04 SETTEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.184
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Libano, Somalia, Thailandia, Ucraina

 

Libano

Il 1° settembre decine di dimostranti afferenti al movimento “You Stink” hanno occupato per diverse ore alcuni corridoi della sede del Ministero dell’Ambiente a Beirut, invocando le dimissioni del Ministro Mohammed Machnouk. Questi viene visto come il principale responsabile della crisi sanitaria e ambientale che interessa da più di un mese la capitale libanese e le zone limitrofe, a causa dell’interruzione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. La crisi ha avuto origine a metà luglio quando, in seguito alla chiusura della discarica di Naameh, non è stato individuato un sito alternativo dove convogliare la spazzatura che conseguentemente si è accumulata lungo le strade di Beirut.
Al di là della questione dei rifiuti, le proteste rappresentano una critica sia nei confronti del governo del Premier Salam, accusato di essere incapace di fornire i servizi essenziali alla popolazione, sia dell’intero sistema istituzionale su base settaria, visto ormai come obsoleto e dominato da logiche corruttive e clientelari a discapito di una corretta ed efficiente gestione dello Stato.
Inoltre, ad influire su queste criticità è intervenuta la crisi siriana, a causa della quale i due schieramenti politici che compongono l’attuale Governo di coalizione libanese si sono allineati su fronti diametralmente opposti, favorevoli rispettivamente ai ribelli e ai lealisti. La difficoltà di trovare un accordo per la designazione del nuovo presidente della Repubblica, la cui carica risulta vacante da più di un anno e mezzo, nonché la decisione di rinviare le elezioni al 2017 sono il chiaro sintomo di una vera e propria stasi a livello istituzionale che costituisce il terreno fertile della protesta. Sebbene, al momento, il perpetrarsi della guerra civile siriana renda poco probabile il raggiungimento di un compromesso tra le diverse fazioni politiche, resta da vedere se e in quale misura You Stink riuscirà ad influire sugli sviluppi futuri della politica interna libanese.

Somalia

Lo scorso 31 agosto un commando di al-Shabaab, gruppo terroristico somalo affiliato ad al-Qaeda, ha attaccato la base militare di Janale (50 km a sud di Mogadiscio), causando la morte di 50 soldati ugandesi parte del contingente di AMISOM (African Union Mission in Somalia). L’elevata sofisticazione dell’attacco, caratterizzata dall’uso combinato di un attentatore suicida e di un nutrito gruppo di miliziani, ha dimostrato che, nonostante le perdite umane e territoriali degli ultimi due anni, il movimento jihadista somalo appare ben lungi dall’essere sconfitto e continua a rappresentare una seria minaccia alla stabilizzazione della Somalia e alla sicurezza di tutta la regione. Infatti, nonostante il contingente dell’Unione Africana e il Governo di Mogadiscio controllino, non senza difficoltà, i principali centri urbani del Paese, le aree rurali e numerosi villaggi sono tutt’ora amministrati dai miliziani di al-Shabaab.
Negli ultimi tre mesi il gruppo jihadista è tornato a colpire con maggiore frequenza e durezza sia gli avamposti e le truppe di AMISOM sia le istituzioni ed alcune personalità influenti del panorama politico somalo. Una simile ripresa della attività su larga scala è probabilmente dettata dalla necessità, da parte del nuovo emiro del gruppo Ahmed Omar, di rafforzare la propria leadership dopo la morte del suo predecessore Ahmed Abdi Godane, dimostrando al contempo la vitalità e la forza di al-Shabaab.
Il bisogno di rafforzare il proprio ruolo di comando e l’esigenza di sottolineare la perduranza del fronte jihadista somalo e di tutto il Corno d’Africa, potrebbero tradursi in un prossimo aumento degli attacchi nella regione, sia contro obbiettivi militari che contro obbiettivi civili, inclusi cittadini stranieri.

