16 MARZO 2018
Geopolitical Weekly n. 284
DI Giulio Nizzo

Germania

Lo scorso 14 marzo, il Bundestag ha ufficialmente conferito, per il quarto mandato consecutivo, l’incarico di Cancelliere ad Angela Merkel, con 364 voti a favore su un totale di 709. Nella stessa giornata sono seguiti l’incontro della Cancelliera con il Presidente della Repubblica Federale Frank-Walter Steinmeier e, successivamente, il giuramento dei ministri. Ciò ha posto fine al più lungo vuoto di governo dal dopoguerra ad oggi, durato poco meno di sei mesi. L’ipotesi iniziale di una coalizione “Jamaica”, composta da Unione Cristiano Democratica (CDU), Verdi (Die Grünen) e Partito Liberaldemocratico (FDP), dopo alcuni mesi era infatti naufragata per via delle profonde divergenze fra le fazioni politiche, specialmente in materia di ambiente e immigrazione, temi sui quali i Verdi si sono dimostrati particolarmente intransigenti e non inclini al compromesso. Questo ha portato le forze politiche in gioco ad dover riconsiderare le alleanze per elaborare un nuovo piano di governo.

In seguito a ciò, al fine di garantire la governabilità in un momento molto delicato sia per il Paese che per l’Europa, la CDU ha raggiungo un accordo per formare una grande coalizione (GroKo) con il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), che già in passato aveva sostenuto due dei tre precedenti governi Merkel. Entrambi i partiti hanno subito un forte calo di consensi nelle scorse elezioni, le quali hanno invece visto il successo del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) che, con il 12.6%, si trova ad essere la terza forza politica del Paese, nonché il primo partito di opposizione. Il quarto governo Merkel nasce dunque all’insegna della continuità rispetto al passato e dal compromesso con una forza politica, l’SPD, che durante la campagna elettorale aveva dichiarato di non essere più disposta a ripetere l’esperienza di governo con Angela Merkel.

Nonostante queste premesse, un segnale di discontinuità rispetto al passato è rappresentato dalla nomina del socialdemocratico Olaf Scholz ad un Ministero chiave come quello delle Finanze. Scholz, ex-Sindaco di Amburgo, personalità di spicco all’interno del partito, già in passato aveva preso parto al primo governo Merkel, ricoperto il ruolo di Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali. La sua nomina segna un punto di rottura rispetto al predecessore, Wolfgang Shäuble, noto sostenitore delle misure di austerity e estremamente sensibile al tema del pareggio di bilancio.

 

Iraq

Lo scorso 9 marzo, il Premier Haider al-Abadi ha firmato un decreto con cui le Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) vengono integrate ufficialmente all’interno delle forze di sicurezza regolari del Paese. Le PMU resteranno sotto il controllo del Premier e saranno dotate di una struttura organizzativa con al vertice un Consiglio, cui il capo del Governo delega alcuni poteri. Il decreto riconferma ai vertici sia Falah Fayadh, ex consigliere per la sicurezza nazionale, sia il leader di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis.

Le PMU sono milizie principalmente sciite nate su base per lo più volontaria nel 2014, in seguito all’appello dell’Ayatollah Ali al-Sistani, una delle più eminenti figure religiose del panorama sciita iracheno, con lo scopo di far fronte all’avanzata dello Stato Islamico (IS o Daesh) visto il collasso delle Forze Armate. Ad oggi, le PMU costituiscono un gruppo-ombrello estremamente eterogeneo che conta oltre 60 fazioni e almeno 110.000 combattenti. Fra i gruppi di spicco che ne fanno parte vi sono l’Organizzazione Badr, guidato da Hadi al-Amiri, Asaib Ahl al-Haq di Qais al-Khazali e la già citata Kataib Hezbollah.

Il decisivo contributo delle PMU nella sconfitta di Daesh ha accresciuto la loro popolarità nel Paese e, di conseguenza, l’influenza esercitata dai suoi massimi esponenti. Proprio il grande seguito popolare di cui godono rappresenta un fattore importante in vista delle vicine elezioni legislative, fissate il prossimo 12 maggio. Infatti, questo bacino di consenso costituisce, in potenza, un capitale politico rilevantissimo. Se da un lato esponenti delle PMU come Amiri sono candidati in prima persona, dall’altro lato sono diversi i politici iracheni che negli ultimi mesi hanno tentato di porsi come loro punto di riferimento per trarne un vantaggio in termini elettorali. In questo senso, il decreto promulgato dal Premier Abadi va letto come un tentativo di recuperare consensi a due mesi dal voto, in una fase in cui la sua leadership nel partito Dawa è sempre più contestata dall’ex Premier al-Maliki.

 

Turchia

Lo scorso 13 marzo, il parlamento turco ha approvato una nuova legge elettorale. Il provvedimento introduce la possibilità, per i partiti, di unirsi in coalizione. In questo modo, diventa possibile ottenere una rappresentanza parlamentare anche senza raggiungere l’altissima soglia di sbarramento, che resta al 10%. Inoltre, la nuova legge prevede che il presidente di ciascun seggio sia nominato dal governo e che vi sia una presenza delle forze di sicurezza all’interno dei seggi stessi. Infine, viene ammessa la possibilità di contare come valide anche le schede prive del timbro.

Questa riforma precede elezioni legislative e presidenziali particolarmente importanti per il Paese, poiché quelle previste per il novembre del 2019 sanciranno l’entrata in vigore definitiva dei cambiamenti costituzionali approvati con il referendum di aprile 2017, che introduce una forma di presidenzialismo forte. Di fatto, si tratta di un passaggio cruciale per il Presidente Erdogan, poiché rappresenta il culmine del suo progetto politico.

La nuova legge elettorale è stata duramente criticata dalle opposizioni, le quali accusano Erdogan di averla elaborata a proprio esclusivo vantaggio. Innanzitutto, esse temono che molte delle misure previste rendano il processo elettorale meno trasparente, pregiudicando la possibilità di monitorare il corretto svolgimento del voto. Inoltre, l’introduzione delle coalizioni viene letta come un tentativo, da parte del Presidente, di conservare una larga maggioranza in parlamento grazie ai deputati del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), che fin dal golpe fallito dell’estate 2016 si sono sempre più appiattiti sulle posizioni del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan. Infatti, una coalizione AKP-MHP gioverebbe a entrambi i partiti: mentre la formazione nazionalista ha visto un crollo verticale dei consensi e rischia di non ottenere il 10%, l’AKP nel referendum del 2017 ha subito un’emorragia di voti anche nelle sue tradizionali roccaforti di Istanbul e Ankara, alimentando il timore di non riuscire più a formare quegli esecutivi monocolore che hanno caratterizzato senza eccezioni la parabola politica dell’AKP dal 2002 a oggi.