11 MAGGIO 2015
La galassia eversiva della sinistra neomarxista in Turchia
DI Lorenzo Marinone

Una lunga serie di attentati ha colpito la Turchia negli ultimi anni, con un’intensificazione particolare dall’inizio del 2015. L’episodio più rilevante, che ha ottenuto anche una considerevole eco mediatica, risale al 31 marzo scorso, quando un commando composto da 2 uomini ha fatto irruzione nel principale tribunale di Istanbul e ha sequestrato il procuratore Mehmet Selim Kiraz. Il magistrato indagava sulla morte di Berkin Elvan, un ragazzo di 15 anni deceduto durante le proteste di Gezi Park, nella primavera del 2013, in seguito alle cariche della polizia turca. Il commando è espressione del Partito-Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi, DHKP-C), formazione eversiva di orientamento marxista-leninista che negli ultimi anni ha colpito più volte gli apparati di sicurezza e le principali istituzioni dello Stato. Solo dall’inizio del 2015 il DHKP-C ha rivendicato altri 3 attentati, condotti con granate, ordigni esplosivi artigianali e, in un caso, un attentatore suicida.

In Turchia i fenomeni eversivi collegati a movimenti di estrema sinistra sono nati attorno alla metà degli anni ’60 e sono proseguiti fino ad oggi con andamento altalenante. A brevi periodi d’intensa attività e altrettanto dura repressione da parte dello Stato sono seguiti lunghi intervalli, necessari alla riorganizzazione delle diverse formazioni terroristiche. Infatti, esse non hanno mai potuto contare su un alto numero di affiliati.

Anche nel periodo di massima espansione, nella seconda metà degli anni ’70, i membri operativi erano solo alcune centinaia. Nonostante il proliferare di sigle, la comprovata capacità di azione sull’intero territorio nazionale e, in alcuni casi, l’appoggio garantito da cellule operanti dall’estero, la galassia eversiva dell’estrema sinistra turca non ha dato luogo a fenomeni che possono competere in rilevanza con quelli sviluppatisi contemporaneamente in altri Paesi europei, come la Rote Armee Fraktion (RAF, meglio, anche se impropriamente, conosciuta come Banda Baader-Meinhof) in Germania o le Brigate Rosse in Italia. L’unica eccezione è rappresentata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK) di Abdullah Öcalan, la cui matrice marxista-leninista però è stata ampiamente subordinata allo storico obiettivo indipendentista curdo.

L’obiettivo principale di tutte le altre formazioni terroristiche turche di estrema sinistra, al contrario, è rappresentato dal sovvertimento dell’ordine statuale. La peculiare declinazione di questo fine dipende direttamente dai tratti caratterizzanti la storia del Paese nel secondo dopoguerra. Scomparso il fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, la vita istituzionale del Paese è stata sotto il controllo capillare dell’Esercito, che si ergeva a custode del “kemalismo”. I suoi tradizionali pilastri sono stati la difesa dell’unità nazionale, spesso sfociata in una politica assertiva verso le richieste delle minoranze etniche e linguistiche; la tutela della laicità dello Stato, in nome della quale per decenni i partiti di chiara ispirazione religiosa sono stati ostacolati e spesso dichiarati fuorilegge; un indirizzo marcatamente filo-occidentale in politica estera. Sigillo di questa presa di posizione è stato l’ingresso della Turchia nella NATO nel 1952. In tal modo, oltre ad arginare l’influenza e la minaccia russa, i vertici militari di Ankara hanno allo stesso tempo potuto presentarsi al popolo come garanzia di stabilità politica e continuità istituzionale attraverso il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP) fondato da Atatürk, riuscendo quindi a ricevere l’avallo dell’ombrello atlantico per i frequenti colpi di Stato tesi a bloccare un’eccessiva espansione dei partiti di opposizione.

I primi movimenti eversivi nacquero attorno al ’69, quando il principale partito d’ispirazione marxista, il Partito Turco dei Lavoratori (Türkiye İşçi Partisi, TİP), non riuscì ad andare oltre il 3% dei voti alle elezioni legislative. L’impossibilità di prendere il potere per vie legali, strada sostenuta dall’Unione Sovietica che appoggiava il TİP, spinse diversi membri delle sue formazioni giovanili a rompere con l’intellighenzia e l’apparato del Partito e scegliere la strada dell’insurrezione armata. Uniti sotto il nome di Dev Genç (Gioventù Rivoluzionaria), nel triennio 1969-71 diversi miliziani fuoriusciti dal TİP attaccarono obiettivi altamente simbolici, come l’ambasciata americana in Turchia, e organizzarono le proteste contro la Sesta Flotta della Marina americana, rischierata in quegli anni a Istanbul. Dietro all’avversione per l’Alleanza Atlantica si celava il bersaglio principale, ovvero le Forze Armate turche.