Thailandia

Martedì 1 settembre, le autorità thailandesi hanno fermato al confine con la Cambogia, nel distretto di Aranyaprathet, provincia di Sa Kaeo, un cittadino straniero, presumibilmente cinese, proveniente dalla regione autonoma occidentale dello Xinjiang, con l’accusa di aver partecipato all’attentato dinamitardo compiuto a Bangkok lo scorso 17 agosto.
In quell’occasione, l’esplosione di una bomba nei pressi del tempio induista di Erwan, al centro di una zona di forte attrazione turistica della capitale, ha causato la morte di 20 persone e il ferimento di circa un centinaio. L’arresto è solo l’ultimo risultato di una serrata operazione portata avanti dalla polizia thailandese che nei giorni scorsi aveva portato al ritrovamento di materiale esplosivo e documenti di identità falsi in alcuni appartamenti nel quartiere periferico di Nong Chok e all’emissione del mandato di arresto per un cittadino turco, di cui però non è ancora stata chiarita la responsabilità.
Se fosse confermata l’identità, l’arrestato potrebbe appartenere alla comunità degli Uiguri, gruppo etnico turcofono residente nello Xinjiang i cui esponenti denunciano forti discriminazioni politiche e sociali da parte del governo di Pechino. In questo contesto, l’episodio potrebbe essere stata una forma di ritorsione per la politica di respingimento e rimpatrio adottata dal governo thailandese nei confronti degli immigrati di etnia uigura. La Tailandia, punto di snodo per i flussi di immigrazione irregolare sia verso occidente sia verso il Pacifico, è spesso un luogo di transito fondamentale per molti uiguri che lasciano la Cina per raggiungere l’Europa attraverso il Sud Est asiatico. Lo scorso luglio, le autorità thailandesi avevano predisposto il rimpatrio in Cina per circa 100 cittadini uiguri che erano entrati illegalmente nel Paese, suscitando ampie proteste.
Una simile eventualità potrebbe avere importanti ripercussioni nei prossimi mesi sulla sicurezza interna del Paese. Da un lato, infatti, l’attentato sarebbe il primo episodio di violenza compiuto a supporto della causa uigura all’estero e potrebbe lasciar presupporre l’esistenza di un movimento che, seppur primordiale, è stato in grado di rappresentare una seria minaccia per lo Stato. Dall’altro, proprio il timore che gli eventi del 17 agosto non rimangano un episodio isolato potrebbe spingere il governo thailandese, figlio della giunta militare che nel maggio 2014 aveva spodestato l’ex Primo Ministro Yingluck Shinawatra, ad irrigidire le misure e le politiche di sicurezza interna non solo per scongiurare nuovi episodi di violenza ma anche per garantire un controllo più sistematico e capillare del territorio nazionale.

Ucraina

Il 31 agosto, a Kiev, nella piazza antistante la Verkhovna Rada (il Parlamento) si sono verificati violenti scontri tra la Guardia Nazionale e diverse centinaia di manifestanti appartenenti a partiti e movimenti nazionalisti ucraini. Il bilancio delle violenze è di 3 morti (tutti membri della Guardia Nazionale, deceduti a causa di una granata lanciata da uno dei manifestanti) e diverse centinaia di feriti.
La manifestazione dei nazionalisti, tra i quali il partito di estrema destra Svoboda (Libertà), era stata indetta per protestare contro la “legge sull’autonomia”, misura legislativa mirante ad aumentare i poteri degli organi locali, tra i quali la raccolta e l’impiego diretto dei tributi nonché la gestione di “forze di sicurezza” su base cittadina e regionale. Tale legge, concepita in accordo alle disposizioni dei Protocolli di Minsk II, è stata giudicata dagli estremisti di destra come anti-nazionale e come legittimante l’insurrezione dei ribelli filo-russi nella regione orientale del Donbass. Tuttavia, tale accusa appare infondata, in quanto la Rada e Governo da una parte hanno aperto a timide misure di de-centralizzazione, ma dall’altra non hanno ancora chiarito quello che sarà lo status giuridico degli enti locali e, soprattutto, hanno disposto la nomina centrale dei Prefetti regionali. In ogni caso, prima di essere approvata, la “legge sull’autonomia” dovrà essere sottoposta al giudizio di conformità della Corte Costituzionale e, successivamente, passare il voto parlamentare con una maggioranza qualificata di almeno 300 voti. Un obbiettivo non facile, soprattutto se si considera il fatto che la legge ha passato la prima consultazione della Rada con appena 265 preferenze.
Al di là della questione del de-centramento, legato inevitabilmente alla guerra in Donbass e all’irredentismo filo-russo dell’est del Paese, le proteste del 31 agosto appaiono sintomatiche del malessere che attanaglia la società civile ucraina, frustrata dal perdurare della crisi economica e dalle feroci misure di austerity del governo. Deluso dalla lentezza o addirittura dalle mancanze del processo di riforme auspicato durante la Rivoluzione di Euromaidan, alcune sezioni del popolo ucraino hanno cominciato a vedere con scetticismo l’attuale classe dirigente. Grazie al malcontento e alla disillusione sempre più generalizzati, i movimenti populisti e ultra-nazionalisti hanno lentamente aumentato il proprio sostegno, ponendo una complessa sfida di governabilità per il presidente Poroshenko e il Premier Yatseniuk.