Elezioni in Israele, Netanyahu cerca il quarto mandato
Middle East & North Africa

Elezioni in Israele, Netanyahu cerca il quarto mandato

By Lorenzo Marinone
03.10.2015

Il 17 marzo si terranno le elezioni anticipate per il rinnovo della Knesset, il Parlamento a camera unica di Israele. La nuova tornata elettorale interrompe a metà l’attuale legislatura, la cui scadenza naturale era prevista per il 2017. La richiesta di sciogliere il Parlamento e di tornare alle urne è stata avanzata dal Premier Benjamin Netanyahu fra la fine di novembre e l’inizio di dicembre in seguito al degenerare dei rapporti con alcuni importanti membri del Governo, che metteva una seria ipoteca sulla tenuta della coalizione di maggioranza alla Knesset.

L’Esecutivo uscito dalle elezioni del 2013 era imperniato sul Likud (“Consolidamento”, 18 seggi) di Netanyahu, partito che è stato protagonista della politica israeliana fin dalla sua fondazione nel 1973 da parte di Menachem Begin, uno dei massimi punti di riferimento della destra conservatrice israeliana. Alle elezioni il Likud aveva presentato una lista congiunta insieme a Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra casa”, 13 seggi), formazione schierata alla destra del Likud il cui principale esponente è l’attuale Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. L’Esecutivo vedeva poi l’appoggio di HaBayit HaYehudi (“La Casa Ebraica”, 12 seggi), anch’esso collocabile alla destra del Likud ma con una marcata connotazione religiosa ortodossa. Il suo leader, Naftali Bennett, dal 2013 guida il Ministero dell’Economia. Concludono la compagine di governo Yesh Atid (“C’è un futuro”, 19 seggi), fondato nel 2012 dall’ex anchorman Yair Lapid, che guida il Ministero delle Finanze, e Hatnuah (“Il Movimento”, 6 seggi) di Tzipi Livni, ex Ministro degli Esteri attualmente alla Giustizia. Entrambi questi partiti possono considerarsi su posizioni più moderate dei precedenti. Hatnuah, in particolare, è nato come costola riformista da una scissione con Kadima (“Avanti”), formazione sorta per volontà dell’ex Premier Ariel Sharon nel 2005, che a sua volta raccoglieva la corrente più moderata del Likud. Si tratta quindi del partito più aperto al dialogo con il principale gruppo di opposizione, i laburisti di HaAvoda (15 seggi).

La paralisi politica che si è venuta a creare in questi ultimi mesi risente della drastica rottura fra Netanyahu e i suoi ministri Lapid e Livni. Una recente proposta di legge, approdata alla Knesset su esplicita richiesta del Premier, mirava a definire Israele come “Stato-nazione ebraico”. Secondo Lapid e Livni questa misura andava a intaccare i diritti delle minoranze (che rappresentano circa il 20% della popolazione) e nello specifico quella araba. La proposta, però, rappresenta da anni per Netanyahu un punto imprescindibile nella gestione dei rapporti fra Israele, la minoranza araba presente all’interno del Paese e le autorità palestinesi. Nessuna mediazione è stata possibile, e così il 4 dicembre Netanyahu ha rimosso sia Livni che Lapid dai loro incarichi ministeriali. Il gesto ha avuto come immediata conseguenza le dimissioni dal Governo di tutti gli altri esponenti di Yesh Atid, rendendo così di fatto obbligatorio un ritorno alle urne.

Non era la prima volta che emergevano malumori in seno alla maggioranza. Pochi mesi prima, la discussione sulla legge finanziaria 2015 aveva già portato sulle barricate diversi esponenti del Governo. Il nuovo budget, preparato in seguito all’operazione militare Protective Edge condotta a Gaza nell’estate 2014, prevedeva un aumento della spesa per le Forze Armate a scapito del welfare. Il piano finanziario, che era stato oggetto di inusuali critiche anche da parte della Banca d’Israele, aveva portato alle dimissioni il ministro dell’Ambiente Amir Peretz (Hatnuah) l’11 novembre e trovato l’opposizione del ministro delle Finanze Lapid, che nel 2013 aveva conquistato gran parte dei suoi voti proprio grazie alla promessa di rivedere le politiche di austerity in favore della classe media.

Nel giugno dell’anno scorso Netanyahu era finito sotto il tiro incrociato della litigiosa coalizione di governo. La decisione del Ministro degli Alloggi e dell’Edilizia Uri Ariel (HaBayit HaYehudi) di annettere unilateralmente alcuni insediamenti situati in Cisgiordania, una misura fortemente voluta dal suo leader di partito Bennett, aveva causato la reazione ancora una volta di Livni e Lapid. Lapid aveva minacciato di dimettersi e di far cadere il Governo se la proposta non fosse stata ritirata. Sullo stesso tema già nel gennaio 2014 si era verificato un aspro botta e risposta fra Netanyahu e Bennett. L’attuale Ministro dell’Economia si era scagliato contro l’affermazione del Premier che apriva alla possibilità di lasciare sotto giurisdizione palestinese alcuni degli insediamenti ebraici, edificati oltre la linea di confine del 1967, qualora un futuro accordo di spartizione dovesse venire sottoscritto. Netanyahu gli aveva intimato di presentare pubbliche scuse o avrebbe fatto a meno dei suoi voti alla Knesset.

