28 FEBBRAIO 2013
Geopolitical Weekly n.101
DI Andrea Ranelletti e Giulia Tarozzi

Afghanistan

Il 24 febbraio il presidente afghano Karzai avrebbe ordinato alle Forze Speciali statunitensi, situate nella provincie di Wardak e Lowgar, di cessare le operazioni. La decisione sarebbe stata presa in seguito alle torture subite da un cittadino afghano, attribuite dal governo, senza addurre alcuna prova, ai Berretti Verdi dello US Army. Wardak e Lowgar sono note per essere importanti “staging areas” per gli assalti complessi sulla capitale afghana. Il controllo di queste province è dunque cruciale per le operazioni di contro-insurrezione ma le cosiddette Village Stability Operations (VSO) delle forze statunitensi e delle milizie locali che collaborano con loro all’interno dell’Afghan Local Police, hanno creato tensioni sempre maggiori nelle relazioni tra Washington e Kabul.
Altro evento significativo è stato la cattura, il 20 febbraio scorso, di Maulvi Faqir Mohammad, importante comandante pakistano del TTP, ad opera dell’intelligence afghana, il National Directorate of Security. In un primo momento, anche in virtù degli incontri tenutisi a Londra il 4 febbraio, si era pensato che questo fosse il gesto-simbolo dell’inizio di una nuova fase di cooperazione tra Afghanistan e Pakistan. Quando però Islamabad ne ha chiesto l’estradizione, il ministro degli esteri afghano, Zalmai Rassoul, ha affermato che non esiste nessun accordo per l’estradizione tra i due Paesi. La decisione del governo Karzai è probabilmente connessa al rifiuto pakistano di rilasciare Abdul Ghani Baradar, uno dei maggiori esponenti dei talebani afghani, catturato a Karachi, nel 2010. Fino ad ora Islamabad ha gestito le relazioni con il vicino in modo nettamente dominante, decidendo in modo indipendente modi e tempi di liberazione delle centinaia di talebani in custodia nelle carceri pakistane. Lungi dall’essere l’inizio di una più stretta cooperazione fra i due vicini, la mossa di Kabul potrebbe dunque rappresentare un nuovo motivo d’attrito con il Pakistan e complicare ulteriormente la prospettiva di negoziati con l’insurrezione.

Filippine

Lunedì 25 febbraio il Presidente delle Filippine Benigno Aquino ha effettuato un richiamo ufficiale nei confronti dei cittadini filippini che da alcune settimane occupano l’area di Lahad Datu, nello Stato di Sabah in Malaysia. Gli uomini appartenenti al sedicente “Royal Sulu Army” proclamano il ritorno dell’area in possesso dell’antico Sultanato di Sulu, Stato islamico che governò alcune aree delle Filippine meridionali e del Borneo tra il XV e l’inizio del XIX secolo. Nonostante Sabah faccia parte della Malaysia dal 1963, lo Stato paga ancor oggi un pegno simbolico al Sultanato di Sulu per l’annessione.
Il Presidente Aquino ha rivolto il proprio appello direttamente al Sultano Jamalul Kiram III, leader spirituale del manipolo di circa 180 uomini, alcuni dei quali armati. L’arrivo di una nave filippina dovrebbe portare a Lahad Datu alimenti, medicine e ricondurre gli uomini in territorio filippino, ponendo fine alla controversia. L’ambasciata filippina a Kuala Lumpur ha tenuto a sottolineare la piena concordia degli sforzi con il governo malaysiano. Nonostante non vada escluso il rischio di un conflitto armato, l’azione dell’”Esercito Reale” dovrebbe concludersi a breve. La crescente cooperazione economica e commerciale in atto in questi anni tra Malaysia e Filippine non dovrebbe risentire in alcuna misura dell’incidente diplomatico.

