23 OTTOBRE 2013
Sudan: le manifestazioni contro la fine dei sussidi petroliferi e lo stallo negoziale con Juba
DI Vincenzo Gallo

Il presidente sudanese Omar al-Bashir è alle prese con una serie di sfide interne e internazionali che nel lungo periodo potrebbero mettere in discussione la tenuta del suo governo e del suo partito CN (Congresso nazionale, al-Mu'tamar al-Waṭanī) al potere ininterrottamente dal 1989. Alla fine di settembre si è assistito ad una delle peggiori rivolte popolari del recente passato, scoppiate a seguito dell’annuncio del governo di sospendere i sussidi statali sui prodotti petroliferi. In pochi giorni, le agitazioni, cominciate nel sobborgo Wad Madani di Khartoum, si sono rapidamente estese a gran parte della capitale e a sette altre città del Paese, dando vita ad uno scenario di guerriglia urbana che ha lasciato sul terreno un numero imprecisato di vittime. Secondo le fonti governative si tratterebbe di poche decine, ma c’è chi parla di oltre 200. In pochi giorni le forze di sicurezza sudanesi hanno represso i disordini con oltre 600 arresti, motivati prevalentemente con l’accusa di sabotaggio ai danni di stazioni di rifornimento carburante e persino di assalti a siti governativi e di polizia. Le autorità hanno adottato misure drastiche per scongiurare il rischio di una ribellione estesa a tutto il Paese. Le emittenti televisive, come la sede di Al-Arabiya a Khartoum, sono state chiuse e la rete internet è stata momentaneamente sospesa. Si è temuto, soprattutto, che dietro le proteste spontanee si potessero celare cospirazioni golpiste da parte di alcuni ambienti delle Forze Armate. In effetti, la rapidità con cui l’ondata di proteste si è diffusa e la durezza della repressione governativa hanno fatto pensare a qualcosa di più serio di semplici agitazioni popolari. Anche se un gallone di benzina è passato da 2,7 dollari a 4,7 in meno di una settimana, gli eventi di settembre hanno alimentato la convinzione che le proteste abbiano mostrato un malcontento sociale profondo e imputabile a cause più radicali della mera abolizione dei sussidi.

Nonostante le manifestazioni, il Presidente Bashir ha continuato a difendere fermamente il piano di austerità messo in atto dal governo con l’ausilio degli esperti del Fondo Monetario Internazionale. La sospensione dei sussidi, secondo l’esecutivo, è finalizzata alla riduzione della spesa pubblica e del tasso d’inflazione. Questi due fattori hanno contribuito negli ultimi due anni ad aggravare la situazione economica del Paese, già pesantemente compromessa dalla perdita degli introiti petroliferi a seguito dell’indipendenza del Sud Sudan.

Alle criticità sul fronte interno si sono aggiunte le continue tensioni internazionali, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il vicino sud sudanese. Sul piano della cooperazione e della soluzione delle controversie con il Sud Sudan non si registrano significativi e concreti passi in avanti. A più di un anno dall’accordo di fine agosto 2012, con cui Khartoum e Juba sembravano aver imboccato la strada giusta per risolvere pacificamente le questioni irrisolte relative alla spartizione dei proventi petroliferi e la stabilizzazione delle regioni di confine ancora contese, le relazioni tra i due Paesi sono tuttora connotate da tensioni che talvolta sfociano in scontri armati. Eppure, a marzo di quest’anno il processo negoziale sembrava aver raggiunto la tanto attesa svolta con gli accordi sull’imminente ripresa dell’export del greggio sud sudanese, bloccato da oltre un anno a seguito della decisione unilaterale di Juba, all’inizio del 2012. Al contrario, il livello della tensione si era nuovamente innalzato e il presidente Omar Al-Bashir aveva decretato, all’inizio di giugno 2013, lo stop al transito del petrolio negli oleodotti sudanesi come rappresaglia per il presunto appoggio di Juba all’alleanza dei gruppi ribelli del Sudanese Revolutionary Front (SRF). Questi ultimi, che hanno recentemente intensificato le proprie operazioni nel Sud Kordofan contro l’Esercito sudanese, perseguono l’obiettivo di realizzare l’indipendenza delle regioni del Darfur, di Abiyei, del Sud Kordofan e del Blue Nile. Ne fanno parte, oltre al Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), anche il Justice and Equality Movement (JEM) e le due fazioni del Sudan Liberation Movement, una con a capo Abdel Walid (SLM-AW) e l’altra Minni Minawi (SLM-MM). Anche molti miliziani del JEM, tradizionalmente attivi nella regione del Darfur, hanno contribuito a rafforzare la presenza dell’alleanza nel South Kordofan.