Con il colpo di Stato del ’71, i vertici militari riuscirono a fermare momentaneamente gli atti di terrorismo, imponendo un vero e proprio stato di polizia, ma non a impedire la proliferazione di gruppi ispirati all’esperienza di Dev Genç, favorita proprio da politiche sempre più repressive da parte dell’establishment di potere. Già dall’anno successivo e fino al colpo di Stato militare del 1980, sigle marxiste-leniniste come il Partito-Fronte Turco di Liberazione del Popolo (Türkiye Halk Kurtuluş Partisi – Cephesi, THKP-C), Devrimci Yol (Via Rivoluzionaria), Devrimci Sol (Sinistra Rivoluzionaria, da cui nacque nel 1978 l’attuale DHKP-C), o di orientamento maoista come l’Armata di Liberazione dei Lavoratori e dei Contadini Turchi (Türkiye İşci ve Köylü Kurtuluş Ordusu, TİKKO) espansero il raggio d’azione all’intero Paese usando tattiche di guerriglia nei frequenti attacchi all’apparato di sicurezza dello Stato. Fu solo la massiccia risposta dell’Esercito nel 1980, che portò a decine di migliaia di arresti fra membri dei gruppi eversivi e presunti simpatizzanti, ad arginare il fenomeno.

Nonostante la buona organizzazione di base e la massiccia opera di proselitismo, nessuno di questi gruppi riuscì effettivamente a radicarsi in profondità nel tessuto sociale della Turchia. A questo proposito, il principale ostacolo incontrato è stato senza dubbio l’impostazione ideologica che li caratterizza. L’orientamento marxista-leninista, infatti, nelle intenzioni di queste sigle ricopriva un ruolo assolutamente centrale, ma si adattava male alla realtà sociale, economica e culturale turca, soprattutto perché interpretato in maniera rigorosamente ortodossa. Per avere una qualche presa, quindi, la strategia perseguita avrebbe richiesto la presenza di un apparato produttivo di tipo maturamente industriale, di una vasta fascia proletaria della popolazione e di una ristretta élite economica al potere. Al contrario, la Turchia in quegli anni era appena all’inizio della transizione da una società di tipo pre-industriale a industriale, con lo Stato impegnato in ambiziosi progetti di costruzione infrastrutturale, di sviluppo dei servizi essenziali nelle regioni centrorientali, prevalentemente agricole e poverissime. Allo stesso modo, la costa Egea, probabilmente la parte più moderna del Paese, era abitata da una classe media principalmente dedita al commercio.

La scarsa presa della retorica sulla lotta di classe e la mancanza di una società pronta a recepire estesamente i messaggi marxisti-leninisti e maoisti hanno contribuito alla rapida scomparsa dalla scena di queste sigle, incalzate dalle rivendicazioni indipendentiste del PKK e il nazionalismo propagandato dai Lupi Grigi. Inoltre il progressivo ammorbidimento delle posizioni dell’Esercito e l’allentamento del controllo sulla politica nazionale, in parte dovuto alla maggiore fluidità del quadro politico interno in seguito alla frammentazione del CHP e dei partiti conservatori nonché al timido affacciarsi delle prime formazioni di ispirazione religiosa, hanno gradualmente privato i movimenti eversivi di sinistra della propria ragion d’essere. Come se non bastasse, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica impartirono un colpo durissimo all’appeal ideologico di queste organizzazioni.

Tuttavia, alcune formazioni, come il TİKKO e il DHKP-C, sono riuscite a garantire un ricambio generazionale fino ad oggi, benché le loro attività si siano indubbiamente ridimensionate e gli attentati siano diventati più sporadici. Nonostante la diminuzione della presa ideologica rispetto al passato, tali gruppi hanno mantenuto una discreta capacità di coesione interna e di reclutamento grazie alla solidità della base etnico-religiosa di riferimento, che è quasi esclusivamente appannaggio della minoranza alevita (almeno 10 milioni, circa il 15% della popolazione totale).

Gli aleviti, branca dell’Islam sciita vicina al ramo duodecimano ma con importanti influenze sufi, sono concentrati nelle regioni orientali del Paese e nelle zone di confine con la Siria (soprattutto nella provincia di Tunceli e in quella di Hatay, l’antico Sangiaccato di Alessandretta), e conservano rilevanti legami religiosi e un comune passato tribale con gli alauiti siriani, minoranza sciita ascesa al potere con la famiglia Assad. Dalla fondazione dello Stato kemalista, questa minoranza ha subito dure repressioni ogniqualvolta ha manifestato intolleranza verso le autorità centrali. Più che il fattore religioso in sé, dunque, è proprio la netta e prolungata contrapposizione all’egemonia di Ankara e Istanbul sulle province orientali ad acuire quel rifiuto che trova poi un inquadramento e uno sbocco violento grazie alle formazioni terroristiche. Queste hanno saputo rivitalizzare episodi antichi come la durissima repressione seguita alle rivolte di Dersim (il più violento di simili episodi patiti dalla minoranza alevita, che avvenne alla fine degli anni ’30 nell’attuale Tunceli, a tutt’oggi base operativa di TİKKO) e farne una sorta di mito fondativo che completa il marxismo-leninismo come ideologia portante del movimento. È anche per questo motivo che molti degli attentati compiuti dopo le proteste di Gezi Park sono stati rivendicati come rappresaglia per la morte del manifestante Berkin Elvan, anch’egli alevita.

