24 GIUGNO 2016
Geopolitical Weekly n.224
DI Luigi Rossiello

Sommario: Afghanistan, Nigeria, Sudafrica

 

Afghanistan

Nella mattina di lunedì 20 giugno, a Kabul, un attentatore suicida ha colpito un minibus che trasportava alcune guardie nepalesi, di un’agenzia di sicurezza privata, che prestavano servizio all’ambasciata canadese, uccidendo 14 contractor.

L’attacco sarebbe il frutto di uno studio meticoso degli abituali movimenti delle guardie di sicurezza ed è avvenuto lungo la principale arteria di collegamento tra la capitale e la città orientale di Jalalabad.

Rivendicato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, l’attentato è solo l’ultimo esempio di una generalizzata situazione di insicurezza che coinvolge tutto il Paese. Nella stessa giornata, infatti, un attentato dinamitardo ha interessato un mercato della provincia nordorientale del Badakshan. L’episodio avrebbe causato la morte di otto persone e il ferimento di altre 18.

I talebani sono così tornati a colpire per la prima volta dall’inizio del Ramadan e sembrano voler dare un segnale di forza alle autorità di Kabul per dimostrare che l’eliminazione del loro leader, il Mullah Mansour (ucciso da un drone statunitense, lo scorso 21 maggio) non ha fiaccato l’operatività del gruppo. Al contrario, poiché il nuovo Emiro, Haibatullah Akhundzada, dato il suo ruolo di esponente di spicco del clero sembra essere più una guida spirituale che militare, le azioni del gruppo potrebbero ora essere portate avanti dai comandanti sul campo, i quali potrebbero sfruttare la propria conoscenza del territorio e i propri contatti diretti con i militanti per massimizzare l’efficacia degli attacchi. Non è da escludere, per esempio, che l’attentato avvenuto a Kabul possa essere stato organizzato della rete Haqqani, gruppo attivo tra Afghanistan e Pakistan che ultimamente ha rafforzato il suo legame con i talebani. Già secondo vice di Mansour, infatti, il leader di questo gruppo, Sirajuddin Haqqani è attualmente il braccio destro di Akhundzada.

La reazione del governo di Kabul a quest’ultimo attacco non si è fatta attendere. Dopo quasi due anni di impasse, infatti, martedì scorso il Parlamento ha approvato le nomine del Presidente Ashraf Ghani per il ministero della Difesa e per la guida della Direzione Nazionale della Sicurezza, il servizio di intelligence dell’Afghanistan. Le due posizioni, che per molti mesi sono state l’oggetto del contendere tra i due schieramenti che animano il governo di coalizione (l’uno vicino al Presidente Ghani e l’altro espressioni degli ambienti tagiki del Capo dell’esecutivo Abdullah Abdullah), saranno assegnate rispettivamente ad Abdullah Habibi e a Mohammad Masoom Stanekzai.

Le difficoltà dell’attuale governo di rispondere con efficacia alla minaccia dei talebani, da un lato, e l’urgenza di scongiurare un collasso delle autorità centrali nel breve-medio periodo, dall’altra, hanno spinto il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a considerare una rimodulazione del piano di riduzione del contingente (inizialmente previsto per l’inizio del 2017) e ad estendere compiti del contingente statunitense in Afghanistan, con l’obbiettivo di contrastare un’eventuale escalation di azioni armate dei talebani e dare una svolta sensibile allo sforzo nei loro confronti.

Nigeria

 

Lo scorso 22 giugno, sette persone sono state rapite, in seguito ad un’imboscata contro un convoglio, perpetrata da un meglio identificato gruppo di assalitori, nei pressi della città di Calabar, nello Stato meridionale di Cross River. Tra i sequestrati ci sono tre cittadini australiani e un neozelandese, tutti impiegati presso una società australiana di costruzioni attiva nella regione. Con molta probabilità, nelle prossime settimane, i rapitori potrebbero chiedere un riscatto per il rilascio degli ostaggi.

Seppur gli Stati Federali del sud-est della Nigeria non siano nuovi ad episodi di questo tipo, era dal gennaio 2010 che non si verificava il rapimento di cittadini stranieri. In questo senso, il sequestro dei tecnici australiani e del neozelandese potrebbe rappresentare il primo segnale della ripresa di questo tipo di attività nel sud del Paese. Infatti, negli ultimi mesi, le popolazioni del sud della Nigeria sono tornate a manifestare un profondo dissenso nei confronti delle autorità centrali a causa del taglio dei sussidi statali e della riduzione del Programma di Amnistia e Reintegrazione (PAR), fondo straordinario creato dal governo per stimolare l’economia delle regioni meridionali e interrompere l’insurrezione del Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND). Infatti, tra il 2004 e il 2009, il MEND aveva lanciato una massiccia campagna di insorgenza contro il governo, attaccando le infrastrutture petrolifere e sequestrando i tecnici stranieri qui impiegati per ragioni politiche e finanziarie (pagamento dei riscatti).

In concomitanza con la riduzione del PAR, decisa dal nuovo Presidente Mohamed Buhari, si è assistito alla nascita di nuovi gruppi insurrezionali, tra i quali spiccano i Niger Delta Avengers (NDA, Vendicatori del Delta del Niger), attivi dallo scorso gennaio e decisi ad ottenere l’indipendenza delle regioni meridionali del Paese. La loro azione è stata sinora concentrata su attacchi contro le infrastrutture petrolifere.

Ad oggi, non è escludibile la nascita di nuovi gruppi ispirati ai NDA che, oltre agli attacchi contro oleodotti e gasdotti, possano concentrarsi sul lucroso business del rapimento degli occidentali.

Sudafrica

Lo scorso 21 giugno, nella città di Tshwane, municipalità metropolitana della provincia di Gauteng, non lontano daalla capitale Pretoria, sono scoppiati dei violenti disordini a seguito dell’esclusione alle prossime elezioni comunali, previste per agosto, del candidato del Congresso Nazionale Africano (ANC – African National Congress) Kgosientsho Ramokgopa, attuale sindaco di Tshawane e vero e proprio beniamino delle fasce più povere della popolazione. La decisione di escludere Ramokgopa per favorire la candidatura di Thoko Didiza è provenuta dai vertici dell’ANC, decisi a rinnovare i propri amministratori locali.

Nello specifico, centinaia di persone sono scese in piazza, bloccando le strade e incendiando negozi, autoveicoli e cassonetti della spazzatura, tanto da rendere necessario l’intervento della polizia e dei vigili del fuoco per sedare la rivolta e spegnere gli incendi.

Le proteste di Tshwane costituiscono una eccellente cartina di tornasole per comprendere l’instabilità dell’attuale scenario politico nazionale, caratterizzato da una crescente critica e da una profonda disaffezione popolare nei confronti dell’ANC.

Infatti, nonostante il partito sia, dall’inizio degli anni’90, la principale forza politica del Paese, negli ultimi anni la sua popolarità è stata erosa dai frequenti contrasti interni alla leadership e dai tanti scandali di corruzione e nepotismo che ne hanno travolto i quadri.

L’invito da parte del governo ad allentare le tensioni e le minacce rivolte agli autori della protesta non hanno, per adesso, sortito l’effetto sperato. Dunque, si può ipotizzare che i disordini potrebbero continuare fino a quando la candidatura di Ramokgopa sia ripresa in considerazione.