12 FEBBRAIO 2016
Geopolitical Weekly n.206
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Afghanistan, Corea del Nord, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo  

 

Afghanistan


Tra il 10 e l’11 Febbraio si sono registrati diversi scontri tra militanti dell’ISIS e combattenti talebani nella provincia orientale di Nangarhar al confine con il Pakistan e nella regione di Paktika che ha causato morti e feriti di entrambe le fazioni.  A causa della crescente tensione nelle suddette aree, centinaia di famiglie sono state forzate ad abbandonare le proprie case. Le provincie occidentali e settentrionali dell’Afghanistan dalla fine del 2014 e gli inizi del 2015 stanno diventando un terreno di scontro tra i presunti seguaci di al-Baghdadi e i talebani legati al leader Mansoor, la cui personalità divide le stesse forze dei ribelli. Nominato in seguito all’annuncio della morte dello storico leader talebano, il Mullah Omar, Mansoor non è stato riconosciuto in modo trasversale all’insorgenza. La contrarietà di alcuni comandanti talebani alla scelta della nuova leadership ha così provocato una profonda spaccatura all’interno del gruppo, nonché una sempre maggior concorrenza tra le diverse fazioni  per l’affermazione del proprio potere sul territorio. Tale dialettica ha portato alcuni gruppi talebani ad ingrossare i ranghi del gruppo affiliato al Califfato, nella speranza di trarre risorse e, soprattutto, popolarità da spendere per il rafforzamento della propria influenza. Questa conflittualità interna al panorama dell’insorgenza ha inevitabilmente peggiorato le già precarie condizioni di sicurezza interna e ha messo in evidenza come sia le Forze di sicurezza nazionali (Afghan National Security Forces, ANSF), sia le autorità di Kabul non siano in grado di rispondere con efficacia alla crescente minaccia talebana. 

Gli sforzi per la ricostruzione nazionale durati 15 anni sembrano essere già vanificati poiché la situazione attuale dell’Afghanistan si presenta particolarmente fragile. Dal 2013 i talebani sono riusciti a riprendere il controllo di molte regioni dell’area meridionale e orientale del Paese tra cui la più grande provincia afghana, quella di Helmand, ad est della città di Kandahar. Nonostante in questa regione le ANSF possano ancora contare sulla collaborazione con alcune unità delle Forze speciali sia statunitensi sia inglesi nella lotta all’insorgenza, i militanti continuano ad avere il controllo della maggior parte dei distretti. In questo contesto, l’abbandono graduale delle forze internazionali previste per il 2017, fanno temere per i possibili scenari del Paese che sembra poter tornare a dividersi socialmente su base etnica e tribale, dunque generando un nuovo conflitto civile.

 

Corea del Nord


Con il lancio del razzo a lunga gittata dalla base di Dongchang-ri in Corea del Nord lo scorso 7 febbraio, il regime di Pyongyang ha nuovamente suscitato l’attenzione della comunità internazionale. Sebbene il governo nordcoreano abbia giustificato il fatto con l’obiettivo di lanciare il satellite Kwangmyongsong-4 in orbita, l’episodio è stato considerato come una dimostrazione di avanzamento nello sviluppo di missili balistici da parte del Paese. Di conseguenza, il Consiglio di Sicurezza, con l’impegno di adottare nuovi provvedimenti, ha riconosciuto la vicenda come inosservanza di risoluzioni già esistenti sul programma balistico nordcoreano.

Le preoccupazioni della Comunità Internazionale sono legate principalmente alla possibilità che i missili balistici sviluppati dalla Corea del Nord possano un giorno essere utilizzati come vettori di una carica atomica. L’avanzamento tecnologico nel programma nucleare costituisce uno degli elementi centrali della politica di Kim-Jong-un. Sul piano nazionale, l’enfatizzazione della capacità nucleare è utile al regime di Pyongyang per alimentare la propria propaganda interna. Sul piano regionale e internazionale, i test nucleari e lo sviluppo di armamenti balistici servono al leader nordcoreano per acquisire un’arma di deterrenza tale da scongiurare eventuali mire aggressive da parte degli attori circostanti.

Riguardo agli avvertimenti del 7 febbraio, traspare la difficoltà di raggiungere una posizione condivisa sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza per fermare l’avanzata del programma missilistico di Pyongyang. Da un lato, gli Stati Uniti e il Giappone e la Corea del Sud hanno richiesto l’approvazione di risoluzioni più pesanti per il regime di Kim-Jong-un. Dall’altro la Cina e la Russia hanno sollecitato sanzioni più equilibrate mirate alla riduzione delle tensioni. Il governo cinese teme infatti, che il collasso del regime di Pyongyang, causi una crisi ai suoi confini, portando la presenza statunitense alle proprie frontiere in seguito a una eventuale riunificazione delle due Coree.

