Israele al voto, Netanyahu cerca il quinto mandato
Medio Oriente e Nord Africa

Israele al voto, Netanyahu cerca il quinto mandato

Di Gloria Piedinovi
07.03.2019

Il 24 dicembre scorso, il portavoce del Likud, partito conservatore di destra del Premier Benjamin Netanyahu, ha annunciato la decisione di indire le elezioni anticipate in Israele, che si terranno il 9 aprile prossimo.

Netanyahu, già Primo Ministro dal 1996 al 1999, è tornato alla guida del governo nel 2009. Da allora è stato ininterrottamente protagonista della scena politica israeliana, divenendo punto di riferimento imprescindibile per i governi di centro-destra. Leader del Likud dal 1993 al 1999, e poi ancora dal 2005 sino ad oggi, Netanyahu ha guidato il partito verso la sua ascesa a formazione politica con il più alto numero di seggi alla Knesset (il Parlamento israeliano), primato che detiene dal 2009.

In questa nuova campagna elettorale, Netanyahu può contare su un indice di gradimento popolare ancora elevato: i principali sondaggi lo danno intorno al 41%, pari a circa 30 seggi sui 120 del Parlamento unicamerale israeliano. Tuttavia, a partire dal 2016 una serie di fattori sembra aver progressivamente incrinato la credibilità politica del Premier e messo in crisi la stabilità della coalizione al governo.

Innanzitutto, la leadership di Netanyahu è stata scossa dalle accuse giudiziarie mosse a suo carico per corruzione, frode, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro. Parallelamente, soprattutto nell’ultimo anno, si sono acuite le voci di dissenso sul suo operato provenienti dall’interno dello stesso Likud. Gideon Saar (già Ministro dell’Educazione e dell’Interno) e Yisrael Kats (Ministro dell’Intelligence, in passato ai vertici dei dicasteri dei Trasporti e dell’Agricoltura) si sono fatti portavoce di una fronda interna che ha aspramente criticato il Premier, in primis con riferimento alle accuse giudiziarie, e successivamente per la gestione del dossier di Gaza. All’interno dello stesso Likud vi sono quindi voci che mettono in discussione la permanenza di Netanyahu alla guida del partito.

Oltre al progressivo isolamento all’interno del suo stesso partito, Netanyahu ha dovuto fare i conti con le diatribe tra le diverse formazioni che compongono la maggioranza. Nell’ultimo anno, queste tensioni si sono acuite, determinando una generale perdita di coesione della coalizione di governo e un rallentamento dell’azione dell’esecutivo. Il punto di rottura è stato segnato dalle dimissioni, annunciate il 14 novembre 2018, del Ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader del partito di estrema destra Israel Beitenu. La decisione è stata motivata come protesta contro la decisione di Netanyahu, presa pochi giorni prima, di firmare una tregua con Hamas, il partito islamista che controlla la Striscia di Gaza, al culmine dei più violenti scontri tra le fazioni gazawi e le forze israeliane dall’operazione Margine Protettivo del 2014.

Va segnalato che alcuni elementi relativi alla gestione della questione palestinese costituiscono tradizionalmente un punto divisivo per le forze politiche israeliane. La linea dura mantenuta dal Premier nella primavera 2018 aveva suscitato fortissimi dissensi tra le forze di sinistra. In un secondo momento, con l’innalzamento del livello di violenza verificatosi durante l’estate, Netanyahu aveva optato per una linea meno intransigente, nel tentativo di evitare un intervento su larga scala. La semplice apertura al dialogo con Hamas aveva però fatto insorgere i partiti di estrema destra, suoi partner di governo, che fin da agosto-settembre non hanno lesinato verso il Premier pesanti accuse per il mancato lancio di un attacco decisivo sulla Striscia, capace di porre fine agli scontri. La scelta di siglare un cessate il fuoco con Hamas ha così portato alle dimissioni di Lieberman e all’uscita dalla maggioranza dei suoi sei deputati di Israel Beitenu, lasciando Netanyahu con una maggioranza di appena 61 seggi su 120. Dunque, il combinato disposto delle tensioni tra i partiti di governo e della palese fragilità della maggioranza hanno indotto Netanyahu a porre fine anticipatamente alla legislatura.

Dunque, in vista delle imminenti elezioni, gli schemi su cui si reggeva la coalizione guidata dal Likud sembrano essere saltati, mentre alcune delle tradizionali alleanze si sono dissolte. La fase di rimescolamento della scena politica israeliana è quindi proseguita con la formazione di nuovi partiti politici e di nuove intese, che hanno interessato tanto gli schieramenti degli ultraortodossi, quanto le formazioni afferenti alla destra e alla sinistra.