Per Netanyahu, questo continuo gioco di veti e minacce non ha portato ad altro che un sensibile rallentamento dell’azione di governo. In pratica, l’esatto contrario di quanto il leader del Likud aveva cercato di ottenere restringendo la composizione dell’esecutivo rispetto a quello del mandato precedente (2009-2013). Allora, infatti, Netanyahu aveva dovuto formare un governo di unità nazionale tenendo insieme sia partiti ultra-ortodossi come Shas (acronimo per “Guardie Sefardite della Torah”) e Yahadut HaTora HaMeuhedet (“Giudaismo Unito della Torah”), sia il partito laburista.

Al di là delle valutazioni di natura schiettamente politica, la scelta di Netanyahu di accelerare lo strappo fra le diverse anime dell’Esecutivo potrebbe dipendere anche da un calcolo elettorale. L’attuale Premier, infatti, si trova da tempo al centro di polemiche provenienti tanto dagli avversari politici, quanto dai colleghi di partito e dai più autorevoli alleati. Una situazione fotografata anche dai sondaggi sulla fiducia in Netanyahu come Primo Ministro, che a dicembre si attestava al 35%, in calo di ben 7 punti percentuali rispetto alle rilevazioni effettuate a luglio e agosto.

La minaccia più rilevante per Netanyahu sembra provenire dal suo attuale ministro dell’Economia, Bennett. Rispetto alle elezioni del 2009, dalle quali HaBayit HaYehudi era uscito con poco più del 2%, meno di 100mila voti, il partito di Bennett ha più che triplicato i voti e moltiplicato per quattro i seggi alla Knesset. Al contrario, l’esperienza di un governo di unità nazionale ha punito il Likud con circa 200mila voti in meno, un’emorragia di consensi che solo il ticket con Yisrael Beiteinu ha potuto arginare, consentendo a Netanyahu di ricevere l’incarico per formare il nuovo Governo. Le posizioni intransigenti di Bennett su questioni cui l’elettorato è tradizionalmente sensibile, in primis la sicurezza interna e il rapporto con le autorità palestinesi (Bennett si oppone a una soluzione con due Stati), ricordano quelle del primo Netanyahu, che si dichiarava contrario agli accordi di Oslo. Già a inizio 2014 alcuni sondaggi indicavano in Bennett, e non più in Netanyahu, la figura di riferimento dell’elettorato di centro-destra.

Scavalcato alla sua destra e con ormai tre mandati alle spalle, Netanyahu rischia di perdere molti elettori. Potrebbe però tentare di negoziare un accordo proprio con Bennett, come nel 2013 aveva trovato un’intesa all’ultimo minuto con il partito di Lieberman. Il leader di HaBayit HaYehudi ne trarrebbe sicuramente vantaggio. Infatti, come prevede l’architettura istituzionale di Israele, il Presidente non affida necessariamente l’incarico di governo al partito che riceve più voti in assoluto, bensì a quello che più degli altri sembra poter costruire una salda coalizione di governo. Perciò una buona affermazione delle diverse formazioni della destra (scenario decisamente probabile) orienterebbe il Presidente a dare l’incarico a Netanyahu, anche nel caso in cui i laburisti riuscissero a conquistare la maggioranza.

Bennett potrebbe quindi alzare di molto l’asticella delle sue richieste, ambire al Ministero della Difesa (finora negatogli) e acquisire così un potere di veto tale da renderlo a tutti gli effetti ago della bilancia del prossimo Esecutivo. Una strada che resta ancora aperta, visto che Netanyahu non ha cercato con Bennett quello scontro frontale che invece ha avuto con Livni e Lapid. Non è da scartare l’ipotesi che la fine prematura della legislatura, imposta da Netanyahu, miri proprio a salvaguardare questa possibilità di alleanza futura, “sacrificando” Livni e Lapid per ottenerla. In tale ottica si possono leggere anche le manovre di corteggiamento del nuovo partito di Moshe Kahlon (ex Ministro del Welfare e delle Comunicazioni in quota Likud), battezzato ufficialmente proprio nei giorni del crollo del Governo con il nome di Kulanu (“Tutti noi”). I sondaggi assegnano a Kulanu almeno una decina di seggi, numeri che possono rivelarsi fondamentali per Netanyahu allo scopo di costruire una maggioranza alternativa ma sempre imperniata sul Likud. Un accordo con Lieberman, invece, non sposterebbe in modo rilevante gli equilibri elettorali, specie dopo che i suoi più stretti collaboratori sono stati coinvolti in uno scandalo di presunta corruzione la vigilia di Natale, con un conseguente crollo dei consensi.

