01 FEBBRAIO 2018
Il Giappone tra revisione costituzionale e alleanza con gli USA
DI Francesca Manenti

A poco più di 2 mesi dalla sua rielezione come Primo Ministro, Shinzo Abe si trova a guidare il Giappone in un momento di grande delicatezza per gli equilibri nel Nordest dell’Asia. L’incalzante aumento dell’assertività cinese nelle acque del Pacifico e la minaccia nucleare nordcoreana costituiscono i 2 punti più urgenti nell’agenda di politica estera del Governo di Tokyo. La conferma di Abe per un nuovo mandato alla testa dell’esecutivo è giunta in seguito alla vittoria della coalizione guidata dal suo partito, il Liberal Democratic Party (LDP), alle ultime elezioni per il rinnovo della Camera Bassa (Casa dei Rappresentanti, Shugiin), tenutesi lo scorso 22 ottobre, con un anno di anticipo rispetto alla naturale scadenza dell’Assemblea. La scelta di sciogliere anticipatamente il Parlamento era stata presa dal Governo a fine estate, quando, in un momento di particolare calo dei consensi dell’opinione pubblica nei confronti del Primo Ministro a causa della disattese speranze per una rapida ripresa economica, Abe aveva ritenuto necessario chiedere una conferma del supporto all’elettorato per ribadire la legittimità delle decisioni che il Governo avrebbe dovuto prendere per gestire il momento di difficoltà interna e internazionale.

La tornata elettorale ha consolidato la forza della coalizione formata dal LDP, espressione del conservatorismo-liberismo giapponese, e dal Partito Komeito, di ispirazione buddista e pacifista, che si sono aggiudicati complessivamente 313 dei 465 seggi a disposizione alla Camera Bassa, di cui ben 281 da assegnare ai deputati del Partito di Abe. La schiacciante vittoria è stata agevolata dalla disorganizzazione e dal momento di grande difficoltà attraversato dalle opposizioni, che sono state incapaci di far fronte comune e presentare un’alternativa coerente ai Conservatori. Il Democratic Party (DP), fino a quel momento principale oppositore del Governo, si è sciolto a poco meno di un mese dalle urne, in seguito alla decisione del suo leader, Seiji Maehara, di non presentare candidati alle elezioni anticipate. Smembrato il partito, la fazione di centro-sinistra ha dato vita ad una formazione autonoma, il Constitutional Democratic Party (CDP), mentre la componente più liberale ha aderito al Party of Hope, della Governatrice di Tokyo Yuriko Koike. Ex Ministro della Difesa durante il Governo Abe del 2007, Koike è fuoriuscita dal LDP nel 2016, in seguito al mancato supporto del Partito per la sua candidatura al governatorato della capitale, e da allora ha iniziato un’esperienza politica indipendente. La nascita del Party of Hope, annunciata a metà ottobre, era stata accolta con preoccupazione della leadership del LDP, che aveva visto nella creazione di un partito afferente alla stessa area conservatrice un possibile rivale. La positiva reputazione guadagnata da Koike nell’anno trascorso alla guida di Tokyo e il calo di consensi nei confronti di Abe, infatti, avevano suscitato la preoccupazione del LDP che il nuovo Partito potesse portare ad una pericolosa dispersione di voti dell’elettorato tradizionalista, principale bacino  di riferimento del LDP. Tuttavia, la scelta della Governatrice di non correre alle elezioni ha ridimensionato le percentuali di successo del party of Hope. Quest’ultimo, infatti, si è aggiudicato solo 50 seggi, cedendo così il passo anche rispetto al CDP, che ha chiuso con 55 seggi ed è diventato il nuovo partito di opposizione.

I numeri ottenuti dalle urne, dunque, hanno rafforzato la libertà di manovra del Governo nell’attuare la propria agenda: non solo perché la vittoria di larga misura del LDP consente al Partito di nominare i presidenti e i membri di tutte le 17 Commissioni Permanenti che compongono lo Shungiin, ma anche perché la coalizione detiene quella maggioranza qualificata di 2/3 necessaria per avviare qualsiasi modifica della Costituzione.

