23 APRILE 2012
L’India e la minaccia dei maoisti
DI Antonio Mastino

Il 17 marzo un commando del gruppo maoista denominato Comitato Organizzatore dello Stato dell’Orissa ha rapito due italiani, un operatore turistico e un turista, tenendoli in ostaggio per circa quindici giorni nella giungla. Il Comitato – facente parte di quell’insieme di gruppi maoisti compresi tutti nella categoria di “naxaliti” – hanno inviato alle autorità locali una lista di tredici richieste come contropartita alla liberazione dei due prigionieri. Le principali riguardavano sostanzialmente la liberazione di alcuni detenuti nelle carceri indiane, mentre altre (acqua potabile nella loro regione, irrigazione nei campi, istruzione, etc.) erano perlopiù inquadrabili come una ri-proposizione degli obiettivi di medio periodo della loro lotta armata.

Il sequestro rappresenta il primo episodio di violenza ai danni di cittadini occidentali della quarantennale storia dei naxaliti, dal momento che dal 1967 ad oggi essi hanno sempre colpito obiettivi interni. Ciò del resto è avvenuto, quasi in contemporanea al sequestro dei due italiani, con il rapimento del membro del Parlamento dell’Orissa Jhina Hikaka.

Il termine “naxaliti” si riferisce a una macro-categoria di gruppi politici para-militari che, sebbene siano tutti riconducibili a un’ideologia totalizzante di stampo maoista, durante la loro storia hanno mostrato obiettivi di breve e lungo termine diversi, scissioni e ricomposizioni. Il termine deriva dal nome del villaggio del Bengala Occidentale di Naxalbari, dove, nel 1967, una rivolta popolare anti-latifondista provocò un’escalation dell’attività di gruppi fuoriusciti dal Partito Comunista Indiano Marxista che abbandonarono il partito e la vita istituzionale. La prima fase dell’offensiva naxalita (dal 1967 al 1971), cresciuta in maniera esponenziale grazie all’appoggio strategico di Pechino, declinò con la morte in carcere del leader carismatico dell’allora gruppo di riferimento (il Partito Comunista Indiano Marxista-Leninista, PCIML), Charu Majumdar, nel ’72, e con l’avvento nel ’79 di Deng Xiaoping che segnò la fine del sostegno cinese.

La ripresa dell’offensiva armata di stampo naxalita si deve alla nascita (nel 2004) del Partito Comunista Indiano Maoista (PCIMa), fusione del Centro Comunista Maoista e di una frangia del PCIML, il cosiddetto People’s War Group (da cui proviene anche il gruppo che ha rapito gli italiani in Orissa).

Quest’insieme di gruppi locali, uniti dal patto politico che da vita al PCIMa ha, secondo le stime delle autorità indiane, una consistenza numerica di circa 10 mila miliziani. L’area in cui essi combattono si estende in tutti gli Stati federati della costa Est del paese (il cosiddetto “corridoio rosso”), in cui controllano interi villaggi e le aree forestali circostanti. L’ideologia naxalita, infatti, ha maggiore capacità di penetrazione nelle classi più emarginate ed escluse dallo sviluppo del paese. La presa del maoismo si segnala, dunque, soprattutto tra i contadini delle grandi aree rurali a basso tasso di alfabetizzazione (65% circa di media), dove c’è un’alta concentrazione dei terreni agricoli a latifondo e dove l’intervento dello Stato nell’economia è stato negli anni insufficiente (in India dove l’investimento pubblico sovrasta ancora quello privato). Inoltre, sono segnalate come molto attive nel movimento anche le cosiddette “scheduled classes and scheduled tribes”, caste e tribù tradizionalmente escluse dalle élite dell’India e che tuttora vivono la condizione di depressione rispetto al resto della popolazione. Tra questi, gli Adivasi, un insieme di popolazioni autoctone molto presenti nell’Est del paese, rappresentano una parte importante del “capitale umano” dei maoisti, com’è stato dimostrato da diversi report indiani.