Qualche difficoltà durante la campagna elettorale potrebbe venire a Netanyahu anche dall’ex alleato Lapid. Il suo successo alle urne nel 2013 lo aveva consacrato leader del partito col maggior numero di voti, seppur di poco. Un risultato degno di nota per una formazione creata quasi dal nulla appena due anni prima. Bisogna però notare come i sondaggi, all’avvicinarsi della scadenza elettorale, concordino tutti nell’assegnare a Yesh Atid circa la metà dei voti e dei seggi attuali, una tendenza costante sin dallo scioglimento della Knesset a inizio dicembre. Meno minacciosa ancora appare invece la figura di Livni, che per la prossima tornata elettorale ha stretto un’alleanza con il partito laburista. La scelta di cambiare campo, giustificabile all’elettorato grazie al progressivo spostamento a sinistra dell’ex Ministro degli Esteri (da Likud a Kadima, fino a Hatnuah, ora in coalizione con i laburisti), rivela invece una debolezza di fondo. Con soli 6 seggi ottenuti nell’attuale legislatura e impegnata nel ritagliarsi uno spazio definito all’interno dello spettro politico, Livni non appare in grado di affrontare la forte competizione presente nello schieramento di centro-destra. Il ticket con laburisti, al contrario, secondo i sondaggi potrebbe ottenere qualche seggio in più del Likud, benché Livni se ne possa intestare solo una quota di minoranza.

Netanyahu deve poi fare i conti con gli oppositori interni al suo stesso partito, sul quale appare avere sempre meno presa in ragione di un generale spostamento a destra dell’elettorato. A dar voce a questa consistente fetta del partito è l’ex vice-ministro della Difesa, Danny Danon, che da anni ormai contende a Netanyahu la guida del Likud. Il primo tentativo risale al 2007, quando però raccolse pochi consensi nelle primarie interne e si piazzò terzo, mentre l’ultimo è di fine dicembre e gli è valso un quarto dei voti del partito. Gli attriti con Netanyahu sono diventati conclamati il 15 luglio, proprio nel vivo dell’operazione Protective Edge, quando il Premier lo ha costretto alle dimissioni a causa delle sue aspre critiche su come veniva gestita l’offensiva militare (il cessate il fuoco siglato con Hamas sul fronte sud al confine con l’Egitto).

A pesare sulla rielezione di Netanyahu è anche il deteriorarsi del rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto nel corso dei suoi ultimi due mandati, che gli ha attirato le critiche di buona parte del Likud nonché di altri esponenti di formazioni di destra. Sono oggetto di tensione le politiche israeliane sulle colonie nei Territori Occupati e la visione generale sul processo di pace con le autorità palestinesi. Dopo un accordo di massima con il Presidente Obama sul congelamento di nuovi insediamenti in Cisgiordania raggiunto nel 2009, già l’anno successivo il governo Netanyahu aveva ripreso la costruzione di 1.600 nuovi edifici in un’area periferica di Gerusalemme Est. Inoltre, benché Obama si sia fermamente opposto al riconoscimento della Palestina come Stato in sede ONU, ha spesso ribadito la necessità che Israele accetti di tornare ai confini del 1967.

A complicare il quadro sono poi i colloqui sul nucleare iraniano nel quadro del cosiddetto gruppo dei P5+1 (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania). Sin dal novembre 2013, gli Stati Uniti procedono con la prospettiva di ottenere risultati tangibili. La posizione di Israele in merito è antitetica, e consiste nel considerare un qualsiasi accordo con l’Iran come una grave minaccia per Tel Aviv (come continua a ribadire Netanyahu). Il Premier israeliano era stato protagonista di un’accesa seduta al Palazzo di Vetro dell’ONU nel settembre 2012, durante la quale aveva affermato che l’Iran era a un passo dall’ottenere una bomba atomica e aveva sollecitato una dura presa di posizione da parte della Comunità Internazionale. Proprio questo episodio è tornato alla ribalta a causa di un’informativa top secret del Mossad, i servizi segreti israeliani, datata 22 ottobre 2012 (quindi meno di un mese dopo le parole di Netanyahu a New York) e trapelata sui media alla fine di febbraio di quest’anno. Il breve report sostiene che Teheran è ancora lontana dal poter utilizzare il nucleare per scopi militari, in aperto contrasto con la posizione del Premier. Una situazione che difficilmente poteva variare nell’arco di soli 20 giorni.

Il “leak” è stato reso pubblico con una tempistica che va è andata a tutto svantaggio di Netanyahu, e non solo perché mancavano meno di due settimane alle elezioni. Infatti, il 3 marzo il Premier doveva tenere un importante discorso al Congresso degli Stati Uniti, con i negoziati sul nucleare iraniano come tema principale. Di certo l’informativa del Mossad non ha contribuito a migliorare i già tesissimi rapporti con l’Amministrazione Obama: Netanyahu non è stato ricevuto né dal Presidente Obama né dal Segretario di Stato John Kerry, principali promotori dell’apertura politica verso Teheran ed entrambi contrari alla visita ufficiale del Premier israeliano. Una situazione che non solo ha evidenziato ancora una volta tutta la distanza fra i due in merito al nucleare iraniano, ma ha anche impedito a Netanyahu di tornare in Israele con l’endorsement dello storico alleato in vista delle elezioni.

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