Non basta però la matrice alevita a spiegare la ripresa massiccia degli attentati negli ultimi anni. Infatti, l’Esercito e la Polizia, bersagli principali delle operazioni terroristiche, hanno da tempo allentato il controllo che tradizionalmente esercitavano sulla politica turca. Anche gli interventi tesi a dichiarare fuorilegge i partiti di palese ispirazione religiosa, poiché percepiti come minaccia al carattere laico dello Stato kemalista, sembrano ormai relegati al passato. I vertici militari, infatti, non hanno opposto alcuna esplicita resistenza alla vittoria nel 2002 del Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) dell’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Ma è proprio la politica accentratrice, personalistica e talvolta assertiva di Erdoğan, che per le opposizioni laiche e socialiste del Paese potrebbe preludere ad una nuova stagione autoritaria, assimilabile a quella dei decenni precedenti anche se avallata da un massiccio sostegno popolare sancito dall’esito di elezioni democratiche e trasparenti. In tale contesto anche le formazioni eversive hanno trovato una nuova spinta all’azione ed una nuova ragion d’essere, riuscendo a tracciare una pragmatica linea di continuità tra la lotta anti-kemalista della Guerra Fredda alla lotta anti-Erdogan dei nostri giorni. Infatti, a partire dal 2007, Erdoğan ha ripetutamente proposto modifiche della Costituzione tese ad erodere il bilanciamento dei poteri a tutto favore dell’Esecutivo, è riuscito a imporre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, ha introdotto a vertici delle principali istituzioni uomini di sua fiducia, ha appoggiato una crescente presenza della religione nella società e ha represso in modo sempre più violento le manifestazioni di dissenso, arrivando a sgomberare con la forza l’epicentro delle proteste del 2013, piazza Taksim, oscurando per alcuni periodi i principali social network e esercitando pressioni sui media non allineati alle sue politiche.

La natura degli obiettivi degli ultimi attentati, a opera in particolare del DHKP-C, sembra confermare la volontà di opporsi alla gestione dello Stato da parte di Erdoğan. Dal 2009 a oggi sono stati colpiti comizi elettorali e uffici dell’AKP, sedi ministeriali e centri direzionali delle forze di polizia. Altri attentati invece hanno interessato bersagli direttamente legati ai nuovi indirizzi in politica estera, in particolare rispetto alla Siria. Infatti, fin dall’inizio del conflitto siriano Erdoğan si è schierato fra i più accessi oppositori di Assad, caldeggiando a più riprese un intervento militare per liquidare il vecchio regime alauita. Questa posizione ha fornito alle formazioni eversive ulteriori motivi per passare all’azione.

Nel corso del 2013, un attentatore suicida ha colpito l’ambasciata statunitense ad Ankara in risposta al dispiegamento di missili Patriot in Turchia e due attentati hanno causato decine di morti al valico di Bab al-Hawa e nella vicina Reyhanli, nella provincia di Hatay. Oltre alla tradizionale opposizione anti-atlantica e ai già menzionati legami etnici e tribali che avvicinano il regime alauita di Damasco alla base alevita delle formazioni terroristiche turche, questi attentati hanno mostrato la tenuta delle rete internazionale dei movimenti di estrema sinistra turca.

In seguito all’ultima ondata di repressione da parte del Governo turco, nei primi anni ’80, molte cellule eversive hanno trovato riparo all’estero, in particolare in Siria, Grecia e Germania. Parallelamente, lo spazio d’azione in Turchia si è progressivamente ridotto a causa dell’aumento delle attività terroristiche da parte del PKK.

Alcuni di questi gruppi hanno sostanzialmente spostato le loro basi in Siria, anche grazie all’appoggio del regime di Damasco, al cui fianco stanno combattendo dallo scoppio della guerra civile nel 2011. È il caso di Acilciler (Gli Urgenti), una formazione marxista-leninista nata nel 1975 il cui leader Mihraç Ural è stato per anni a stretto contatto con Öcalan, può disporre di un campo di addestramento nella regione siriana di Latakia e ha inquadrato il suo gruppo nelle milizie filogovernative parte della Shabiha. L’appoggio di Assad ha garantito ad Acilciler la possibilità di continuare a fare proselitismo oltre confine, in particolare fra gli aleviti dell’area di Hatay, e di compiere attentati come quelli di Bab al-Hawa e Reyhanli, per i quali Ural è ritenuto il principale sospettato. In tal modo Acilciler ha dimostrato di potersi spostare agilmente attraverso il poroso confine turco, rendendo concreto il tanto paventato rischio di attacchi terroristici provenienti dalla Siria.

