04 MARZO 2013
L’ultimo test nucleare nordcoreano e i fattori di tensione nell’Asia nordorientale
DI Andrea Chiriu

A poche settimane dal lancio del razzo Unha-3, il 12 febbraio scorso la Corea del Nord ha effettuato un test nucleare, alimentando le preoccupazioni sudcoreane e lo sdegno del resto del mondo. Questo episodio contribuisce ad addensare le nubi sopra la regione dell’Asia nordorientale alle prese con svariati fattori di rischio, tra cui spiccano la disputa sino-giapponese sul possesso delle isole Diaoyu/Senkaku e quella russo-nipponica riguardante le isole Curili. Quest’ultima questione passa sovente sottotraccia, quasi fosse sopita ma periodicamente rinfocolata dalle uscite verbali dei nazionalisti più accesi, sia russi che giapponesi. Decisamente più calda è la disputa sino-nipponica sulle isole Diaoyu/Senkaku, che a cavallo fra il 2012 e il gennaio del 2013 ha raggiunto clamorose vette di tensione, culminate con le minacce giapponesi di abbattere eventuali aerei cinesi che sorvolassero le isole.

Oltre alla Corea del Nord, che assume il ruolo di fattore imprevedibile dell’area, nello scacchiere dell’Asia nordorientale si confrontano cinque attori principali: Repubblica Popolare Cinese, Giappone, Corea del Sud, Federazione Russa e Stati Uniti d’America.

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta senz’altro la potenza in ascesa della regione. E’ l’unico alleato, quasi il tutore, della Corea del Nord. Lo stesso episodio del test nucleare ha messo a dura prova la sua pazienza nei confronti dell’incauto vicino. Pechino ha infatti condannato senza esitazioni il test, intimando che non si ripeta in futuro. In realtà, i rapporti fra la Cina e la Corea del Nord non sono mai stato semplice. Infatti, se è vero che le armate di “volontari” cinesi salvarono Kim Il-Sung dalla sconfitta durante la guerra del 1950-53, è altrettanto vero che l’allora leader nordcoreano mantenne posizioni vicine a Mosca durante il confronto/scontro sino-sovietico. Il netto riavvicinamento fra Pechino e Pyongyang si è avuto a partire dalla fine degli anni Ottanta, con la caduta dei regimi sociali est-europei e la disgregazione dell’URSS. A partire dai primi anni Duemila, però, i rapporti si sono nuovamente raffreddati, mantenendosi cordiali ma non così intensi. Le motivazioni sono da ricercarsi soprattutto nella volontà cinese di aprire al mercato l’economia nordcoreana, che porterebbe indubbi vantaggi commerciali alle confinanti province di Liaoning, Jilin e Heilonjiang (non certo le più ricche della Cina) ma che cozza con il rifiuto opposto da Kim Jong-Il e perpetrato, o almeno così parrebbe, da suo figlio. D’altronde, le reticenze nordcoreane sono parzialmente giustificate: l’apertura senza filtri al commercio internazionale potrebbe causare l’afflusso in Corea del Nord di beni di consumo cinesi che andrebbero a sconvolgere i fragilissimi equilibri, non solo dell’economia locale, ma anche della stessa nomenklatura. Non mancano, inoltre, diatribe confinarie circa il possesso di alcune isolette nei fiumi Yalu e Tumen, che delimitano il confine fra i due paesi. Tuttavia, sebbene non particolarmente soddisfatta dell’avventurismo dell’alleato, è difficile che Pechino possa favorire un cambio di governo a Pyongyang. Un’eventuale transizione, anche pilotata, è pur sempre un salto nel buio e la Cina non può rischiare di perdere l’unico alleato in uno scacchiere zeppo di potenziali nemici.
Fra questi va annoverato il Giappone. I due paesi si confrontano aspramente sulla questione delle Diaoyu/Senkaku, ma il confronto ha radici storiche più profonde, legate in primis alla voglia di rivalsa nipponica nei confronti dell’ingombrante vicino, verso cui è indubbiamente debitore dal punto di vista culturale, sfociata nel militarismo e nazionalismo esasperati della prima metà del Novecento, che hanno lasciato tracce sanguinose e indelebili nella memoria storica cinese. Oggi i due paesi sono legati a doppio filo dal punto di vista economico, la loro collaborazione in campo commerciale e finanziario è profonda, eppure non riescono a liberarsi di questo fardello storico. La ri-elezione di Shinzo Abe, leader populista e nazionalista, al governo di Tokyo, accompagnata da una forte crescita dell’ancor più nazionalista Restoration Party di Shintaro Ishihara, preoccupa i leader cinesi, nonostante le prime dichiarazioni di Abe sulla questione delle Diaoyu/Senkaku si siano caratterizzate per i toni tutto sommato concilianti.