Le tensioni tra i deputati ultraortodossi e il resto della compagine di governo avevano raggiunto l’apice già a febbraio 2018. Infatti, in quel frangente Lieberman aveva proposto di modificare la legge sull’esenzione dal servizio militare obbligatorio per gli ultraortodossi, così da ottemperare ad una sentenza del 2017 della Corte Suprema israeliana. La ferma opposizione di Yaakov Litzman, leader del partito ultraortdosso Agudat Yisrael (Unione d’Israele), e la sua minaccia di sfiduciare il governo, avevano portato a una proroga dei termini entro cui modificare la norma. Tuttavia, la diatriba aveva comportato una profonda frattura tra l’allora Ministro della Difesa e la componente ultraortodossa, coinvolgendo il governo in una crisi durata settimane e creando una spaccatura all’interno della maggioranza che si è trascinata fino al termine della legislatura.

In questo contesto, e nell’ottica del ritorno alle urne, la componente ultraortodossa si è quindi impegnata per rafforzare la coesione al suo interno, con l’obiettivo di aumentare la propria capacità negoziale in future trattative per la formazione del nuovo esecutivo. A metà gennaio 2019, Litzman e Moshe Gafni, leader di Degel HaTorah (Bandiera della Torah), hanno firmato un accordo elettorale e ribadito la volontà di restare uniti nella formazione Yahadut HaTorah HaMeuedet (Giudaismo Unito nella Torah). Uno dei nodi centrali per questo ticket elettorale resta la decisione su un eventuale allineamento con i partiti che saranno vincitori nelle prossime elezioni. Tale allineamento potrebbe essere possibile qualora la nuova maggioranza includesse nel programma di governo le istanze ultraortodosse, dimostrando di attribuire una debita considerazione  al ruolo degli ultraortodossi nella società israeliana.

Parallelamente, anche altri partiti collocati nella porzione destra dello spettro politico israeliano stanno vivendo una situazione di fermento e riorganizzazione. Naftali Bennett, in qualità di leader del partito nazionalista conservatore La Casa Ebraica e Ministro dell’Istruzione, ha mostrato nel corso dell’ultimo anno un deciso attivismo politico, che potrebbe preludere ad un suo tentativo di porsi come nuovo punto di riferimento per l’intera area politica di centro-destra. Infatti, avvalendosi al massimo della posizione ricoperta dalla collega di partito Ayelet Shaked, Ministro della Giustizia, Bennett ha sostenuto la promulgazione di due leggi riguardanti temi particolarmente cari alla Casa Ebraica. Ci si riferisce al riconoscimento ai coloni del diritto di proprietà sulle terre in Cisgiordania e alla definizione di Israele come “Stato ebraico”. Bennett si è dunque fatto promotore di due provvedimenti che favoriscono la componente dell’elettorato più sensibile a un nazionalismo non alieno da accenti religiosi, oltre a garantire il tradizionale supporto ai coloni (che rappresentano circa il 10% della popolazione) e ad una interpretazione oltranzista della politica degli insediamenti israeliani.

Con una mossa che è stata interpretata da più parti come una sfida diretta alla leadership di Netanyahu e del Likud nel centro-destra, il 29 dicembre scorso Bennett e Shaked hanno quindi annunciato la loro uscita da Casa Ebraica e la fondazione del partito HaYamin HeHadash (La Nuova Destra). La nuova formazione politica potrebbe rispecchiare la volontà di scomporre le alleanze tradizionali dei partiti di destra per creare una nuova sinergia tra le componenti conservatrici. Infatti, proprio a queste ultime, e nel loro complesso, si rivolge il progetto de La Nuova Destra, in un’ottica inclusiva che punta ad attrarre sia l’elettorato più religioso, sia quello nazionalista, sia, ancora, i conservatori laici. Benché abbia ottenuto finora un numero di voti limitato, al momento Bennett si presenta come uno dei candidati di maggiore spicco, un rivale e un potenziale successore di Netanyahu. L’eventuale ascesa de La Nuova Destra potrebbe quindi rendere Bennett uno dei migliori candidati in grado di conferire nuova coesione allo schieramento di centro-destra, inserendosi, seppur secondo modalità in parte innovative, all’interno del solco scavato a suo tempo dallo stesso Netanyahu.