I negoziati di agosto e settembre 2012 avevano, oltre a questioni economiche e di cooperazione, avuto ad oggetto importanti accordi, tra cui la costituzione di una zona demilitarizzata lungo i 1.800 km di frontiere comuni. Le truppe dei rispettivi Paesi avrebbero dovuto ritirarsi e mantenersi ad almeno 10 km di distanza dal confine allo scopo di ostacolare i tentativi di Khartoum e Juba di appoggiare i gruppi ribelli impegnati in Sudan e nei territori contesi del Sud Kordofan e Blue Nile. Nonostante l’impegno formale dei due Paesi, queste regioni sono tuttora teatri di scontri e, anzi, entrambi i contendenti hanno cercato a più riprese di acquisirne il controllo. Il 27 aprile, infatti, i ribelli del SPLM-N hanno sferrato un attacco e conquistato la città di Abu Kershola nel Sud Kordofan. La risposta di Khartoum non si è fatta attendere e, meno di un mese dopo, l’Esercito è riuscito a respingere le forze ribelli. In risposta a questi scontri, Al Bashir ha annunciato la definitiva sospensione dei negoziati di pace con il SPLM-N, contribuendo a creare un clima di tensione generalizzato che ha interessato tutta la regione centrafricana. Infatti, la soluzione del conflitto tra Khartoum e i ribelli non è semplicemente da relegare ad un ambito di politica interna, ma costituisce una condizione imprescindibile per stabilizzare i rapporti tra il Sudan ed il Sud Sudan e scongiurare il rischio di nuove guerre con gravi ripercussioni sulla sicurezza della regione.

Il presunto appoggio da parte di Juba ai gruppi ribelli in Sudan resta una delle questioni più spinose e suscettibili di compromettere il processo di pace. Khartoum ha più volte ammonito il governo sud sudanese circa le conseguenze dei continui rinvii degli incontri del Joint Security Committee, l’organo incaricato di esaminare la veridicità delle reciproche accuse. Al-Bashir insiste nel voler a tutti costi subordinare l’implementazione degli accordi del 27 settembre 2012 a precise garanzie da parte di Juba a cessare qualsiasi assistenza ai gruppi ribelli. Dal canto suo, anche il presidente sud sudanese, Salva Kiir, continua ad accusare il Sudan di avere precise responsabilità e di voler cogliere l’occasione per far naufragare il processo di pace violando gli accordi di cooperazione. In particolare, si imputa a Khartoum di continuare a inviare mercenari e aiuti militari alle milizie ribelli per destabilizzare il Paese. Le Forze Armate sudanesi, inoltre, hanno ripetutamente violato l’integrità territoriale del Sud Sudan invadendo Kuek, una località nello stato dell’Upper Nile, costringendo i militari del Sudan People’s Liberation Army (SPLA) a ritirarsi. Dal canto suo, anche il governo sudanese sostiene di aver subito attacchi armati da parte delle milizie ribelli. Secondo Khartoum, infatti, i miliziani del JEM avrebbero preso di mira un’istallazione petrolifera ad Ajaja, nell’area settentrionale di Abyei, nonostante la presenza del contingente di pace dell’UNISFA (United Nations Interim Security Force for Abyei). Il gruppo armato, sarebbe penetrato in questo territorio attraversando lo Stato sud sudanese dell’Unity con l’appoggio di Juba.

