08 APRILE 2014
Bulgaria: la lunga battaglia tra Nabucco e South Stream
DI Anna Miykova

La parabola ondivaga che ha segnato la storia del gasdotto Nabucco si è conclusa con un nulla di fatto. L’importanza che gli era stata attribuita dall’Unione Europea (UE) e l’entusiasmo iniziale avevano contribuito a definirlo flag project della strategia energetica europea ma, a conti fatti, il suo sonoro fallimento è stato una profonda sconfitta per la Bulgaria e per l’UE.

Il gasdotto Nabucco poteva essere un assetto in grado di alleggerire significativamente il monopolio russo delle forniture di gas verso Sofia. Infatti, oltre il 70% del fabbisogno energetico bulgaro viene soddisfatto dalle importazioni estere, soprattutto per quanto riguarda il gas. Inoltre, la stessa UE dipende per 1/3 dai rifornimenti del Cremlino.

Il forte legame economico tra Mosca e Sofia è diventato molto pericoloso, soprattutto in occasione del susseguirsi, più o meno frequente, delle cosiddette crisi del gas tra Ucraina e Russia. In particolare, nel gelido inverno del 2009 la Bulgaria è rimasta priva di rifornimenti gasieri per oltre 13 giorni, faticando ad assicurare il riscaldamento a tutta la popolazione. In linea con questa necessità di ridurre la sua dipendenza da Mosca, la nuova strategia energetica nazionale approvata nel 2011 ha posto come priorità la sicurezza degli approvvigionamenti (priorità analoga a quella dell’UE) attraverso la diversificazione delle fonti, dei fornitori e delle vie di trasporto.

In quest’ottica di diversificazione, i gasdotti Nabucco e South Stream sono stati a lungo oggetto di confronto/scontro e talvolta di critiche. Entrambi i progetti, infatti, pur avendo tracciati diversi, ricalcano l’idea di un corridoio energetico meridionale in grado di aggirare l’Ucraina come Paese di transito evitando i problemi legati alla conflittualità nei rapporti russo-ucraini.

In definitiva, la lunga battaglia tra i due progetti si è conclusa nel giugno 2013, quando il consorzio internazionale Shah Deniz II ha sancito il tramonto definitivo del Nabucco preferendogli il gasdotto Transadriatico (TAP) e lasciando scontenta la Bulgaria, che ne sarebbe stata alimentata.

Il primo governo bulgaro ad accordare il suo sostegno al gasdotto Nabucco è stato quello del socialista Stanishev nel 2009. La medesima posizione è stata assunta dal premier Borisov (2009-2013), leader del partito di centro-destra GERB, che lo ha definito vitale per lo Stato e si è impegnato oltre ogni misura per la sua realizzazione. Il colossale progetto infrastrutturale avrebbe convogliato nel cuore dell’Europa 30 mmc di gas azero transitando per Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e giungendo infine in Austria. Dalla sua realizzazione, Sofia avrebbe ottenuto enormi vantaggi. Innanzitutto sfruttare le risorse gasiere azere per spezzare il monopolio russo avrebbe significato affrancarsi da una pericolosa dipendenza non lasciando spazio a pressioni di tipo economico o politico provenienti da Mosca. Inoltre, forte della sua posizione chiave a cavallo tra Europa e Asia, la Bulgaria avrebbe potuto giocare un ruolo importante in un eventuale ridimensionamento geopolitico tra l’influenza russa e le ambizioni europee e statunitensi nei confronti della regione caspica e dell’Asia centrale.

