28 NOVEMBRE 2012
I limiti della strategia antiterrorismo della Nigeria
DI Claudia Enas

Negli ultimi tre anni la setta islamica radicale Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato”) è divenuta, indubbiamente, la maggiore minaccia alla sicurezza interna della Nigeria, come testimoniato dalla frequenza quasi settimanale degli attacchi contro la popolazione cattolica ed il personale delle Forze Armate e di Polizia. L’ultimo attentato suicida, avvenuto domenica 25 novembre, ha colpito una chiesa situata nel compound militare di Jaji, nello Stato di Kaduna, causando la morte di undici persone. Anche l’offensiva condotta da degli uomini armati contro una stazione di polizia di Abuja, il giorno successivo, è stata attribuita alla setta.

Il movimento è stato fondato nel 2002, a Maiduguri, da Mahammed Yusuf, leader spirituale sunnita, con l’obiettivo di instaurare la sharia in tutto il Paese. Dopo l’arresto e la morte del suo fondatore, nel 2009, Boko Haram ha dichiarato guerra al Governo centrale, avviando un’escalation di attacchi terroristici sempre più frequenti e violenti in aree sempre più estese del territorio nigeriano.

Per rispondere a questa emergenza, il Governo nigeriano ha costituito la Joint Task Force (JTF), una brigata interforze dislocata principalmente nel nord-est del Paese (Yobe e Borno State) composta da circa 3.000 uomini provenienti dalle tre Forze Armate nazionali (Esercito 1.500, Marina Militare 750, Aereonautica Militare 650), dalla Polizia (1.500) e dal SSS (State Security Service, 500). Tra il personale in servizio nella JTF sono presenti molte unità che, all’estero, sono state impegnate in varie missioni di peacekeeping e cease-fire monitoring, sia in ambito delle Nazioni Unite che come colonna portante della Economic Community of West African States (ECOWAS) durante le operazioni in Liberia, in Sierra Leone (ECOMOG) e nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC).

Oltre all’esperienza maturata nei teatri di crisi, le forze anti-terrorismo nigeriane negli ultimi anni hanno avuto accesso a diversi programmi di addestramento promossi da accordi internazionali di cooperazione militare. Attualmente la Nigeria partecipa al programma militare Operation Enduring Freedom – Trans Sahara (OEF-TS), attivo dal 2007 nell’ambito della Trans Saharan Counter Terrorism Initiative (TSCTI), condotta dagli Stati Uniti a favore di alcuni Stati africani dell’area mediterranea e occidentale (Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal). L’OEF-TS fornisce supporto militare addestrando le truppe con attività come il Counterterrorism Assistance Training e il Terrorist Interdiction Program (TIP). Per finanziare la TSCTI, il Congresso statunitense ha stanziato 500 milioni di dollari, destinandoli ai suoi partner africani coinvolti nella lotta al terrorismo di matrice qaedista. Inoltre, sempre nell’ambito dell’addestramento interforze, dal 2010, molti ufficiali nigeriani ricevono parte della loro formazione in Pakistan, principalmente a Quetta, presso la Military Academy, Command and Staff College e nella National Defence University di Islamabad.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il coinvolgimento diretto della Counter-Terrorism Implementation Task Force (CTITF), dal maggio del 2012 hanno avviato l’iniziativa Integrated Assistance for Counter-Terrorism (I-ACT) in supporto al Governo di Abuja. Nello specifico, si tratta di un programma volto a sviluppare consenso e coesione tra la popolazione, implementare le misure di law enforcement e migliorare le capacità del sistema giudiziario.

Tuttavia, nonostante l’impegno addestrativo, la strategia anti-terrorismo del Governo nigeriano mostra i limiti tipici di quelle istituzioni statali che, per la prima volta, devono affrontare un problema di questo tipo. Infatti, l’amministrazione Jonathan ha sinora optato per una soluzione militare del conflitto con Boko Haram senza affiancarvi un altrettanto massiccia opera di negoziazione e mediazione politica.

Al contrario, nella strategia proposta dal CTITF emerge l’importanza della creazione di consenso e fiducia nella popolazione verso le istituzioni e le forze dell’ordine, allo scopo di privare Boko Haram del sostegno di cui gode nel nord-est del Paese. Tuttavia, il Governo Jonathan ha deciso di intraprendere una soluzione fortemente repressiva e caratterizzata da rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, rischiando di ottenere un risultato opposto rispetto alle aspettative. Infatti, sono molteplici i rapporti secondo i quali i militari e le forze di polizia nigeriane si scaglino indiscriminatamente contro la popolazione civile sospettata di offrire appoggio e copertura a Boko Haram.

