08 SETTEMBRE 2015
Al-Shabaab tra le divisioni interne e la seduzione dello Stato Islamico
DI Giulio Giomi

Il 5 luglio scorso, un attacco perpetrato dal gruppo terroristico somalo al-Shabaab contro un complesso residenziale della provincia di Madera, nel nord est del Kenya, ha causato la morte di quattordici minatori cristiani che lavoravano nella cava locale.

Questo è soltanto l’ultimo di una serie di attacchi attuati dall’organizzazione jihadista, che secondo i governi somalo e keniota andrebbero interpretati come atti disperati di un’organizzazione ormai in declino.

Tale tesi, seppur motivata da ragioni di ordine politico e propagandistico, trae in parte fondamento da un dato di fatto ormai acclarato: negli ultimi anni, a seguito della forte pressione militare portata avanti sia dalla missione di peacekeeping diretta dall’Unione Africana sotto l’egida dell’ONU (AMISOM) sia dalle attività militari di Stati Uniti e Francia, al-Shabaab ha perso terreno in Somalia, perdendo le sue antiche roccaforti (Mogadiscio, Baidoa, Kisimayo) e ripiegando nelle zone rurali a sud ovest del Paese.

Questo ridimensionamento territoriale ha indebolito il gruppo jihadista, creando un malessere interno esploso nella diatriba su un eventuale affiliamento o meno allo Stato Islamico, divenuto nell’ultimo anno e mezzo un “brand” vincente e di rilievo per il panorama terroristico internazionale. Tuttavia, è necessario ricordare che al-Shabaab ha effettuato il bayat (giuramento di fedeltà) verso al-Qaeda nel febbraio 2012, quando al-Zawairi, preso il comando dell’organizzazione dopo la morte di Bin Laden, diede il proprio assenso all’affiliazione.

Ne consegue che il gruppo somalo si è diviso lungo una linea che separa i sostenitori della prosecuzione dell’alleanza con al-Qaeda dai sostenitori dell’avvicinamento allo Stato Islamico. Nello specifico, la prima corrente è composta soprattutto dalla componente somala fondatrice del gruppo e capeggiata da Ahmad Umar, il nuovo Emiro dell’organizzazione entrato in carica il 6 settembre 2014, cinque giorni dopo la morte del predecessore Ahmed Abdi Godane in seguito ad un attacco aereo statunitense. Al contrario, la seconda corrente è riunita attorno a Mahad Karatey, comandante a capo dell’Amniyaat, il comparto intelligence e operazioni speciali dell’organizzazione, che insieme ai tanti combattenti stranieri spingerebbe per associarsi con lo Stato Islamico.

Indubbiamente dietro questi contrasti interni si nasconderebbero anche motivazioni d’interesse personale, poiché Ahmad Umar deve necessariamente rafforzare la sua leadership ottenuta meno di un anno fa, mentre Mahad Karatey è rimasto deluso dalla sua mancata nomina al vertice del gruppo. Proprio quest’ultimo ha sfruttato il forte risentimento che i foreign fighters provano nei confronti del leader, derivante dalla cosiddetta stagione della “Purga” di Godane: infatti, nel giugno del 2013, l’ex emiro, per riaffermare il suo potere avrebbe fatto imprigionare ed eliminare diversi miliziani stranieri, accusandoli di tramare alle sue spalle.

I sostenitori dell’affiliazione allo Stato Islamico sottolineano i grandi vantaggi propagandistici ed economici che al-Shabaab potrebbe ottenere dall’utilizzo del marchio e dal rafforzamento dei legami con il gruppo di Abu Bakr al-Baghdadi. Allo stesso modo, lo Stato Islamico, ponendo nel proprio network al-Shabaab, ingloberebbe la principale organizzazione jihadista dell’Africa orientale, una delle più prestigiose a livello mondiale nonché in grado di aprire un nuovo e significativo fronte in Kenya.

Infatti, i più recenti attacchi di al-Shabaab hanno dimostrato come l’ex colonia inglese sia diventata gradualmente uno dei bersagli preferito delle brigate jihadiste. Basti pensare che il gruppo jihadista ha perpetrato i suoi due attacchi più eclatanti all’interno del territorio keniota: quello al campus dell’Università di Garissa il 2 aprile 2015 e quello al Westgate di Nairobi il 21 settembre 2013. Entrambi gli eventi, essendo così diversi dal consueto modus operandi, caratterizzato da attacchi rapidi e improvvisi (mosquitos bites) rappresenterebbero, secondo diversi analisti, un chiaro messaggio inviato in particolare a Nairobi ma in generale a tutti gli stati impegnati a contrastarli: l’organizzazione, nonostante le sconfitte subite, non attraversa una fase calante ma anzi è in grado di raggiungere obiettivi di grande valore simbolico e strategico.

Proprio in riferimento alla strage commessa l’aprile scorso che è costato la vita a 147 studenti, il Presidente Uhuru Kenyatta ha subito forti critiche dagli organi di stampa nazionali per le troppe lacune nella sicurezza interna e ciò ha scatenato l’attuazione, nei territori confinanti con la Somalia, di una politica repressiva che ha colpito duramente la popolazione locale di origine somala e quella di fede musulmana.

Inoltre, Al-Shabaab ha sfruttato il possibile scontro etnico e sociale all’interno del Paese svolgendo da una parte un’efficace attività di reclutamento tra le fila dei giovani kenioti musulmani che si sentono discriminati e compiendo dall’altra azioni terroristiche che hanno anche l’obiettivo di aumentare lo scontro interreligioso (le esecuzioni degli studenti cristiani all’università Garissa ne sono una prova).

Come se non bastasse, la partecipazione del Kenya ad AMISOM fa di questo paese uno dei nemici principali di al-Shabaab.

Infatti, la missione dell’Unione Africana, che dal febbraio del 2007 opera su suolo somalo con il compito di estirpare la minaccia jihadista e supportare il fragile governo somalo, è riuscita a conquistare le zone nevralgiche a sud a cominciare dal 2012, con la presa di Kismayo, per poi arrivare nell’ottobre del 2014, mediante l’operazione denominata oceano Indiano, a controllare l’importante porto di Barawe situato a 200 km a sud di Mogadiscio, dove al-Shabaab aveva installato da sei anni il suo centro di comando operativo.

In sintesi, il gruppo jihadista del Corno d’Africa ha ormai assunto i tratti di un’organizzazione trans-nazionale, in quanto il suo ambito operativo spazia tra i vari paesi confinanti con la Somalia.