05 MAGGIO 2017
Geopolitical Weekly n.258
DI Pierluigi Barberini

Afghanistan

 

Lo scorso mercoledì 3 maggio un attacco suicida ha colpito un convoglio militare NATO a Kabul, provocando la morte di 8 civili e il ferimento di almeno altre 28 persone. L’esplosione sarebbe stata causata da un’autobomba e avrebbe avuto come obiettivo il convoglio di veicoli militari facenti parte della missione internazionale Resolute Support, che tuttavia sarebbero stati danneggiati solo leggermente. Secondo un portavoce, 3 militari americani sarebbero rimasti lievemente feriti. L’attentato è stato rivendicato da Daesh attraverso l’agenzia di propaganda Amaq. L’attacco compiuto dalla così detta branca “Khorasan” dell’autoproclamato Stato Islamico segue di qualche giorno quello organizzato dai talebani il 21 aprile contro la base militare dell’esercito afghano situata nei pressi di Mazar-e-Sharif, nella provincia settentrionale di Balkh. In tale circostanza, un gruppo composto da una decina di talebani era riuscito ad entrare nella base travestendosi da soldati e sfruttando dei documenti falsi, quindi aveva aperto il fuoco sui militari. I terroristi avevano dapprima preso di mira la moschea della base, dove molti soldati erano riuniti per la preghiera del venerdì, per poi dirigersi successivamente verso la mensa. Il bilancio dell’attacco ha visto circa 150 morti tra le fila dei militari afghani, e diverse decine di feriti. Molte sono state le critiche che si sono levate per la mancanza di adeguate misure di sicurezza, dal momento che gli attentatori sono riusciti ad entrare con relativa facilità nel perimetro della base. In virtù dell’attacco e delle critiche ricevute, si sono dimessi il Ministro della Difesa, Abdullah Habibi, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Qadam Shah Shahim. I due attacchi si aggiungono alla lunga lista di recenti episodi di violenza di cui l’Afghanistan è vittima, e dai quali non sembra trovare una via d’uscita. La situazione di insicurezza generalizzata che caratterizza il Paese sembra divenire sempre più critica, con i talebani che non appaiono intenzionati a concedere un attimo di tregua al governo afghano. Da un lato l’attacco alla base dell’esercito afghano dimostra come l’insorgenza talebana sia attiva e organizzata, e come sia in grado di perpetrare attacchi di notevole entità e complessità, oltre che dal grande ritorno propagandistico. Dall’altro l’attentato di Kabul, rivendicato dall’ISIS, è sintomo di come il gruppo si sia ormai insediato stabilmente anche in Afghanistan, rappresentando così un ulteriore minaccia e un ostacolo in più alla pacificazione del Paese. In tale contesto va inquadrata la decisione degli Stati Uniti di rischierare circa 300 marines nella provincia meridionale di Helmand, tradizionale roccaforte dell’insorgenza talebana, e di considerare un rafforzamento della propria presenza in Afghanistan attraverso l’invio di un ulteriore contingente di militari, che potrebbe attestarsi tra i 3000 e i 5000 uomini. Anche il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha dichiarato che l’Alleanza potrebbe valutare la possibilità di aumentare il contingente internazionale dispiegato nel Paese e prolungare il proprio impegno di addestramento e mentoring attraverso la missione Resolute Support.

Autorità Nazionale Palestinese

Lo scorso 1 maggio, dal Qatar, il leader uscente di Hamas Khaled Meshaal ha illustrato un documento che dovrà integrare con alcune importanti modifiche la carta costitutiva del gruppo. La più rilevante è senz’altro la proposta di uno Stato palestinese delimitato dai confini del 1967, ovvero localizzato nella Striscia di Gaza e nei territori della Cisgiordania. Benché il documento non arrivi a riconoscere l’esistenza e la legittimità di Israele e non ceda in nulla sul punto del diritto al ritorno, di fatto segna un notevole cambiamento nella linea politica di Hamas. Infatti, la limitazione geografica proposta da Hamas è in linea di principio compatibile con la soluzione dei due Stati, cardine del processo di pace israelo-palestinese da decenni e che trova negli Stati Uniti uno dei suoi tradizionali sostenitori. Tuttavia, la proposta non ha incontrato il favore della controparte israeliana, che insiste nel richiedere come presupposto imprescindibile il riconoscimento della propria esistenza. Pur senza aver appianato divergenze fondamentali tra le parti, la mossa di Hamas potrebbe facilitare la riapertura di un canale negoziale sotto l’egida del Presidente Trump, che negli stessi giorni riceveva alla Casa Bianca il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmud Abbas e entro maggio si recherà in Israele. Il documento, che modifica la versione originale del 1988, si segnala anche per altri importanti slittamenti della linea politica di Hamas. Tra tutti, il più significativo è la sparizione del riferimento ad Hamas come ala della Fratellanza Musulmana. Tuttavia, Meshaal ha confermato che il movimento continua a riconoscersi nell’ideologia degli Ikhwan. La decisione di segnare un distacco quanto meno operativo tra Hamas e la Fratellanza potrebbe indicare la volontà di ripristinare i rapporti con l’Egitto, che controlla l’ingresso a Gaza attraverso il valico di Rafah e sta conducendo, fin dalla salita al potere del Presidente al-Sisi nel 2013, una dura campagna di repressione contro le organizzazioni affiliate alla Fratellanza.