Il governo di New Delhi, per combattere i naxaliti, ha usato nel corso dei decenni metodi diversi. Se durante il periodo ’67-’71 si serviva dell’appoggio di milizie locali di contro-insorgenza (la Salwa Judum), oggi utilizza le sue forze regolari. Ha infatti lanciato, a metà 2009, una vasta operazione di polizia chiamata Operation Green Hunt, a partire dalla giungla dello Stato del Maharashtra (distretto di Gatchiroli), nell’India centrale, con l’obiettivo poi di penetrare in quella dell’Andra Pradesh e del Chattisgarh, gli Stati (assieme al Jharkhand) dove il controllo del PCIMa è maggiore. A febbraio 2010 quest’operazione già coinvolgeva 20mila uomini e diversi mezzi aerei, ma le diverse uccisioni dei civili segnalate da parte della polizia hanno influenzato sia l’opinione pubblica generale indiana che le popolazioni effettivamente coinvolte che – come già detto – di fatto appoggiano la guerriglia.

Oltre all’appoggio della popolazione locale, il PCIMa gode del supporto in funzione anti-indiana di diversi attori esteri che forniscono loro armi e expertise militare. Uno di questi attori è il partito maoista nepalese, asceso al potere dopo il rovesciamento della monarchia di Katmandu, a novembre 2009 ha ammesso la sua “piena collaborazione” con i “fratelli” indiani (soprattutto in termini di passaggio di armi dai confini). Il principale alleato strategico è, però, l’Inter-Service Intelligence pakistana (ISI) che, nell’ambito del conflitto tra Islamabad e New Delhi, dà il proprio appoggio a diversi gruppi che combattono il governo indiano, tra i quali gli stessi naxaliti. L’ISI fornirebbe l’addestramento alle milizie, utilizzando come retroterra logistico delle aree in Myanmar che in Bangladesh, e armi di contrabbando provenienti dalle fabbriche cinesi. Questo passaggio avviene tramite l’intermediazione di altri gruppi armati secessionisti che operano in India, la cui collaborazione col PCIMa è stata più volte segnalata dalle autorità indiane. Tra questi lo United Liberation Front of Asom (ULFA), il People’s Liberation Army of Manipur (PLAM) e una branca del National Social Council of Nagaland (NSCN).

Oltre al già citato procurement estero da cui giungono diversi tipi d’arma leggera, mine e esplosivi, altro materiale arriva dai furti alle fabbriche d’armi nelle zone sotto il loro controllo, tra cui si può includere anche l’importante industria di fertilizzante del Jharkhand. Un’altra parte dei loro armamenti arriva, poi, dalle fabbriche sotto il loro diretto controllo che producono una grossa quantità di armi artigianali, tra cui anche proiettili di mortaio e esplosivi. Il ritrovamento, poi, negli arsenali di villaggi strappati al loro controllo, di mitragliatrici leggere e carabine per proiettili da 5.62 mm in dotazione alla NATO e di fucili Galil da 7.62 mm (venduti all’India da Israele), sta a significare che i naxaliti prendono armi anche dalle stesse Forze Armate indiane, coercitivamente o tramite corruzione.

I naxaliti, dunque, rappresentano per il governo indiano un forte problema di stabilità interna. Gli sforzi per contenere il fenomeno e far arretrare le milizie ottengono successi alternati a pesanti sconfitte, come nell’aprile 2010 nelle foreste del Chattisgarh, quando in un’operazione contro i naxaliti sono morti 76 uomini della polizia indiana. L’Operation Green Hunt, ha sì sferrato duri colpi ai maoisti, ma i diversi episodi di morti di civili per mano delle autorità indiane hanno ulteriormente esasperato le popolazioni dei villaggi della giungla. L’appoggio alla guerriglia di attori esterni provenienti praticamente tutti i paesi confinanti mantiene poi vitale il movimento maoista e in uno scenario come questo potrebbe anche inserirsi la Cina che, in caso di deterioramento delle relazioni con l’India, potrebbe riattivare il collegamento con l’insorgenza maoista interrotto nel 1979 e utilizzare il PCIMa come proxy.