale di questo conflitto: la liberazione degli ostaggi israeliani. Anche in questo caso, pare improbabile che le IDF possano essere nelle condizioni di liberare, senza metterne a repentaglio la sicurezza, gli ostaggi in mano ad Hamas. Proprio quest’ultimi, in uno scenario degradato, potrebbero usare i civili come scudi umani, aggravando quindi il numero di vittime.

Parallelamente a questi discorsi, dovrebbe essere considerato un altro aspetto delicato: la dislocazione della popolazione gazawi. Da un punto di vista umanitario, è evidente che la spinta militare israeliana abbia contribuito a spingere buona parte delle persone residenti nel Centro-Nord del territorio verso Sud (circa 1,3 milioni di abitanti), ritenendo le zone tra Khan Younis e Rafah come aree sicure da salvaguardare dagli attacchi. Considerando, tuttavia, lo spostamento costante delle operazioni verso la frontiera con l’Egitto, è plausibile ipotizzare che la popolazione ad oggi non abbia alternative se non decidere di muoversi verso il Sinai o abbandonare forzatamente l’enclave. Inoltre, una rioccupazione della Striscia sconfesserebbe del tutto la posizione assunta nel 2005 dall’allora Premier Ariel Sharon con il disimpegno unilaterale da Gaza. Contestualmente, una ripresa dei territori potrebbe avere degli impatti di non poco conto da più punti di vista (economico, umano, politico, militare e securitario in senso ampio), anche per Israele, in quanto una ricostruzione e occupazione dell’intero territorio (o anche solo di parte di esso) comporterebbe uno sforzo notevole, a cui dovrebbe associarsi un tentativo di ripopolamento dell’area. I piani governativi israeliani prevederebbero una riattivazione delle colonie dismesse e la costruzione di nuovi insediamenti dentro la Striscia di Gaza. Posizioni, queste, che rispondono a necessità di carattere domestico, date soprattutto le spaccature interne alla società e all’esecutivo israeliano, che sono divenute argomentazioni politiche da utilizzare nel tentativo di creare consenso e minimizzare le minacce ai danni del governo. In questa prospettiva, Tel Aviv potrebbe decidere di portare avanti la guerra finché non avrà conseguito una vittoria da poter rivendicare sul suo piano domestico.

Di conseguenza, tali considerazioni eleverebbero in maniera sistemica il grado di complessità dello scenario politico regionale. Un afflusso incontrollato di palestinesi nel Sinai sarebbe un onere enorme a carico dell’Egitto, che si troverebbe a dover gestire una situazione problematica da un punto di vista politico e securitario, oltre che a dover giustificare internamente alla propria opinione pubblica un’imposizione giunta dall’esterno. Non a caso, il Cairo ha rafforzato la frontiera con Gaza, chiuso il valico di Rafah e ha avvertito Israele che qualsiasi azione unilaterale che preveda un esodo forzoso degli abitanti della Striscia verso il territorio egiziano potrebbe mettere a repentaglio non solo le relazioni bilaterali, ma i presupposti di pace e stabilità garantiti nella regione dal trattato di pace tra i due Paesi firmato nel 1979 con gli Accordi di Camp David. Ciò contribuirebbe a rendere ancor più complessi i rapporti non solo con l’Egitto, ma con l’intero mondo arabo e, in particolare, con le monarchie arabe del Golfo. In tale discorso ricadrebbe soprattutto la posizione dell’Arabia Saudita, che da tempo ricerca con Israele una normalizzazione delle relazioni alla pari di quanto fatto da Emirati Arabi Uniti e Bahrain con gli Accordi di Abramo nel settembre 2020. Riyadh ha avvertito Tel Aviv di ripercussioni molto gravi se l’offensiva dell’IDF dovesse puntare su Rafah. Tale scenario, infatti, potrebbe mettere in crisi tutto il percorso di normalizzazione intrapreso da Arabia Saudita e Israele; altresì, tale processo potrebbe conoscere uno stop lungo, se non addirittura definitivo, se la situazione dovesse precipitare. In questa prospettiva, un ruolo fondamentale lo giocherebbero la percezione e la retorica. Le evacuazioni forzate dei gazawi, una rioccupazione israeliana di Gaza e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Tel Aviv in sede di Corte Internazionale di Giustizia, sono elementi reputazionali considerati troppo gravi da poter essere accettati supinamente dall’opinione pubblica saudita e, più in generale, da tutta la comunità arabo-musulmana. I rischi e le ripercussioni sarebbero troppo grandi in termini di popolarità e legittimità, e creerebbero un ulteriore sconquasso anche nelle società arabo-musulmane già fiaccate da condizioni difficili di governance fragili, mancanza di diritti e difficoltà economiche pregresse. Tutto ciò potrebbe portare, quanto prima, ad una rottura delle trattative diplomatiche su un cessate il fuoco temporaneo e duraturo, ma instaurerebbe una condizione complessiva di instabilità che avrebbe ripercussioni in tutto il Medio Oriente allargato, accrescendo il rischio di una escalation. Con uno scenario così deteriorato, sarebbe impraticabile per gli attori arabi poter conservare una posizione di ambiguità soltanto diplomatica. Tale situazione potrebbe costringerli a dover assumere una posizione forte e, quindi, a doversi schierare con o contro Hamas e Israele, fermo restando (in larga parte) l’intenzione arabo-musulmana, palesata sin dal 7 ottobre 2023, di voler impedire uno scenario di conflittualità così definita che metta a repentaglio i loro interessi e le ambizioni regionali e internazionali.