Mali

Il 30 aprile, nella foresta di Foulsare, riserva a sud-est di Gao e al confine con il Burkina Faso e il Niger, un’operazione contro-terrorismo condotta dai soldati francesi della missione “Barkhane” ha portato alla distruzione di un campo d’addestramento jihadista e all’uccisione di 20 miliziani. L’area in questione ospita le brigate del Fronte di Liberazione del Macina (FLM) e di Ansar al-Din Sud (ADS), due movimenti terroristici particolarmente attivi nelle regioni meridionali del Paese e in Burkina Faso. All’indomani dell’operazione, il Presidente maliano Ibrahim Boubacar Keita ha annunciato il prolungamento per altri 6 mesi dello stato d’emergenza in risposta sia alla recente crescita nel numero degli attacchi terroristici sia all’irrigidimento nelle trattative politiche tra il governo centrale e le comunità Tuareg di Kidal. Il FLM riunisce i combattenti jihadisti di etnia Peul / Fulani nelle regioni centrali e meridionali del Mali e nel nord del Burkina Faso. Fondato nel 2015 da Amadou Koufa, veterano della guerra maliana del 2011-2013 ed ex-membro del MUJAO (Movimento per l’Unità e il Jihad nell’Africa Occidentale), il gruppo ha lanciato numerosi attacchi contro le Forze Armate francesi e maliane ed ha partecipato attivamente agli attentati del a 2016 Ouagadougou, quando un commando di assalitori ha attaccato l’Hotel Splendid e il Ristorante Cappuccino uccidendo circa 30 persone, tra cui molti cittadini occidentali. Dal canto suo, ADS rappresenta l’emanazione meridionale di Ansar al-Din, movimento jihadista afferente ai clan Tuareg di Kidal. L’operazione delle Forze Armate francesi ha dimostrato come la minaccia terroristica in Mali e in tutto il Sahel sia ancora molto consistente ed elevata, nonostante gli sforzi della Comunità Internazionale e del governo di Bamako. Le precarie condizioni economiche della regione e il perdurare di tensioni etniche e conflitti politici continua a garantire ampi spazi di penetrazione ai network jihadisti nord africani, decisi a sfruttare l’appoggio delle tribù per aumentare la propria influenza ed il proprio potere economico tramite il controllo del territorio e dei traffici illegali di droga, armi ed esseri umani.

Venezuela

Il Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato lunedì 1 maggio la convocazione di un’Assemblea Costituente del popolo allo scopo di riscrivere la costituzione del Paese. La decisione arriva dopo oltre un mese di dure proteste e violenti scontri tra manifestanti anti-governativi e forze di polizia, durante i quali sono morte nel almeno 30 persone. In seguito al comunicato del Presidente, nuove proteste hanno colpito le strade di Caracas. La polizia è subito intervenuta con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e getti d’acqua per disperdere i cortei, causando il ferimento di almeno 37 persone. Maduro ha affermato che la nuova Costituzione dovrebbe servire a stabilizzare il Paese ed impedire la presa del potere da parte di presunte organizzazioni di stampo fascista. In realtà, tale retorica, mutuata dalla narrativa dell’ex Presidente Hugo Chavez, appare poco più che mera propaganda. La scelta da parte di Maduro di convocare una nuova Costituente si inserisce in un contesto piuttosto delicato e in un clima politico incandescente. Infatti da oltre un mese il Paese è attraversato da una crescente ondata di contestazioni nei confronti del governo, criticato per il suo operato e per la grave crisi economica che attanaglia il Venezuela. Numerose manifestazioni di protesta si sono susseguite negli ultimi giorni, con la capitale Caracas che è divenuta un vero e proprio campo di battaglia. Le opposizioni, riunite nella Tavola dell’Unità Democratica (Mud) sostengono che il Paese sia avviato verso una deriva autoritaria e dittatoriale e hanno fortemente osteggiato la decisione presa dal Presidente. Secondo loro Maduro avrebbe intenzione di attuare un vero e proprio colpo di Stato, andando a riformare l’assetto istituzionale del Venezuela ed esautorando l’Assemblea Nazionale che, essendo controllato dalle opposizioni, è l’unico potere rimasto al di fuori dell’orbita governativa. Probabilmente, Maduro cerca di consolidare il proprio potere andando alla ricerca di una qualche forma di legittimazione popolare, contando sul supporto dei diversi apparati governativi. La situazione rimane pertanto critica, e senza un netto passo indietro da parte del Presidente, è altamente improbabile che nel breve periodo la crisi possa essere normalizzata.