01 GIUGNO 2018
Geopolitical Weekly n. 294
DI Giulia Lillo e Giulio Nizzo

Corea del Nord

Lo scorso 30 maggio il Generale Kim Jong Chol, uno fra i più alti ufficiali del regime nordcoreano, si è recato in visita negli Stati Uniti per un incontro con il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in quella che è la prima visita negli Stati Uniti da parte di un ufficiale nordcoreano di così alto rango in quasi dieci anni. L’incontro aveva come scopo quello di rivitalizzare le trattative fra i due Paesi per il summit che si sarebbe dovuto tenere il prossimo 12 giugno a Singapore e che, la settimana precedente, era stato improvvisamente annullato dal Presidente Donald Trump. Parallelamente a questo evento, ufficiali nordcoreani e statunitensi si sono incontrati, a Singapore e sembrerebbe anche all’interno della zona demilitarizzata al confine fra le due Coree, sempre per discutere la possibilità di salvare il summit nonostante i numerosi problemi sorti nelle ultime settimane.

Il motivo per cui i lavori per il faccia a faccia tra i due leader si sono arrestati così bruscamente è da ricondurre alle difficoltà delle due parti di trovare una convergenza su i principali punti in discussione. Queste posizioni riguardano principalmente, ma non esclusivamente, il problema della denuclearizzazione della Penisola coreana. Infatti, il ritiro dal summit da parte di Trump è arrivato come risposta alle dichiarazioni di Pyongyang di non voler rinunciare all’armamento nucleare come era stato precedentemente fatto intendere. Sebbene il nucleare coreano abbia, sulla carta, solo scopo di deterrenza, esso costituisce comunque una pericolosa minaccia agli occhi degli Stati Uniti, che spingono per una dismissione completa e a priori del programma nucleare.

D’altra parte, l’arsenale atomico costituisce, per Pyongyang, il coronamento di una strategia militare più che decennale, formulata per scongiurare eventuali ingerenze esterne contro la stabilità del regime. Le recenti dichiarazioni dell’amministrazione Trump circa l’idea di perseguire, con la Corea del Nord, un piano simile a quello messo in atto con la Libia del Colonello Gheddafi non ha facilitato il dialogo. Kim Jong-un, infatti, teme che, persa la propria deterrenza principale, non ci possa essere nulla che impedisca a Washington di supportare un cambio di regime all’interno del proprio Paese.

 

Libia

Il 29 maggio si è svolta la conferenza sulla Libia organizzata dal Presidente francese Macron, cui hanno partecipato il Primo Ministro libico Fayez al-Serraj, il Generale Khalifa Haftar, il Presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk Aguila Saleh e il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli Khaled al-Mishri, insieme con altri attori libici ed internazionali. L’iniziativa francese puntava essenzialmente a concordare una data per le elezioni parlamentari e presidenziali (fissata al 10 dicembre). Mentre alcuni dei nodi negoziali più controversi sono stati di fatto rinviati a dopo il voto, come la riunificazione delle Forze Armate, per altri la tempistica è ben più vaga. È il caso dell’adozione della nuova Carta costituzionale (che dovrebbe introdurre la figura presidenziale, inedita nel panorama istituzionale libico), per la quale è stata indicata la data del 16 settembre ma non in modo vincolante, sicché viene lasciata aperta la possibilità che il Paese vada al voto senza una Costituzione condivisa. L’accordo di Parigi è stato soltanto approvato a voce ma non sottoscritto dalle parti.

Quanto è emerso a Parigi è un segnale che sembra indicare che le varie fazioni del Paese sono disponibili al dialogo con i rivali in nome di un’unità nazionale che, tuttavia, resta ancora da costruire. Ad ogni modo, quello che è emerso sono anche due visioni divergenti per quanto riguarda il processo di pacificazione e ricostruzione della Libia. Da un lato, la Francia pone le elezioni del prossimo 10 dicembre come priorità assoluta ed uno dei suoi principali intenti attraverso questa conferenza era proprio quello di accelerare questo processo. Tuttavia, questo non collima con il piano di azione dell’ONU che, per contro, comprende una serie di tappe, fra cui la convocazione di una conferenza nazionale generale, passo necessario per la costruzione di un consenso trasversale e nazionale prima di procedere con il voto. Il rischio dell’approccio francese è che delle elezioni troppo affrettate, in un contesto delicato come quello libico, possano risultare in ulteriori disordini, dal momento che una delle due parti potrebbe non accettarne l’esito, facendo sprofondare di nuovo il Paese nella violenza. D’altronde, è stata proprio la mancanza di tale consenso a portare alla frattura istituzionale del Paese dopo le elezioni del 2014 e, successivamente, a rallentare e impedire l’implementazione degli Accordi di Skhirat per la riunificazione dei Parlamenti di Tripoli e Tobruk.