Questo passaggio potrebbe così favorire uno step successivo: una regionalizzazione della crisi che si tramuti in conflitto specie se l’Iran e i suoi proxies operativi tra Libano, Siria, Iraq e Yemen dovessero scendere in campo e appoggiare le posizioni di Hamas. In questo caso, una reazione sproporzionata da parte di Teheran o dei suoi partner mediorientali innescherebbe un conflitto regionale su vasta scala nel quale nessun attore potrebbe esimersi dal contrattaccare, moltiplicando così gli impatti negativi potenziali (comunque non definibili nell’immediato). Grande attenzione, a quel punto, dovrebbe essere riservata alla Cisgiordania, che potrebbe conoscere un’impennata ulteriore di disordini diffusi. Contemporaneamente, non deve essere sottostimato quanto va già in scena lungo il confine israelo-libanese, con un innalzamento delle tensioni tra IDF e Hezbollah.

Tuttavia, l’escalation militare potrebbe allargare anche le maglie di attrito tra Israele e Stati Uniti. Il Presidente Joe Biden, in particolare, ha ammonito pubblicamente l’alleato israeliano dall’intraprendere un’operazione militare su Rafah senza una chiara e credibile strategia post-conflitto, che non farebbe altro che amplificare il livello di scontro regionale e approfondire la tensione israelo-americana. Se il fraintendimento tra Washington e Tel Aviv non porterà ad una rottura – inimmaginabile per gli USA a pochi mesi dalle elezioni di novembre 2024 –, tale condizione costringerà però gli Stati Uniti a dover scendere in campo e appoggiare un conflitto aperto contro il cosiddetto “Asse di Resistenza” filo-iraniano. Uno scenario simile sarebbe controproducente per gli Stati Uniti, i quali favorirebbero non solo la propaganda regionale e internazionale di Iran-Russia-Cina, ma andrebbero anche ad intaccare anche la popolarità – già bassa – della Casa Bianca nei Paesi arabi.

In conclusione, il netto incremento di tensioni regionali e l’ampliamento geografico dello scontro oltre il contesto palestinese, potrebbe portare al verificarsi di una guerra continua sotto forme differenti (anche di attrito) che mirerebbe a promuovere una vulnerabilità profonda del sistema di sicurezza regionale. In questa ipotesi è plausibile considerare uno spostamento dell’asse politico, sociale e di sicurezza verso una maggiore radicalità e confronto con l’Iran. Alla luce di ciò, appare dunque verosimile l’ingresso in uno scenario di confronto serrato a livello locale, regionale e internazionale.

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