In questo contesto capita che si verifichino spesso casi di abuso di potere da parte dell’apparato di sicurezza. I rastrellamenti a cui la JTF sottopone alcune città del nord, come Maiduguri, Damaturu e Potiskum, hanno dei costi elevati in termini di vite umane e si dimostrano raramente efficaci. L’operazione condotta il 15 novembre scorso in cui è rimasto ucciso Ibn Saleh Ibrahim, comandante delle milizie di Boko Haram a Maiduguri, rappresenta uno dei casi emblematici della strategia della JTF. La sua individuazione e la sua uccisione sono state possibili soltanto dopo due mesi di indagini caratterizzate da continui raid nelle periferie degradate della città. Questo modus operandi intrapreso dalla JTF contribuisce in modo significativo alla delegittimazione delle istituzioni da parte dei cittadini coinvolti. Ne consegue che la popolazione del nord del Paese sarà sempre più portata a condividere la causa della setta, sentendosi ad essa vicina, e, contemporaneamente, a garantirle supporto e copertura durante le operazioni.

Le difficoltà di azione da parte del contro-terrorismo nigeriano sono determinate innanzitutto dalla struttura di Boko Haram, una setta di base etnica Kanuri impenetrabile dall’esterno a causa della rigidità dei canoni di ammissione. Il gruppo risulta talmente esclusivo e selettivo da scegliere minuziosamente i propri membri, rigettando le candidature autonome. Questo rende difficile operare con interventi di infiltrazione da parte del SSS.

Un ulteriore problema è dettato dalla corruzione che dilaga nelle istituzioni del Paese, ivi comprese le Forze Armate e la burocrazia. Una parte della classe politica nigeriana, soprattutto cattolica e di etnia Yoruba, accusa le Forze Armate di avere al loro interno dei simpatizzanti di Boko Haram i quali forniscono alla setta informazioni sensibili. Anche le istituzioni locali sono compromesse da episodi che le rendono complici dell’instabilità del Paese. I principali imputati sono il Governatore di Kano, Ibrahim Shekarau, e il Governatore di Bauchi, Isa Yuguda, accusati di “elargire donazioni” a Boko Haram in cambio di cessazioni temporanee delle ostilità. Inoltre, personaggi influenti del panorama politico nigeriano quali Mohammed Abacha, figlio del Gen. Sani Abacha, ex Presidente della Nigeria (1993-1998), e il Gen. Muhammadu Buhari, Capo di Stato tra il 1983 ed il 1985, sono accusati di finanziare la setta islamista per destabilizzare il nord del Paese e delegittimare il potere centrale. Alla luce della loro estromissione, nel 2010, rispettivamente dalla corsa al Governatorato di Kano e dalla Presidenza della Repubblica, il sostegno di Abacha e Buhari a Boko Haram sarebbe una forma di ritorsione.

Non a caso, di recente, Buhari ha rifiutato l’incarico di mediatore tra il Governo federale nigeriano e Boko Haram, dichiarando di non possedere contatti all’interno della setta necessari ad assolvere alla funzione. Nonostante il compito di mediatore sia generalmente considerato degno di stima e fiducia, date le accuse sopraccitate e il suo trascorso nelle Forze Armate, nelle istituzioni governative e nella National Petroleum Corporation, Buhari teme che l’accoglimento di un ruolo del genere possa alimentare i sospetti di collusione con la setta, al punto da compromettere del tutto la sua immagine politica e sociale.

Sempre nell’ambito di possibili trattative con la setta, il Governo centrale ha valutato un’alternativa che prevede il coinvolgimento di un esponente del clero musulmano, potenzialmente in grado di predisporre le basi per un dialogo con Boko Haram. Tuttavia, sinora neppure questa soluzione ha dato gli effetti sperati. L’esempio dello Shehu di Borno, scampato a un attentato nel giugno del 2012, lascia intendere che Boko Haram non accetti l’autorità e non riconosca il prestigio dei religiosi accusandoli di essere mero strumento degli interessi del governo centrale.

In conclusione, la soluzione militare intrapresa finora, oltre a non condurre allo sradicamento della setta, potrebbe favorire l’aumento delle potenziali reclute jihadiste nelle fila di Boko Haram. Attraverso le misure fortemente repressive che sta adottando, il Governo centrale si aliena il sostegno e la simpatia della popolazione e delle realtà locali del nord, vessate da povertà, corruzione e violenza. In risposta, Boko Haram approfitta del disagio sociale nell’area per accrescere il proprio sostegno, anche tra la popolazione di etnia Hausa-Fulani. Considerando che Boko Haram, come qualsiasi altra setta, vive e sopravvive là dove gli siano garantiti supporto e copertura, affinché questi requisiti vengano meno è indispensabile che il Governo nigeriano intraprenda una soluzione di tipo politico-sociale attraverso politiche di welfare e di integrazione etnica. Così facendo lo Stato centrale creerebbe i presupposti per stabilire un legame di fiducia e collaborazione con i cittadini del nord del Paese e porrebbe le basi per il riconoscimento della propria autorità e legittimità. Senza la collaborazione della popolazione del nord della Nigeria sarà molto difficile riuscire a sconfiggere Boko Haram.