17 NOVEMBRE 2017
Geopolitical Weekly n. 276
DI Paolo Crippa e Matteo Ritucci

Myanmar

Mercoledì 15 novembre, il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson, si è recato in visita ufficiale in Myanmar per discutere con le autorità la crisi umanitaria dei Rohingya. L'emergenza è scaturita lo scorso agosto, quando l'attacco ad una base militare da parte di militanti di etnia Rohingya ha innescato una campagna di dura repressione da parte dell'esercito. Le operazioni a tappeto hanno provocato l'esodo di 600.000 persone. In realtà, il contrasto tra Rohingya e le autorità centrali risale agli Anni Ottanta, quando la giunta militare ha utilizzato i forti contrasti intra-etnici e religiosi esistenti tra la maggioranza della popolazione e la minoranza Rohingya, di religione musulmana, al fine di acquisire maggiori consensi.

Durante la visita, Tillerson ha incontrato il Generale Min Aung Hlaingla, Capo delle Forze Armate e, successivamente,  la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi. L'inviato degli Stati Uniti ha sollecitato entrambe le parti a far maggior chiarezza sull'accaduto e a garantire un’indagine indipendente. In particolare si è rivolto al Generale, poiché le questioni riguardanti l’ambito securitario sono di pertinenza delle Forze Armate. La dittatura militare, durata un cinquantennio, è terminata infatti solo nel 2015, anno in cui si sono tenute le prime elezioni democratiche vinte dal partito National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi. 

Già alcune settimane dopo lo scoppio della crisi, Washington aveva iniziato a valutare una revisione delle relazioni bilaterali, arrivando anche a riconsiderare quelle sanzioni che l'Amministrazione Obama aveva rimosso all’indomani dello svolgimento delle elezioni nel Paese. Tra le varie possibili soluzioni avanzate, Tillerson ha preferito proporre delle sanzioni mirate a quei membri dell'esercito ritenuti più coinvolti nella gestione delle operazioni militari che hanno riguardato i Rohingya, senza colpire l’intero Paese con pesanti limitazioni economiche. Tale prudenza da parte degli Stati Uniti dipende dal timore che un atteggiamento più assertivo, qualora giudicato eccessivamente punitivo, possa indurre il Myanmar ad allontanarsi da Washington, in un riposizionamento da cui potrebbero trarre vantaggio altre potenze regionali, in particolare la Cina.

 

Regno Unito

Lo scorso 12 novembre, David Davis, Segretario di Stato per la Brexit in quota al Partito Conservatore, ha annunciato che l’accordo che la Gran Bretagna proporrà all’Unione Europea sarà elaborato in un atto del Parlamento Inglese, consentendo ai suoi membri di discuterlo ed eventualmente emendarlo.

Si tratta di una significativa concessione del Governo May al fronte europeista interno, che annovera non soltanto i membri dell’opposizione labourista e liberaldemocratica, ma anche un gruppo di 15 Tories ribelli, accusati dal quotidiano britannico Daily Telegraph di voler far naufragare la Brexit attraverso i propri voti. Al centro del dissenso è la proposta, annunciata da Downing Street, di voler incorporare nell’atto parlamentare anche la data ufficiale di uscita, fissata per il 29 marzo 2019. Secondo i Tories “ribelli” si tratterebbe di un clamoroso errore strategico, che regalerebbe all’Unione Europea la possibilità di rallentare i negoziati, minacciando di lasciare l’Inghilterra in balia di un vuoto legislativo a partire dal 29 marzo 2019.