Le attuali difficoltà nel raggiungere una decisione di concerto tra le diverse potenze internazionali, potrebbero spingere gli attori maggiormente preoccupati dell’imprevedibilità nordcoreana, quali Stati Uniti e Corea del Sud, a cercare di superare l’impasse attraverso un rafforzamento delle relazioni bilaterali.  Un primo esempio di questa tendenza sembra derivare dalla decisione di Washington Gli Stati Uniti infatti, di dotare i propri partner sudcoreani del Terminal High Altitude Area Defense System (THAAD), sistema di difesa anti-missile che permette di distruggere i missili a lunga gittata come quello lanciato dalla Corea del Nord lo scorso 7 febbraio. Tale scelta, tuttavia, potrebbe rappresentare un ulteriore motivo di tensione nell’area: il rafforzamento del dispositivo militare di Seoul, infatti, non solo potrebbe accrescere la sensazione di accerchiamento di Pyongyang, ma potrebbe soprattutto incontrare la forte opposizione di Pechino, che guarderebbe ad esso come il tentativo da parte sia degli Stati Uniti sia degli attori regionali di contenere l’espansione dell’influenza cinese sulle acque del Pacifico.

 

Nigeria

Lo scorso 10 Febbraio nel campo profughi di Dikwa, nello Stato nord-orientale del Borno, due attentatrici suicide hanno fatto detonare le proprie cinture esplosive causando la morte di 65 persone e il ferimento di altre altre 150. Il campo di Dikwa ospita circa 50.000 persone, in larga maggioranza profughi provenienti dalle aree di maggior attività di Boko Haram, movimento terroristico affiliato allo Stato Islamico.  

Secondo le autorità, gli attentati sarebbero riconducibili al gruppo terroristico nigeriano che da diversi anni opera nel nord-est della Nigeria con il fine di istituire uno Stato islamico improntato sulla rigida applicazione della Sharia in senso salafita.

Nella parte nord-orientale del Paese, dove la popolazione è principalmente musulmana, la diffusione del jihadismo costituisce l’espressione del malcontento sociale e politico che si manifesta attraverso dinamiche di violenza e terrorismo. L’insoddisfazione della popolazione è dovuta essenzialmente al sottosviluppo e alle tensioni etniche tra il gruppo dominante degli Hausa-Fulani e il gruppo minoritario dei Kanuri, che vanno a comporre le fila principali dei seguaci di Boko Haram. Il movimento jihadista, si propone di rafforzare il proprio controllo del territorio attorno alle zone del Lago Ciad.

Per far fronte alla minaccia terroristica che influisce sull’instabilità politica del Paese, il governo di Abuja dovrebbe garantire una risposta che vada principalmente ad intaccare le basi sociali della diffusione del jihad. Per ridurre la povertà e la disoccupazione ed evitare l’arruolamento dei giovani nigeriani nelle frange di Boko Haram, si dovrebbero promuovere una serie di investimenti pubblici, che vadano a risanare le aree periferiche a nord-est del Paese.

 

Repubblica Democratica del Congo

Il 7 Febbraio scorso, milizie delle Nduma Difesa del Congo (NDC, prevalentemente formata da combattenti di etnia Nyanga) e dell’Unione dei Patrioti Congolesi per la Pace (UPCP, composta da guerriglieri di etnia Nande) hanno attaccato la popolazione di etnia Hutu in alcuni villaggi dei distretti di Lubero e Walikale, nella regione orientale del Nord Kivu. Gli assalti hanno provocato 21 morti e oltre 40 feriti.

Le incursioni delle NDC e dell’UPCP hanno rappresentato la rappresaglia violenta agli attacchi che, nelle scorse settimane, le Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR, milizia Hutu) avevano effettuato contro le comunità Nande, Nyanga e Mai Mai nel villaggio di Miriki, in Nord Kivu, e che avevano causato la morte di 14 persone.

I due episodi hanno fortemente preoccupato le Nazioni Unite, presenti nel Congo Orientale con la missione MONUSCO (Mission de l'Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo), che temono una possibile escalation delle violenze su base etnico-settaria nella regione. Infatti, la regione del Nord Kivu è da sempre teatro di conflitto tra diverse milizie che si contendono il controllo di un territorio ricco di giacimenti di oro, diamanti e terre rare e il primato nella gestione dei traffici illeciti di armi e materie prime. Oltre alle frizioni tra Hutu, Nande, Nyanga e gruppi Mai Mai, la regione orientale congolese soffre dell’attivismo di organizzazioni para-militari Tutsi, come il Movimento 23 Marzo (M23), spesso sostenute dal vicino Ruanda allo scopo di destabilizzare il governo di Kinshasa e controllare gli introiti del mercato nero di minerali.

Il livello di violenza raggiunto dagli scontri e dal conflitto inter-etnico in Congo Orientale ha spesso assunto tratti genocidari, costringendo le Nazioni Unite all’impego di un dispositivo militare esteso (oltre 20.000 uomini) e autorizzato all’impego massiccio della forza contro le milizie. Tuttavia, a causa sia delle difficoltà logistiche tradizionalmente sofferte da MONUSCO sia dell’estrema complessità dello scenario orientale congolese, permangono seri dubbi sulla possibilità delle Nazioni Unite di affrontare celermente ed efficacemente un eventuale massiccio e repentino innalzamento del livello delle violenze.