Nonostante le tensioni politiche e i continui scontri armati, le ricche regioni petrolifere del Darfur e del Sud Kordofan hanno continuato l’estrazione dell’”oro nero” e, negli ultimi mesi, non si è assistito alla tanto temuta interruzione dei flussi. Un’eventuale stop di Khartoum significherebbe penalizzare ulteriormente le economie di entrambi i Paesi, già stremate da oltre un anno di mancati introiti, essendo l’oro nero, la principale entrata per le casse statali. La decisione di Salva Kiir di sospenderne l’estrazione di petrolio all’inizio del 2012 come contromisura nei confronti di Khartoum non ha avuto solo effetti pesantissimi sul PIL sud sudanese, ma ha anche rappresentato un ulteriore ostacolo alla prosecuzione dei negoziati di pace. Con l’indipendenza del Sud Sudan a luglio 2012 questo Paese è riuscito ad acquisire il controllo del 75% delle risorse petrolifere esistenti in quel momento in Sudan. L’assenza di sbocchi sul mare e la grave carenza infrastrutturale, però, costringe Juba a dover dipendere dagli oleodotti sudanesi per il trasporto e l’export del petrolio stesso. Tutto questo, però, ha un prezzo molto alto. Khartoum, una volta rinunciato agli introiti della vendita del greggio, cerca di recuperare imponendo tariffe di transito elevatissime per l’uso delle proprie infrastrutture, indispensabili perché il petrolio possa essere trasportato agevolmente verso Port Sudan nel Mar Rosso ed essere commercializzato.

Sebbene gli accordi di fine agosto 2012 abbiamo provveduto a fissare una tariffa di transito di circa 9 dollari a barile, la ripresa della produzione in Sud Sudan è avvenuta a ritmi estremamente lenti e comunque ben al di sotto delle potenzialità precedenti alla crisi quando si estraevano circa 500.000 barili al giorno. Il PIL di Juba, dipendente al 98% dal petrolio, ha conosciuto un autentico tracollo. Si calcola, infatti, che nel 2012 la ricchezza nazionale si sia ridotta di quasi il 50% e, visti i tempi ancora lunghi per il ripristino della capacità produttiva, si prevede una diminuzione del 16% anche per il 2013. A peggiorare il quadro è intervenuta una fortissima svalutazione della moneta nazionale, il South Sudanese Pound, accompagnata dall’improvviso innalzamento del tasso d’inflazione. A maggio 2012 il livello dei prezzi aveva fatto registrare un incremento di oltre il 70%, per poi attestarsi al 25% a dicembre a seguito degli accordi tra i due Paesi.

Le attuali capacità di pressione di Khartoum nei confronti di Juba risiedono nel monopolio che il governo di al-Bashir esercita nel settore della commercializzazione del petrolio sud sudanese. Infatti, la Great Nile pipeline è l’unico oleodotto che, al momento, permette al greggio estratto da Juba di poter raggiungere, passando per l’infrastruttura di Port Sudan sul Mar Rosso, il mercato mondiale. Tuttavia, tale monopolio è destinato a cessare nei prossimi anni, quando saranno operative le nuove pipeline dirette verso le coste keniote. A quel punto, il potere negoziale di al-Bashir ne potrebbe risultare significativamente ridimensionato. La cooperazione economica, politica e di sicurezza tra i due Sudan, dunque, rappresenta l’unica strada possibile per scongiurare l’inasprimento delle tensioni tra Khartoum e Juba. Tuttavia, le acredini del passato e la grande mole d’interessi in gioco rende i negoziati molto difficili. Infatti, sui rapporti tra i due Sudan pesa come un macigno la questione irrisolta del referendum del Sud Kordofan e del Blue Nile, due regioni ricchissime di petrolio e acqua la cui perdita, da parte del governo sudanese, potrebbe rappresentare una catastrofe economica, politica e umanitaria estremamente grave.