Anche la Corea del Sud è alle prese con un cambio al governo, che ha portato al potere Park Geun-hye, figlia del vecchio dittatore Park Chung-hee. A dispetto delle credenziali famigliari, però, Park Geun-hye ha caratterizzato la propria campagna elettorale per i toni distensivi nei confronti del Nord. Anche la Corea del Sud intrattiene stretti rapporti economici con il gigante cinese, con cui però non mancano fattori di confronto/scontro legati alla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Mar Cinese Orientale.

La Federazione Russa, dal canto suo, sembra essere l’attore meno coinvolto nelle dinamiche di confronto/scontro nella regione. Posta la parola fine sulla querelle frontaliera con la Cina grazie all’accordo del 2004, il principale issue russo nell’area è diventato lo sviluppo economico del proprio Oriente Estremo. In tale contesto, le Isole Curili assumono, agli occhi di Mosca, una notevole valenza strategica per il controllo del Mar di Okhotsk, vero e proprio golfo interno russo. Per il Giappone, invece, le Isole Curili rappresentano un’estensione del territorio metropolitano e, dunque, è ancora una volta il sentimento nazionalista che alimenta le richieste nipponiche, peraltro decisamente giustificate dal punto di vista storico.

Infine, gli Stati Uniti rappresentano il quinto attore della regione. Sotto la presidenza Obama, l’attenzione di Washington verso l’Asia e la Cina in particolare è decisamente aumentata rispetto alle precedenti amministrazioni Bush. In realtà, il pivot americano si è tramutato essenzialmente nell’esercizio di soft power focalizzato soprattutto verso lo scacchiere sudorientale. La minore attenzione verso lo scacchiere nordorientale è però dovuta al fatto che nell’area gli USA possono contare sull’appoggio della Corea del Sud e del Giappone, dove mantengono tuttora ingenti (e a volte oggetto di contestazioni) forze militari. L’obiettivo principale della politica asiatica statunitense sembra essere il containment della Cina e in tale ottica sia Corea del Sud che Giappone svolgono la funzione di “guardiani” dell’area. Non va infatti dimenticato che tutti gli attori dello scacchiere possiedono un importante potenziale militare: così, se è vero che la Repubblica Popolare Cinese ha messo in atto un vasto programma di modernizzazione delle forze armate, non va dimenticato che le Forze sudcoreane e giapponesi sono tecnologicamente più avanzate, seppur quantitativamente inferiori. Tanto più che, con il nuovo governo Abe, il Giappone potrebbe abbandonare la finzione delle “Forze di Autodifesa” e dotarsi finalmente di Forze Armate giuridicamente e concettualmente al pari degli altri Paesi.

In virtù di tutto ciò, è plausibile che, nonostante il periodico riacutizzarsi delle singole dispute, lo status quo della regione non muti nel breve-medio periodo. Il potenziale militare delle forze in campo (Cina e Russia sono potenze nucleari, la Corea del Nord ha un piccolo deterrente non ancora spendibile, mentre Corea del Sud e Giappone sono in grado di dotarsene in breve tempo, oltre che fare affidamento su quello statunitense) contribuisce in tal senso, attraverso una sorta di “guerra fredda” su scala regionale, a cui si accompagna l’intensa integrazione delle economie dei vari attori coinvolti. In sostanza, escludendo la Corea del Nord, che può rappresentare la “scheggia impazzita”, ed impreviste impennate dei rispettivi nazionalismi in grado di sconvolgere gli equilibri interni degli attori regionali, nessun Paese dello scacchiere ha un reale interesse nell’alterare l’attuale situazione strategica nello scacchiere nordorientale.