In questo progetto di una “nuova destra” potrebbe trovare quindi nuova rilevanza l’ultraortodosso Giudaismo Unito nelle Torah, soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Shaked circa la volontà del partito di divenire una seconda casa per gli ultraortodossi che lavorano e che desiderano integrarsi nella società. Dopo la brusca rottura con la compagine di governo avvenuta nel febbraio 2018, questo recente segnale di apertura potrebbe portare Litzman e Gafni ad ammorbidire le loro posizioni, assicurando quindi alla nuova compagine di destra anche i voti della variegata comunità ultraortodossa.

Non deve quindi sorprendere che il riposizionamento di Bennett abbia indotto Netanyahu a cercare di tessere nuove intese a destra del Likud. Infatti, lo scorso 20 febbraio il Premier ha stretto un accordo elettorale con Otzma Yehudit (La Forza Ebraica), partito dell’estrema destra religiosa attualmente privo di rappresentanza alla Knesset. Inoltre, Netanyahu ha ventilato la possibilità di riservare due Ministeri a La Casa Ebraica se, prima del voto, si fondesse con Otzma Yehudit. In buona sostanza, appare chiaramente il tentativo del Premier di privare Bennett di potenziali alleati, nonché di depotenziarne l’immagine di unico paladino delle istanze del conservatorismo religioso israeliano.

Un fermento speculare si è visto nei partiti di sinistra, la cui riorganizzazione e rimodulazione appare andare decisamente verso posizioni più conservatrici, approfondendo una tendenza già visibile negli ultimi anni. Non a caso l’Unione Sionista, movimento che negli ultimi anni ha guidato le formazioni di sinistra, è stato guidato da politici provenienti dalla destra e dal centro-destra come Avi Gabbay e Tzipi Livni. Tuttavia, il 1° gennaio 2019 il leader dell’Unione Sionista Gabbay ha annunciato l’interruzione della collaborazione con Livni, decretando, di fatto, la fine dell’Unione Sionista così com’era configurata fino a quel momento. Nel tentativo di non scomparire dalla scena politica, Livni si è quindi rivolta alle formazioni centriste Yesh Atid (C’è un futuro) di Yair Lapid e Kulanu (Tutti noi) di Moshe Khalon, senza tuttavia riuscire a concretizzare alcun accordo pre-elettorale.

Infatti, Livni si è vista sottrarre pressoché ogni margine di manovra disponibile dalla creazione del neonato partito di centro Hosen L’Yisrael (Resilienza per Israele), fondato lo scorso 27 dicembre da Benny Gantz, ex Capo di Stato Maggiore. Ad ogni uscita pubblica, l’ex militare è sembrato attento a non alienarsi i consensi dell’elettorato più conservatore, soprattutto evitando di attaccare frontalmente Netanyahu circa questioni legate alla gestione della sicurezza nazionale. Tuttavia, dopo alcune settimane di incertezza circa il reale collocamento del partito nello spettro politico, Gantz ha annunciato di aver stretto un’alleanza proprio con Lapid e Khalon. Ad ogni modo, secondo molteplici sondaggi, il leader di Hosen L’Yisrael avrebbe il potenziale di riscuotere consensi in maniera trasversale rispetto allo spettro politico, e dunque in teoria potrebbe riuscire a inserirsi anche nel tradizionale bacino elettorale del Likud. Dunque, una sua performance positiva alle urne potrebbe assegnare a Gantz il ruolo di ago della bilancia nella fase di formazione del prossimo esecutivo, oppure permettergli di porsi alla testa di un’opposizione credibile qualora scegliesse di restare fuori dal governo.

Benché, come ricordato in precedenza, al momento Netanyahu sembri aver conservato un indice di gradimento elevato, sia a livello personale che in termini di tenuta del Likud, nell’attuale fase di ristrutturazione del panorama politico israeliano la sua capacità di presentarsi nuovamente come unico possibile collante per un governo di centro-destra sembra essersi indebolita. Infatti, le destre e le sinistre si sono riorganizzate in formazioni che hanno le potenzialità per contendere al Likud la capacità di aggregare attorno a sé una possibile maggioranza, anche se appare difficile strappare alla formazione di Netanyahu il ruolo di primo partito. Inoltre, vista la delicata situazione giudiziaria di Netanyahu, è altresì possibile che, qualora il Likud si riconfermasse come primo partito, la leadership di Netanyahu venga contestata da una crescente fronda interna. Ciò non soltanto in ragione delle personalità che all’interno del Likud lo vorrebbero estromettere dalla guida del partito, ma anche nel caso in cui il Capo dello Stato Reuven Rivlin, proprio in forza delle vicende giudiziarie dell’ex Premier, decidesse di affidare l’incarico di formare il nuovo governo a una personalità diversa, che possa meglio incarnare le necessità di solidità, trasparenza e credibilità del futuro esecutivo.

Articoli simili