06 LUGLIO 2015
Le elezioni in Danimarca e lo spettro dell'euroscetticismo
DI Federico Francesconi

La Danimarca, Paese tradizionalmente a vocazione socialdemocratica, ha visto di recente (19 giugno) il successo alle elezioni legislative del centrodestra dell’ex premier Lars Lokke Rasmussen, che ha battuto la coalizione di sinistra capeggiata dalla dimissionaria Helle Thorning-Schmidt ed ha assunto il 28 giugno la guida del governo.

Con la conquista di oltre 90 seggi in parlamento su un totale di 179, il blocco conservatore ha ottenuto la maggioranza necessaria (51,1%) per candidarsi alla guida del Paese; mentre al centrosinistra sono andati 85 seggi. La coalizione vincitrice, il cosiddetto “Blocco blu”, è costituita da tre partiti:

  • Il Partito del popolo danese (DANSK FOLKSPARTI/DF), fondato nel 1995 da Pia Kjaersguard che lo diresse sino al 2012, quando la leadership passò a Kristian T Dahl. Nell’ultimo suffragio ha riportato il favore del 21,1% dei votanti, equivalenti a 34 parlamentari. Il programma del DF, che nel complesso risulta non dissimile da quello degli altri due partner, include la protezione dell’eredità culturale del Paese (famiglia, monarchia e chiesa luterana), la ferma opposizione ad una società multietnica con conseguente limitazione dell’immigrazione (comunque selezionata) ed il mantenimento del welfare system.
  • Il Partito della destra liberale (VENSTRE/PL), presieduto da Rasmussen. Fondato come Movimento agrario contro l’aristocrazia terriera, è oggi pervaso dall’ideologia del libero mercato. Ha ottenuto alle ultime elezioni il 19,5% dei suffragi equivalenti a 34 seggi.
  • L’Alleanza liberale (LA), costituita nel 2007 come Nuova Alleanza da Anders Samuelsen e Naser Khader (entrambi liberali) e da Gitte Seeberg (del partito conservatore), ha iniziato la sua virata a destra nello stesso anno, dopo aver conquistato 5 seggi, ed ha mutato nome nel 2008. L’anno successivo al vertice restò solo l’attuale leader Samuelsen che ottenne, alla tornata elettorale del 2011, 9 seggi. Al recente suffragio ha riportato il 7,5% delle preferenze corrispondenti a 13 seggi in Assemblea.

Il suffragio ha segnato un cambiamento radicale nelle istituzioni del Paese scandinavo ed il merito della vittoria non è tanto da ascriversi al partito liberale, quanto alla presenza determinante del DF estremista ed ultranazionalista, contrario a qualsiasi apertura alle politiche migratorie. L’estrema destra è riuscita a totalizzare il 21,1% dei consensi, piazzandosi al secondo posto dietro i socialdemocratici. Questi ultimi, pur rimanendo numericamente il primo partito del Paese si vedono quindi costretti a cedere il governo.

L’ingresso della destra radicale nel nuovo esecutivo conferirebbe alla stessa un ruolo di grande rilievo, risultando il partito della coalizione che ha ottenuto il più alto numero di voti. Vista la tradizionale cultura politica della Danimarca, la coabitazione con gli altri due partiti del Blocco blu potrebbe ingenerare potenziali frizioni, foriere, nel tempo, di indesiderabili lacerazioni del tessuto governativo. Per prevenire tale evenienza non è da escludere che il DF potrebbe optare per la soluzione dell’appoggio esterno, direttrice peraltro già praticata dal DF nel periodo 2001 - 2011. Va sottolineato che l’eventuale adozione di quest’ultima via non sminuirebbe il peso, in termini di pressione, del DF nelle decisioni di un possibile governo bicolore.

Le urne hanno bocciato l’esecutivo in carica che, peraltro, nel corso del suo mandato ha conseguito buoni successi in campo economico, proteggendo in larga misura la Danimarca dalla crisi internazionale, attuando un’austerità sostenibile. Certamente il partito social-democratico non ha tenuto sulla lievitante questione dell’immigrazione, alla quale buona parte degli elettori ha evidentemente associato l’incertezza, l’insicurezza e la paura indotte dai recenti attentati terroristici, che hanno colpito la civilissima Copenaghen. Il 14 febbraio scorso al Krudttonden café, dove si stava tenendo un convegno sulla libertà di satira in ricordo della strage di Charlie Hebdo, ed il cui obiettivo era verosimilmente il vignettista svedese Lars Vilks, reo di aver raffigurato Maometto con le sembianze di un cane. L’attacco islamista aveva lasciato sul campo diversi morti, tra cui il regista danese Finn Nergaarde, e feriti, fallendo l’eliminazione di Vilks. Il giorno seguente i terroristi hanno preso di mira la sinagoga, luogo di culto ebraico e simbolo di una cultura nemica. L’assenza di una politica di contenimento in materia d’immigrazione ha, se non determinato, certamente influenzato l’affermarsi di forze con profilo nazionalistico, populiste ed euroscettiche riguardate da molti elettori quale unica barriera nazionale ad un’ondata incontrollata e ininterrotta che sta interessando in maniera preoccupante tutti i paesi dell’Unione Europea. E non solo in Danimarca, che probabilmente sta riflettendo sulla precarietà della policy progressista adottata nel recente passato verso l’immigrazione.