A fronte di una maggioranza parlamentare non più compatta attorno alla linea “Hard-Brexit” del Primo Ministro May e di un esecutivo fortemente indebolito dai recenti scandali e dimissioni, l’ago della bilancia si sposta nettamente a favore dell’Unione. A questo stato dei lavori gli scenari di rischio per il Regno Unito sono essenzialmente due. Qualora Theresa May riuscisse a mantenere unito il proprio partito attorno alla linea “Hard-Brexit”, i negoziatori europei potrebbero valutare l’accordo non soddisfacente ed inasprire le richieste di carattere economico. Qualora invece il Parlamento non riuscisse ad approvare una proposta coerente entro la seconda settimana di dicembre, termine fissato dall’Unione, toccherebbe a Bruxelles porre le proprie condizioni. In questo secondo caso, il responsabile europeo per i negoziati Michel Barnier, sembrerebbe disposto a garantire al Regno Unito non più di un semplice  accordo di libero scambio sul modello di quello attualmente in vigore tra l’Unione Europea e il Canada (CETA). Se questa fosse l’unica opzione realistica, si tradurrebbe in un sostanziale fallimento per Westminster, dal momento che l’accordo Bruxelles-Ottawa, che ha un focus decisamente sbilanciato sullo scambio di beni rispetto ai servizi, è di gran lunga inferiore all’attuale posizione di Londra all’interno del mercato unico.

 

Zimbabwe

Nella notte tra il 15 e il 16 novembre le Forze di Difesa dello Zimbabwe (FDZ) hanno effettuato un colpo di Stato allo scopo di destituire il Presidente Robert Mugabe, leader del partito ZANU – PF (Zimbabwe African National Union – Patriot Front) ed al al potere dal 1980, neutralizzando contestualmente la cerchia più stretta dei suoi alleati.

A guidare il golpe è stato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Constantino Chiwenga, adducendo la necessità di porre a termine la lunga stagione di potere del Presidente ed avviare una nuova stagione politica all’insegna di riforme democratiche ed economiche. Ad innescare formalmente l’azione delle Forze Armate è stata la sommaria estromissione dal potere del vice-Presidente Emmerson “il Coccodrillo” Mnangagwa, eroe della guerra di indipendenza, tra gli uomini più influenti del Paese e tra i papabili alla successione del 93enne Mugabe.

Il colpo di mano dei militari rappresenta la manifestazione più estrema del malcontento politico e sociale contro Mugabe, colpevole di politiche crescentemente autoritarie e fortemente familistiche. Nello specifico, negli ultimi mesi, attraverso numerose epurazioni nel comparto burocratico e di partito, il Presidente aveva spianato la strada della successione al vertice dello Stato a sua moglie Grace, detta “Gucci” per il suo sfarzoso stile di vita, scontentando così la vecchia guardia dello ZANU – PF e le ambizioni di tutte quelle personalità di lungo corso che dominavano la scena pubblica sin dall’indipendenza del Paese. Nella fattispecie, le ultime decisioni di Mugabe aveva inasprito le divisioni tra la fazione G40, formata dalla moglie Grace e dall’ala giovanile del partito, e la fazione “Lacoste”, riunita attorno al vice-Presidente Mnangagwa e ai veterani della guerra d’indipendenza. Dunque, esiste la possibilità che le Forze Armate abbiano agito di comune accordo con la fazione “Lacoste” per destituire il vecchio Presidente e neutralizzare la fazione G40, come peraltro confermato dagli arresti di alcuni suoi membri di spicco, tra i quali il Ministro dell’ Educazione Jonathan Moyo, il Ministro della Governance Locale Saviour Kasukuwere, il Ministro delle Finanze Ignatius Chombo.

Mugabe, attualmente agli arresti nella sua residenza alla periferia della capitale Harare, non ha ancora intrapreso alcuna azione in risposta al colpo di Stato, probabilmente sorpreso dalla rapidità degli eventi. Tuttavia, egli non appare deciso ad abbandonare il potere prima di aver ricevuto rassicurazioni e garanzia circa la propria incolumità e quella della sua famiglia.

Ad oggi, appare difficile prevedere quelli che potrebbero essere gli effetti del golpe. Infatti, esiste sia la possibilità di una transizione pacifica all’insegna del compromesso e della riconciliazione tra le fazioni opposte dello ZANU – PF e dei partiti di opposizione, sia la possibilità di radicalizzazione del dibattito politico e di escalation delle violenze il fronte pro-Mugabe e i suoi avversari.