01 GIUGNO 2018
Mali, i jihadisti tornano a Timbuktu
DI Marco Di Liddo

Il 14 aprile, Timbuktu, capoluogo dell’omonima regione nord-occidentale del Mali, è stata oggetto di uno dei più sofisticati attentati terroristici perpetrati nel Paese africano negli ultimi anni. Nello specifico, nel pomeriggio, le infrastrutture militari che ospitano reparti sia del contingente ONU di MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation au Mali) che del contingente francese dell’Operazione BARKHANE, adiacenti all’aeroporto cittadino, sono state colpite da un attacco durato diverse ore. Inizialmente, la base ONU/francese è stata colpita da numerosi colpi di mortaio, prima che 3 VBIED (Vehicle Borne IED) contrassegnati con le sigle delle Nazioni Unite cercassero di aprire una breccia presso il punto d’ingresso. Di questi, soltanto uno è esploso, permettendo ai miliziani, alcuni dei quali travestiti da personale ONU e da personale dell’Esercito Maliano, di penetrare all’interno della base. Dopo diverse ore di combattimenti, soltanto l’intervento di un caccia MIRAGE 2000, di un elicottero TIGRE e di un nucleo di forze speciali provenienti dalle vicine istallazioni francesi in Niger e Ciad hanno permesso di neutralizzare gli assalitori. Il bilancio finale è stato di 16 morti, di cui un casco blu burkinabè e 15 terroristi, e diverse decine di feriti. A rivendicare l’attacco è stato il GSIM (Gruppo per il Supporto all’Islam e ai Musulmani), organizzazione jihadista nata nel 2017 e parte del network di AQMI (al-Qaeda nel Maghreb Islamico).