Il consenso e la crescita conseguente dei partiti di destra sono il sintomo evidente di una società che si sente sempre più vulnerabile, che non trova risposte concrete nelle coalizioni tradizionali e si affida a partiti estremisti che adottano programmi elettorali meno cauti e concilianti ma più chiari e forti sotto il profilo degli interessi nazionali ed identitari.

Il crescente calo di fiducia verso le politiche comuni dell’Unione, accusata dai partiti a sfondo nazionalistico di non saper perseguire gli obiettivi dei padri fondatori ma di ricercare solo un’unione monetaria è sicuramente collegato anche all’incapacità politica di disegnare linee congiunte e definitive in merito al contenimento ragionato del fenomeno, che la gente percepisce ormai come una minaccia demografica, e potenzialmente non solo.

L’affermarsi di questo sentimento ostile nei confronti dell’Europa non è isolato o confinato al Paese scandinavo ma è riscontrabile e radicato in gran parte del continente.

Su questo tessuto comunitario, di latente incertezza, trovano quindi spazio e successo i Movimenti euroscettici secondo cui l’integrazione politica europea determinerebbe l’indebolimento dello Stato. Tali gruppi criticano anche l’eccessiva burocratizzazione all’interno delle istituzioni europee e l’adozione dell’euro al posto delle monete individuali del passato.

Le origini dell’antieuropeismo risalgono al 1999, anno della costituzione di ben due gruppi parlamentari: l’Europa delle democrazie e delle diversità e l’unione dell’Europa delle nazioni. I partiti euroscettici di destra ma anche di sinistra sono accomunati da alcuni tratti distintivi. Principale punto di contatto è costituito dal rifiuto delle politiche di austerity, elaborate dalle istituzioni dell’Unione. Gli antieuropeisti rivendicano quell’autonomia nell’adozione delle linee guida di politica economica che l’Unione ha sottratto agli Stati. Il particolarismo nazionale viene anteposto alla visione d’insieme. La sovranità nazionale viene rivendicata in forme più o meno radicali. Le principali divergenze fra i movimenti euroscettici invece sono proprio quelle legate alla particolare identità nazionale e alla storia politica di ognuno. Ma forse i Movimenti hanno preso corpo proprio perché l’Unione non ha saputo sinora darsi una veste federale in termini alti di politica ad iniziare da una vera politica estera e di difesa.

La crescita e l’affermarsi di Movimenti euroscettici sta allargando a molti paesi. Si pensi all’UKIP di Nigel Farage che propone, tra l’altro, la revoca del trattato di Maastricht, il ritiro del Regno Unito dall’UE e politiche anti-migratorie; oppure al Fronte nazionale di Marine Le Pen che ormai è il primo partito in Francia, secondo gli ultimi sondaggi. Tra gli obiettivi di Marine Le Pen va riportato quello di raggruppare sempre più forze politiche di estrema destra, al fine di dare consistenza e peso ad un gruppo politicamente rilevante che abbia numeri e forza per incidere nel processo legislativo europeo. Tale processo ha conosciuto recentemente una prima finalizzazione con la costituzione di una siffatta aggregazione. Fra le proposte del suo programma c’è il ritorno alla moneta nazionale, l’attrazione di politiche protezioniste, l’abolizione del trattato di Schengen e la dura posizione contro i Rom. Nell’elenco degli euroscettici va senz’altro inclusa la nuova alleanza fiamminga (N-VA) di Geert Bourgeois, partito questo che rispetto agli altri ha presentato un programma più moderato e non del tutto anti-europeo. Sostiene, infatti, l’euro, il mercato unico, una politica estera e di difesa comune.

Nei Paesi Bassi, il partito olandese per le libertà (PVV), di Geert Wilders, è stato artefice della bocciatura del referendum confermativo nel 2005 per la creazione di una costituzione europea ed è contrario ad un eventuale ingresso della Turchia nell’UE. In Germania, Alternativa per la Germania (AfD), di Bernd Lucke, propone l’uscita dall’eurozona e la creazione di unioni monetarie alternative. In Spagna il movimento 15-m (Indignados) abbraccia una pluralità di questioni , pur ponendo al centro il problema della crisi economica. Il più noto Podemos è un partito politico fondato da attivisti di sinistra legati al movimento 15-m. In Ungheria, l’Unione civica ungherese (FIDESZ), guidata da Orban, ha paragonato per voce del suo leader i burocrati europei ai membri dell’apparato sovietico ed ha dichiarato di voler erigere un muro sul confine con la Serbia per scoraggiare infiltrazioni migratorie. Anche se il governo magiaro ha prontamente smentito una tale decisione, forse perché subito “sanzionato” dalla Commissione europea, resta pur sempre evidente l’intendimento di Budapest di proteggere i confini nazionali da ondate demografiche.

In Finlandia, il Partito dei veri finlandesi (PS), diretto da Timo Soini, è un partito populista e conservatore. Euroscettico, nazionalista al limite della xenofobia, e fermo sostenitori del welfare state. Un accenno merita, infine, il risultato delle ultime elezioni legislative e presidenziali in Polonia (24 maggio scorso) che arricchisce, in questa fase storica, il mosaico della svolta a destra di paesi partner dell’Unione di un’ulteriore tessera. Le dichiarazioni a caldo del neo-presidente Duda, nazionalista ed antieuropeista, non lasciano molti spazi di manovra alle “architetture” di Bruxelles.