 

Mozambico

Il 27 maggio, militanti appartenenti al gruppo jihadista al-Shabaab hanno decapitato almeno dieci persone, tra cui donne e bambini, nel villaggio di Mojane, nella regione settentrionale mozambicana di Cabo Delgado.

L’attacco fa seguito a quelli perpetrati nel mese di ottobre e rappresenta il più atroce tra quelli compiuti finora. Nato nel 2014 e presentatosi  inizialmente come setta religiosa di ispirazione wahabita, al-Shabaab si è rafforzato nel corso del tempo e ha basato la propria attività politica sulla sollecitazione alla disobbedienza civile per contrastare la marcata corruzione del governo centrale. Tale attivismo si è accentuato negli ultimi due anni e ha assunto posizioni più violente e radicali, come la richiesta di imposizione della Sharia e il contrasto all’insegnamento laico. In una regione ricca di riserve di petrolio e gas, nonché di giacimenti di rubini e zaffiri, ma che versa in condizioni economiche e sociali molto precarie, al-Shabaab nel tempo ha ottenuto sempre maggiore supporto popolare grazie ai legami con imam radicali di due moschee locali e all’avvio di iniziative a sfondo caritatevole e assistenziale.

Al-Shabaab trae il proprio nome dall’omonimo gruppo somalo affiliato ad al-Qaeda (Harakat al-Shabaab al-Mujaheddin) ed attivo in tutto il Corno d’Africa.  

L’attacco al villaggio di Mojane potrebbe rappresentare la definitiva trasformazione di al-Shabaab da setta ad organizzazione armata, fortemente intenzionata a lanciare una vera e propria campagna di guerriglia contro lo Stato. La vicinanza geografica alla Tanzania, che presenta infiltrazioni di miliziani appartenenti alla rete jihadista somala, potrebbe prospettare una qualche forma di collegamento tra i gruppi terroristici del Corno d’Africa e la militanza locale. Inoltre, la sempre maggior radicalizzazione del gruppo mozambicano potrebbe risultare conveniente per le reti jihadiste internazionali, come al-Qaeda e lo Stato Islamico, che puntano ad espandere la loro influenza anche nell’Africa meridionale.

 

Spagna 

Venerdì 1 giugno il parlamento spagnolo ha approvato la mozione di sfiducia contro il governo di Mariano Rajoy con 180 voti a favore, 169 contrari e una astensione. In tal modo Pedro Sanchez, leader del Partido Socialista Obrero Espanol (PSOE), è stato eletto nuovo Primo Ministro. Nei prossimi giorni è attesa la presentazione del nuovo programma di governo, assieme alla lista dei ministri. A sostegno della mozione di sfiducia si sono schierati, accanto al PSOE, i deputati di Podemos, il Partido Nacionalista Vasco (PNV), i nazionalisti baschi di sinistra (EH Bildu) e i due maggiori partiti indipendentisti catalani, (PDeCAT ed ERC). Al contrario, il Partido Popular e la piattaforma di centro-destra Ciudadanos si sono espressi contrariamente. L’esito di tale crisi di governo giunge in seguito agli sviluppi del cosiddetto “caso Gurtel”, uno scandalo giudiziario che ha coinvolto alcuni esponenti di spicco del Partido Popular, accusati di finanziamenti illeciti, riciclaggio e corruzione. Tra questi l’ex-tesoriere Luis Bàrcenas, condannato a 33 anni di carcere, e sua moglie Rosalia Iglesias. Complessivamente la sentenza ha emesso pene per un totale di 361 anni di reclusione per i 29 imputati. 

L’unica arma a disposizione del Premier uscente per scongiurare la formazione di una nuova maggioranza senza passare dalle urne sarebbero state le dimissioni anticipate. Tale mossa non sarebbe stata presa in considerazione, auspicando, nel breve termine, il fallimento di un governo intrinsecamente instabile. L’unico filo conduttore a tenere unita la maggioranza sembra infatti l’opposizione all’operato di Rajoy. Sarà una sfida estremamente delicata per Sanchez mantenere unita una compagine di governo profondamente eterogenea, all’interno della quale convivono sensibilità contrastanti, soprattutto in riferimento alla questione catalana.