Abe potrebbe così incontrare poche resistenze all’attuazione della propria piattaforma politica, che si regge su 2 pilastri: il completamento delle cosìdette Abenomics, un pacchetto di riforme economiche incentrate su politica monetaria espansiva e stimoli fiscali, e la revisione dell’art. 9 della Costituzione per procedere ad un ripensamento del ruolo delle Forze di Autodifesa (FAD). Il testo, formulato nel secondo Dopoguerra, sancisce la natura pacifista del Giappone, il quale ha rinunciato alla possibilità di ricorrere allo strumento militare per la risoluzione di qualsiasi disputa internazionale. Benché a partire dal 1954 il Governo di Tokyo abbia reintrodotto le Forze Armate, nominandole FAD, i loro compiti sono sempre stati connessi essenzialmente alla protezione del territorio nazionale o alla partecipazione alle missioni internazionali di peacekeeping sotto egida ONU.

Il ripensamento del ruolo delle FAD ha rappresentato un punto importante nel programma in tutte le squadre di governo formate da Abe dal 2007 ad oggi. In particolare, a partire dal 2013, in seguito alla vittoria elettorale dell’anno precedente, il leader giapponese si era già fatto promotore di una sostanziale accelerata nel processo di riforma, strutturato intorno a 3 pilastri principali: la revisione del Consiglio di Sicurezza Nazionale (CSN), che riunisce intorno allo stesso tavolo Ministro degli Esteri, della Difesa e Primo Ministro al fine di promuovere una gestione integrata delle priorità di sicurezza e politica estera; la formulazione della Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN), primo documento programmatico in materia di salvaguardia dell’interesse nazionale nel lungo periodo in base al quale è stato formulato il National Defence Program (NDP); la cancellazione del divieto di esportazione di sistemi d’arma. Per portare avanti i propri sforzi in questa direzione, Abe ha già affidato al nuovo Ministro della Difesa, Itsunori Onodera, la revisione dell’NDP, al fine di predisporre l’acquisizione di nuove capacità adatte ad affrontare i cambiamenti in corso nella regione. La priorità assegnata al tema della sicurezza nazionale trova conferma anche nell’impulso che il nuovo Governo ha dato alle previsioni di spesa in materia di Difesa inserite nel budget 2018. Dei 97,7 trilioni di yen totali (867,13 miliardi di dollari), infatti, 5,19 trilioni (46,06 miliardi di dollari)) dovrebbero essere destinati alle FAD, con un incremento dell’1,3% rispetto al dato dello scorso anno. Allo stesso modo, la nuova finanziaria dovrebbe prevedere un incremento sostanziale della quota da destinare agli acquisti di sistemi d’arma dagli Stati Uniti in Foreign Military Sales  (da 50 a 140 miliardi di yen).

Proprio la partnership con gli Stati Uniti rappresenta un caposaldo per il Governo Abe e sembra destinata a rafforzarsi nel corso di questo secondo mandato. Per Tokyo quella con Washington è un’intesa imprescindibile sulla quale poggiare il rafforzamento del proprio ruolo a livello regionale e con la quale cercare di rispondere alle sfide derivanti dai delicati equilibri con i propri vicini, in particolare Corea del Nord e Cina. La disponibilità del Presidente Donald Trump a ricorrere ad una soluzione militare per contenere la minaccia nucleare nordcoreana e i ripetuti ammonimenti da parte del Pentagono nei confronti dell’assertività cinese nelle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale permettono ad Abe di puntare sugli Stati Uniti per proteggere gli interessi nazionali del proprio Paese. In un momento in cui le questioni di sicurezza, soprattutto legate alla costante minaccia coreana, rappresentano la priorità per l’opinione pubblica giapponese, il supporto degli Stati Uniti potrebbe consentire ad Abe di riscuotere importanti risultati con i quali consolidare il consenso interno.

 

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