Nel valutare il livello effettivo di minaccia rappresentato dalle formazioni terroristiche che hanno condotto i recenti attentati, bisogna sottolineare come esse possano contare su un numero estremamente ridotto di affiliati, di cui gli elementi realmente operativi, al momento attuale, potrebbero non superare qualche decina. Per quanto possiedano la capacità di reperire armi pesanti e fabbricare ordigni esplosivi, quindi, la Turchia sembra già disporre di tutti gli strumenti necessari per ridurre ai minimi termini la loro operatività. Tuttavia non va sottovalutato il peso che possono assumere alcuni caratteri portanti di queste formazioni eversive, in special modo alla luce dell’attuale situazione del Paese.

L’elezione di Erdoğan a Presidente della Repubblica, alla fine dell’anno scorso, e il suo tentativo di mantenere un controllo pervasivo sull’AKP, messo in luce al momento del ricambio del gruppo dirigente, rendono improbabile un cambiamento significativo delle politiche del Paese nel breve periodo, sia per quanto riguarda gli indirizzi generali sia rispetto alle modalità con cui verranno portate avanti. Poiché è proprio questa una delle cause scatenanti della nuova ondata di attentati, i gruppi terroristici potrebbero trovare un ulteriore incentivo per proseguire nel tentativi di destabilizzazione dell’establishment turco. Dal momento che quest’ultimo viene probabilmente percepito in modo pressoché monolitico, un vasto ventaglio di cariche istituzionali e strutture governative e burocratiche potrebbe rientrare fra i possibili bersagli. Di conseguenza, per massimizzare il risultato in modo proporzionale alle proprie forze, le formazioni eversive potrebbero optare per obiettivi apparentemente secondari, quindi meno controllati, come ad esempio sedi di partito o comitati elettorali di provincia. Come indicano i recenti avvenimenti, episodi di terrorismo potrebbero intensificarsi in prossimità di scadenze elettorali, come le elezioni legislative previste per il prossimo giugno.

Inoltre, gli ultimi arresti dimostrano la capacità di queste formazioni terroristiche di continuare il reclutamento e quindi garantire il ricambio generazionale: i fermati hanno fra i 20 e i 30 anni. Nel caso in cui si accentuasse la frattura sunniti-aleviti, soprattutto a seguito di politiche mirate da parte di Erdoğan, la propaganda potrebbe trovare nuovi spunti e modalità più efficaci per far presa su parte della popolazione. La congiuntura potrebbe rivelarsi ulteriormente vantaggiosa nell’ottica del reclutamento nel caso in cui la crescita economica che ha caratterizzato l’era di Erdoğan dovesse rapidamente volgere al termine (un’ipotesi che principali indicatori economici non escludono), contribuendo così ad aumentare il disagio sociale già diffuso in alcuni strati della popolazione. Inoltre i gruppi terroristici che attualmente operano in Siria potrebbero tornare all’azione in Turchia. Questa eventualità troverebbe motivazioni valide sia in un inasprimento della politica estera turca verso la Siria.

Parte dell’aumento della minaccia rappresentata dall’eversione neomarxista, quindi, dipenderà dall’atteggiamento del Governo turco nel prossimo futuro. Attualmente Erdoğan è impegnato in una esacerbante lotta sotterranea con Fethullah Gülen, suo ex alleato a capo di un vasto impero mediatico e ben inserito all’interno delle forze di sicurezza e della magistratura. Per contrastarlo, non ha esitato a ordinare l’arresto di direttori di quotidiani nazionali e l’oscuramento momentaneo dei social network. Ma questo stesso atteggiamento è stato riproposto in occasione del sequestro del giudice Kiraz, quando Erdoğan ha vietato ai media la copertura in tempo reale della situazione ed ha poi perseguito chiunque diffondesse le immagini del giudice nelle mani dei sequestratori, anche semplici cittadini via web. Il pugno di ferro del Presidente, che già all’epoca delle proteste di Gezi Park aveva contribuito all’innalzamento del livello di scontro, rischia di ricreare condizioni simili e favorire l’insorgere di nuove manifestazioni di protesta allargate a vasti settori della società civile. In un simile contesto, le formazioni terroristiche potrebbero sfruttare a loro vantaggio una situazione già esasperata e capitalizzare l’insoddisfazione generalizzata di segmenti della popolazione.