Nonostante i buoni propositi e le invitanti prospettive, sul Nabucco pesavano alcune criticità strutturali. Una di queste riguardava la scelta delle fonti di rifornimento. Infatti, nonostante il giacimento azero di Shah Deniz sia uno dei più grandi della regione caspica, esso sarebbe stato in grado di coprire al massimo 10-15 mmc dei 30 mmc di capacità del gasdotto. D’altro canto, per attingere alle riserve di gas del Turkmenistan, la cui entità è sconosciuta, si sarebbe dovuto costruire un costoso gasdotto sul fondo del mar Caspio, del valore stimato di 25 miliardi di dollari. Tale progetto, oltre a problemi economici e ingegneristici, avrebbe dovuto scontrarsi con la mancanza di una legislazione regolante la suddivisione delle zone economiche esclusive dei Paesi rivieraschi.

In ogni caso, alla fine del 2012, con la realizzazione dei primi lavori per la realizzazione del South Stream in Russia, il Nabucco è stato definitivamente accantonato. Mentre le compagnie dell’Europa Orientale temporeggiavano nella conclusione di accordi, l’italiana Eni e la russa Gazprom firmavano un’intesa per la realizzazione di un gasdotto che da Dzhugba, in Russia, arriverà fino al porto di Varna, in Bulgaria, che sarà lo snodo per due diramazioni: una verso l’Italia del sud passando per la Grecia e l’altra verso l’Italia del nord attraversando Serbia, Ungheria, Slovenia e infine Austria. Il gas russo alimenterà le condutture per una capacità doppia rispetto al Nabucco (63 mmc), di cui ben 15,6 mmc scorreranno su territorio bulgaro a partire dal 2015.

Nel frattempo, i rapporti di cooperazione energetica tra Bulgaria e Russia sono stati articolati attraverso l’accordo per la costituzione della joint venture tra BEH (Bulgarian Energing Holding) e Gazprom per la costruzione del tratto bulgaro del South Stream. Gli accordi prevedevano una suddivisione a metà dei dividendi, ma il governo socialista di Oresharski è riuscito a ottenere benefici ben più rosei delle previsioni iniziali. Infatti, alla fine delle trattative, la Bulgaria ha concordato un prezzo ribassato per le forniture di gas, un prestito di 620 milioni di euro per la realizzazione dei gasdotti da restituire in 22 anni con un tasso d’interesse agevolato e la quota maggioritaria della joint venture. Infine, impiegando solo la metà delle tariffe di transito per la costruzione del gasdotto, la Bulgaria potrà trarre importanti guadagni per rimpolpare le scarne casse dello Stato.

E’ evidente che le enormi concessioni russe fatte alla Bulgaria siano una mossa strategica che, a discapito dell’Unione europea, hanno giocato a favore dei disegni egemonici energetici della Russia. Ancora una volta, infatti, il vano tentativo dei Paesi europei di rendersi, almeno in parte, indipendenti dalle risorse energetiche russe è fallito per la mancanza di una politica energetica coordinata ed univoca.

Dunque, la Bulgaria non verrà alimentata da gas azero, come nemmeno gli altri Paesi dell’Europa Orientale, e per altri 22 anni manterrà un pericoloso rapporto di sudditanza energetica nei confronti di Mosca. Per cercare di limitare la stretta energetica russa, la Commissione Europea ha dichiarato che gli accordi che la Russia ha sottoscritto con i singoli Paesi di transito del South Stream sono in contrasto con il Terzo Pacchetto Energia. Per questo motivo, le trattative bilaterali tra Mosca e i diversi governi europei orientali hanno subito una battuta d’arresto. Tale impasse è stato ulteriormente acuito dalla crisi ucraina, a causa della quale la Commissione Europea ha rimandato i colloqui con Mosca che, dal canto suo, ritiene necessario il rispetto degli accordi già sottoscritti a discapito delle direttive europee approvate in seguito alla conclusione degli stessi.

Nel caso in cui Bruxelles proseguisse nel blocco del progetto South Stream, la Bulgaria potrebbe incorrere in una doppia trappola: le sanzioni da parte della Commissione a causa del mancato rispetto della legislazione comunitaria e le pretese giuridiche da parte della Russia per via del mancato rispetto dei contratti.