Nigeria

In un video pubblicato su Youtube lo scorso 25 febbraio, membri della setta salafita Boko Haram hanno rivendicato il rapimento di 7 cittadini francesi, 3 adulti e 4 minori di età compresa tra i 5 e i 12 anni, avvenuto in Camerun la settimana precedente. Il sequestro è avvenuto nella località di Dadanga, nell’area del Waza National Park, in prossimità del confine con Ciad e Nigeria. Si tratta di una novità assoluta: Boko Haram non aveva mai effettuato rapimenti di occidentali, concentrando i propri sforzi contro le forze governative e la popolazione cristiana nigeriana. I miliziani, quale condizione per il rilascio degli ostaggi, hanno chiesto la liberazione di decine di donne detenute dalla polizia in quanto sospettate di avere legami con Boko Haram.
L’efficacia degli ultimi rapimenti di cittadini occidentali, tra i quali l’italiano Silvano Trevisan, da parte di Ansaru, movimento nato nel gennaio 2012 da una scissione interna a Boko Haram, potrebbe aver indotto la setta a utilizzare i sequestri come arma di pressione contro le forze governative. A differenza di Ansaru, che risente maggiormente dell’ideologia jihadista globale, Boko Haram agisce prevalentemente seguendo un’agenda nazionale.
Una maggiore varietà e articolazione delle azioni di Boko Haram potrebbe incrementarne la pericolosità. La coesistenza di due gruppi terroristici attivi con scopi e metodologie differenti potrebbe rendere ancor più complesso lo scenario politico e di sicurezza in Nigeria e nell’intera Africa occidentale.

Palestina

Domenica 24 febbraio a Saeer, vicino Hebron, si sono svolti i funerali di Arafat Jaradat, un palestinese di 30 anni deceduto mentre si trovava in custodia in una prigione israeliana. Le autorità israeliane hanno affermato che il giovane sarebbe morto d’infarto. Secondo Issa Qaraqe, Ministro palestinese per gli Affari dei prigionieri, però, l’autopsia, effettuata da un anatomopatologo israeliano, confermerebbe che la morte è avvenuta a causa delle gravi lesioni subite. A seguito di queste affermazioni migliaia di persone sono scese in piazza durante i funerali di Jaradat per manifestare la propria rabbia nei confronti di Tel Aviv. Tra questi vi erano anche molti militanti delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, di cui il defunto faceva parte, che hanno giurato di vendicarne l’assassinio. Le proteste arrivano come benzina sul fuoco dopo una settimana di scontri intensi tra esercito israeliano e palestinesi in tutta la Cisgiordania, che hanno portato al ferimento di oltre 150 persone. Ad amplificare ulteriormente le tensioni due giorni dopo, è stato il lancio un razzo nel sud di Israele dalla Striscia di Gaza, il primo attacco dopo il cessate-il-fuoco concordato l’operazione “Pilastro di difesa” effettuata a novembre. Il razzo ha colpito l’area industriale di Ashkelon danneggiando alcune infrastrutture ma senza provocare vittime. Da un comunicato via mail, inviato a diversi reporter, pare che a rivendicare l’azione sia stato proprio il gruppo di al-Aqsa, legato a Fatah. Nonostante tutto questo accresca la tensione nell’area il quadro resta sostanzialmente stabile, visti anche gli accenni di aperture di Hamas verso potenziali accordi con Israele.

Siria

Il 28 febbraio si è tenuto a Roma l’incontro del “Gruppo di Alto livello sulla Siria", organizzato dalla diplomazia italiana su richiesta del neo-Segretario di Stato americano John Kerry. Alla riunione hanno preso parte undici Paesi impegnati nella ricerca di una soluzione alla crisi siriana e la Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione. All’incontro ha infatti preso parte il leader di quest’ultimo organismo, Moaz al-Khatib, il quale in un primo momento aveva minacciato di non prender parte all’evento. La presenza dell’opposizione siriana è stata possibile solo dopo la promessa di nuovi aiuti da parte degli Stati Uniti. Durante l’incontro, John Kerry ha in effetti attaccato duramente Assad per la sua brutalità, annunciando che, oltre all’assistenza umanitaria e logistica già fornita, gli Stati Uniti daranno all’opposizione siriana “assistenza diretta non letale”, confermando di fatto le indiscrezioni riguardanti un aumento della collaborazione con i ribelli. L’aiuto economico statunitense all’opposizione anti-regime siriana è stato quantificato in 60 milioni di dollari. Intanto, l’Unione Europea ha prolungato di tre mesi le sanzioni contro il regime, che scadevano proprio in coincidenza del meeting romano.