28 LUGLIO 2015
La Turchia fra instabilità interna e lotta allo Stato Islamico
DI Lorenzo Marinone

Il susseguirsi di attentati e azioni intimidatorie che ha caratterizzato la recente campagna elettorale in Turchia si è protratto ben oltre la data del voto del 7 giugno scorso. In parte questo è dovuto alle incertezze legate all’esito delle elezioni. Infatti, il Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) ha perso la maggioranza assoluta dei seggi (conservando però quella relativa) e si trova per la prima volta dal 2002 a dover formare un esecutivo di coalizione. Fra le cause della sconfitta dell’AKP va certamente annoverato il risultato del Partito Democratico Popolare curdo (Halkların Demokratik Partisi, HDP), che è riuscito a superare l’elevata soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale, guadagnando 80 seggi. L’HDP ha potuto contare sull’avanzato stato dei lavori nel processo di pace con il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito Curdo dei Lavoratori), che prospettava la fine di decenni di lotta armata e l’avvio di una normalizzazione dei rapporti fra Stato e minoranza curda. Inoltre sul voto ha influito anche l’immobilismo del Governo rispetto all’attacco dello Stato Islamico (IS) a Kobane, città siriana divenuta simbolo sia del riscatto curdo sia della lotta contro l’avanzata del jihadismo.

A oltre 40 giorni dalle elezioni, le consultazioni fra i partiti rappresentati in Parlamento non hanno portato alcun risultato tangibile nell’ottica di un Governo di coalizione. Sia il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP) che il Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP) hanno mantenuto le proprie posizioni, mentre il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha più volte agitato lo spettro di nuove elezioni anticipate. Durante questo periodo di paralisi politica, nel sud-est della Turchia il PKK ha ripreso la lotta armata, colpendo una base militare nella provincia di Siirt e personale delle forze di sicurezza turche. Verso la metà di luglio i vertici dell’organizzazione hanno comunicato la rottura ufficiale del cessate il fuoco, che costituiva il vero caposaldo del processo di pace con le autorità centrali.

Questa decisione ha certamente una radice interna. Infatti, nell’ultimo mese l’Esercito turco ha rafforzato la sua presenza nel sud-est del Paese, laddove gli accordi fra le parti prevedevano una mutua demilitarizzazione della regione. Inoltre, le Forze Armate hanno intensificato la lotta al contrabbando lungo l’area montuosa al confine con Iran e Iraq, di importanza vitale per il finanziamento del PKK attraverso il traffico di droga e storicamente sua base arretrata per le operazioni nel resto del Paese. In secondo luogo, l’affermarsi come forza politica dell’HDP, che aspira a diventare l’interlocutore politico dell’intera minoranza curda con Ankara, ha ulteriormente indebolito la forza negoziale del PKK. Benché vi siano contatti fra HDP e PKK ed entrambi riconoscano ad Abdullah Ocalan un ruolo di leader storico, infatti, quella parte dei vertici del PKK afferente all’area di Kandil considera l’HDP uno scomodo competitore, in grado col tempo di accentrare su di sé il sostegno popolare della minoranza curda.

Parallelamente, la progressiva affermazione sul campo a scapito dell’IS e l’appoggio della Comunità Internazionale che la minoranza curda in Siria ha saputo convogliare su di sé negli ultimi mesi costituisce un secondo fattore di potenziale emarginazione per il PKK. Infatti, a fronte del ruolo di primo piano delle Unità di Protezione Popolare dei curdi siriani (Yekîneyên Parastina Gel, YPG) nella lotta contro l’IS, ulteriormente rafforzato dalla collaborazione diretta e continuata con le forze della Coalizione Internazionale, l’operato del PKK rischia di venir percepito come meramente destabilizzante.

Se il processo di pace con il PKK ha rappresentato negli ultimi tempi uno dei lasciti più preziosi del precedente Governo guidato da Erdogan, che ha scelto di intestarsene la paternità tagliando fuori dai negoziati il Parlamento e procedendo ad accordi diretti con Ocalan, adesso, nell’ottica dell’AKP, il quadro politico delineato dalle elezioni del 7 giugno non lo rende più imprescindibile. Infatti, una crescente instabilità nelle regioni sudorientali a maggioranza curda a causa della ripresa della lotta da parte del PKK mette a dura prova la tenuta dell’HDP. Il Partito co-presieduto da Selahattin Demirtaş e Figen Şenoğlu, proprio in forza dell’obiettivo dichiarato di raccogliere al suo interno le diverse anime politiche curde, si trova nella scomoda posizione di poter essere ritenuto responsabile di una mancata mediazione fra le parti, dunque additato come ostacolo alla stabilizzazione della regione. Dal punto di vista dell’AKP, quindi, questa situazione prospetta un prossimo indebolimento dell’HDP e un probabile recupero dei voti curdi nell’eventualità (non improbabile, e ad ogni modo caldeggiata da Erdogan) di un ritorno anticipato alle urne.