L’attacco getta un’ombra lunga sul processo di stabilizzazione in Mali e sull’evoluzione dell’insorgenza jihadista in tutta la regione. Negli ultimi tempi i problemi maggiori avevano riguardato le città di Gao e Kidal, 2 tradizionali bastioni del fronte anti-governativo ed anti-francese e, soprattutto, 2 roccaforti della confederazione tribale tuareg Ifoghas, originaria dell’omonimo altopiano desertico orientale maliano, guida della rivolta separatista sin dagli anni ‘90 e nucleo della componente jihadista tuareg in tutto il Sahel. Non è un caso che, sino ad oggi, i principali attacchi contro il contingente di MINUSMA, quello di BARKHANE e contro le Forze Armate maliane siano avvenuti nelle provincie di Gao e Kidal, restie ad accettare i ritardi dell’amministrazione di Bamako nell’implementare i contenuti degli Accordi di pace di Algeri, sottoscritti nel 2015, che prevedevano la concessione di una crescente autonomia per le provincie a maggioranza tuareg del nord-est del Paese. In uno scenario fortemente tribalizzato come quello del Mali e del Sahel, dove le affiliazioni claniche sono cruciali per il controllo del territorio, l’attacco di Timbuktu potrebbe essere indicativo di un crescente malcontento della confederazione tribale tuareg locale, quella Idnan, e di un suo possibile e graduale avvicinamento al GSIM. Infatti, non bisogna dimenticare che, tra il 2012 e il 2013, durante la fase iniziale della rivolta tuareg nel nord del Mali, le milizie Ifoghas di Kidal e Gao, inquadrate nel gruppo jihadista Ansar al-Din (Difensori della Fede), le milizie jihadiste di AQMI e del defunto MUJAO (Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale) e le milizie Idnan di Timbuktu del MLNA (Movimento di Liberazione Nazionale dell’Azawad) avevano combattuto insieme contro le truppe regolari maliane. Successivamente, a causa della tradizionale rivalità tra le confederazioni tribali di Kidal e Timbuktu, delle divergenze circa l’applicazione della sharia nei territori conquistati e dell’intervento militare francese (Operazione SERVAL), il fronte ribelle si era disgregato. Mentre la confederazione Ifoghas aveva deciso di continuare, sotto forme molteplici, l’opposizione a Bamako, la confederazione Idnan, con un clamoroso ed inaspettato voltafaccia, si era schierata con le autorità maliane e le Forze Armate francesi dietro la promessa di ottenere una significativa autonomia, sul modello del vicino Niger, dove le regioni settentrionali sono, di fatto, governate dai Tuareg. Tuttavia, gli scarsi risultati politici del processo di pace e il crescente malcontento delle comunità locali verso quella che viene percepita come una vera e propria occupazione straniera potrebbero aver spinto la confederazione Idnan a riavvicinarsi a quella Ifoghas e ad aprire alla possibilità di cooperazione con il GSIM. Oltre a ragioni politico-strategiche, legate all’opportunità di perseguire più efficacemente la propria agenda di auto-governo della regione, il possibile avvicinamento dell’Idnan al GSIM potrebbe avere pure motivazioni economiche. Infatti, l’organizzazione jihadista guidata dal tuareg Ifoghas Iyad Ag Ghaly ha costruito la propria forza su un modello organizzativo federalista e para-statale, mirante a imporre il controllo del territorio, a garantire assistenza alle etnie emarginate e a speculare sul traffico di migranti, droga ed esseri umani per alimentare la propria struttura. In questo senso, un ulteriore indizio a sostegno dell’avvicinamento della confederazione Idnan ai network jihadisti potrebbe essere legato al lento, ma graduale, cambiamento delle rotte migratorie irregolari sahariane verso l’Europa. Infatti, con il ridimensionamento del flusso attraverso il nord del Niger (corridoio Agadez – Sabha), per merito degli interventi francesi e dell’UE, i trafficanti hanno iniziato a cercare rotte alternative ad ovest, guardando a vettori che dal nord del Mali portino al sud dell’Algeria e poi al sud della Libia. In sintesi, Timbuktu potrebbe diventare, in un futuro non troppo remoto, quello snodo logistico per il flusso migratorio africano-europeo che oggi è Agadez. Se ciò avvenisse, la confederazione Idnan avrebbe enormi vantaggi economici, ma avrebbe, appunto, bisogno della rete del GSIM. Infatti, il GSIM si configura come un ombrello di movimenti jihadisti del Sahel, ognuno dei quali a forte connotazione etnico-tribale e territoriale: la brigata del Sahara di AQMI, formata prevalentemente da algerini e attiva nel sud dell’Algeria; il FLM (Fronte di Liberazione del Macina), che riunisce i Fulani del centro del Mali e del Burkina Faso; Ansar al-Din, composta dai Tuareg Ifoghas di Kidal e Gao e dai Tuareg della confederazione Ayr del nord del Niger. Fa eccezione la quarta colonna del gruppo, ossia al-Mourabitun (le Sentinelle) di Mokhtar Belmokhtar, movimento multi-tribale e vero padrone dei traffici saheliani. Il modello proposto dal GSIM si è dimostrato molto efficiente, poiché si adatta perfettamente alle caratteristiche geografiche e alla mappa antropologica della regione. Inoltre, la resilienza dell’alleanza costruita con i trafficanti e con i tanti movimenti di insorgenza minori attivi nel Sahel ha permesso al gruppo una presenza geografica capillare ed una flessibilità operativa notevole, grazie alle quali organizzare attacchi complessi sia contro infrastrutture militari che, soprattutto, contro obbiettivi civili nelle grandi città africane della regione, da Bamako a Ouagadougou, l’ultimo dei quali lo scorso 2 marzo. L’eventuale passaggio della confederazione Idnan, o di parte di essa, sotto l’ombrello del GSIM rischia di compromettere ulteriormente il già precario processo di stabilizzazione del Mali e di accrescere ulteriormente il livello di violenza in una regione già particolarmente turbolenta. Qualora tale scenario dovesse concretizzarsi, risulterebbe ancora più urgente l’operatività della Joint Task Force G5 Sahel, la forza multi-nazionale composta da contingenti di Mali, Burkina Faso, Ciad, Niger e Mauritania e finanziata dall’Unione Europea per neutralizzare la minaccia jihadista nel Sahel. Allo stesso modo, un aumento dell’attività terroristica nel nord del Mali richiederebbe un ripensamento dell’impegno francese di BARKHANE, probabilmente in direzione espansiva.      

 

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