L’attuale Premier ad interim Ahmet Davutoğlu e il Presidente Erdogan potrebbero inoltre capitalizzare l’instabilità interna nelle regioni curde alla luce dei recenti sviluppi nell’area di confine con la Siria. Infatti, verso la metà di giugno l’YPG ha riconquistato la città di Tall Abiyad, ultimo valico fra Turchia e Siria ancora in mano all’IS, riuscendo così a garantirsi una continuità territoriale significativa, lungo il confine con la Turchia, unendo i cantoni di Kobane e Qamishli. La possibilità che a ridosso dei confini nazionali si venga a creare un’entità curda autonoma è chiaramente mal vista da Ankara, e potrebbe costituire un fattore importante nella costruzione di un consenso politico trasversale che comprenda MHP e CHP, tanto nell’ottica di un aumento delle misure di sicurezza nel sud-est della Turchia, quanto in un eventuale ruolo più attivo nella crisi siriana. In questo senso, attentati come quello avvenuto a Suruç il 20 luglio scorso, compiuto da un cittadino turco di origine curda con legami con l’IS, potrebbero costituire una ragione per intervenire per via militare in Siria. Una sparatoria a ridosso del confine nell’area di Kilis fra miliziani dell’IS e militari turchi ha scatenato, infatti, la pronta reazione di Ankara, che per la prima volta dall’inizio del conflitto siriano ha risposto al fuoco e bombardato nella notte alcune postazioni del Califfato.

Da un lato un maggiore impegno della Turchia nel contrasto all’IS corrisponde alle reiterate richieste della Comunità Internazionale. La recente concessione dell’uso della base militare di Incirlik agli Stati Uniti e l’intensificazione dei controlli lungo il poroso confine siriano, volti a fermare l’afflusso di foreign fighters nel territorio controllato dall’IS, prospettano un cambio di politica verso la Siria da parte dell’attuale Governo. Dall’altro lato, oltre a colpire l’IS, un’azione militare turca risponde anche ad esigenze di contenimento dell’espansione curda in Siria. Infatti, un’eventuale operazione di terra lungo la linea che congiunge il valico di Oncupinar alle siriane Marea e Azez, non solo permetterebbe alla Turchia di frapporsi lungo il fronte dove attualmente si fronteggiano IS e milizie ribelli, ma impedirebbe allo stesso tempo all’YPG di ricongiungersi con l’ultimo dei tre cantoni, quello di Efrin. La Turchia negli anni passati ha, infatti, più volte chiesto che venisse creata una zona cuscinetto lungo il suo confine con la Siria, che avrebbe avuto, oltre alla motivazione ufficiale di carattere umanitario verso i quasi due milioni di profughi siriani che cercano rifugio in Turchia, anche il vantaggio di garantire ad Ankara maggiore voce in capitolo sul futuro assetto della Siria.

Tuttavia, per concretizzare un efficace intervento militare in Siria, il Governo deve necessariamente vincere le resistenze dei vertici dell’Esercito, poco propensi a impegnarsi all’estero se non in rari casi come la repressione del PKK nel Kurdistan iracheno. Perciò, se da un lato il pericolo di un’affermazione curda ai confini del Paese potrebbe catalizzare il consenso dei militari, dall’altro lato il rischio di doversi impegnare in un lungo e dispendioso conflitto contro l’IS potrebbe agire da fattore di deterrenza.

Queste difficoltà potrebbero accordarsi in larga parte con la strategia dell’IS. Infatti, le milizie di al-Baghdadi sono direttamente minacciate dai successi dell’YPG, che dopo la conquista di Tall Abiyad non solo hanno reso più difficile i rifornimenti e l’afflusso di nuovi combattenti, ma si sono anche attestati a poche decine di chilometri da Raqqa, autoproclamata capitale del Califfato. L’IS potrebbe trarre alcuni importanti vantaggi dall’intervento militare turco e, più in generale, da un rinnovato clima di instabilità nelle regioni curde della Turchia. In primo luogo, la presenza sul campo dell’Esercito di Ankara potrebbe essere fonte di nuovi attriti con l’YPG. In questo senso, attentati come quello di Suruç o la recente azione a Kobane, condotta a partire dal territorio turco, hanno come effetto quello di esasperare i rapporti fra Turchia e YPG e, di conseguenza, costringono quest’ultimi a rallentare la loro avanzata. Inoltre, qualora crescesse l’instabilità nel sud-est della Turchia, i primi a subire un rallentamento dei rifornimenti sarebbero proprio i curdi siriani. In secondo luogo, la Turchia ha ampiamente dato prova della propria riluttanza a impegnarsi su larga scala nella lotta contro l’IS. Pertanto il tentativo di trascinare Ankara nel conflitto, cui potrebbero mirare gli ultimi attentati e sparatorie, non peggiorerebbe in modo significativo le operazioni del Califfato in Siria. Inoltre la posizione di Ankara di netta opposizione al regime di Damasco inizia a entrare in conflitto con le prospettive ventilate dagli Stati Uniti, che negli ultimi mesi hanno iniziato a considerare imprescindibile, per il futuro assetto della Siria, sia il ruolo del regime come interlocutore politico, sia quello dell’Iran, apertamente schierato con Assad. Questa difformità di vedute non fa che diminuire la probabilità di un massiccio intervento della Turchia contro l’IS nel breve periodo.