02 OTTOBRE 2017
Yemen: stallo militare e politico
DI Lorenzo Marinone

A due anni e mezzo dall’intervento militare in Yemen guidato da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (EAU) per bloccare l’avanzata dei ribelli Houthi, il Paese è arenato in uno stallo militare, diplomatico e politico. L’intransigenza dei belligeranti ha determinato il fallimento di tutti i round negoziali sponsorizzati dall’ONU, riducendo le speranze di raggiungere un cessate il fuoco e intavolare un solido processo di pace.

Infatti, né il fronte guidato dagli Houthi insieme all’ex Presidente Ali Abd Allah Saleh, né quello che fa capo all’attuale Presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, e appoggiato da sauditi e emiratini, sono riusciti a conquistare sul campo vittorie decisive o ad assicurarsi quegli snodi strategici che consentirebbero di accedere ai negoziati da una posizione di forza.

Dopo la riconquista dell’importante città portuale di Aden (estate 2015), l’unico progresso significativo per Hadi è stata la presa di Mocha (gennaio 2017, Operazione Golden Spear). Oltre a rafforzare il controllo sul vicino stretto di Bab al-Mandeb, l’offensiva ha sottratto ai ribelli uno degli ultimi sbocchi sul mare. Sono invece falliti i tentativi di sfondamento nella regione di Marib, la via più agevole per raggiungere la capitale Sanaa e penetrare nel cuore del territorio controllato dagli Houthi, nell’ovest del Paese.

Parallelamente, l’asse Houthi-Saleh ha dimostrato una buona tenuta quando le truppe emiratine hanno ripreso l’iniziativa, occupando Aden e i governatorati di Lahj, Abyan e Dhale a sud-ovest. Il blocco navale disposto dalla coalizione ha strozzato i loro rifornimenti attraverso il Mar Rosso, ma gli Houthi restano in possesso di mezzi e sistemi d’arma sufficienti per fronteggiare gli avversari. Inoltre, invece di impegnarsi in dispendiose offensive, si limitano a sporadici attacchi contro il dispositivo navale nemico e al lancio di missili verso città e infrastrutture idrocarburiche saudite.

Finora è stato solo l’equilibrio sul campo a tenere unite queste due compagini eterogenee, senza collanti ideologici, i cui attori sono divisi dalle rispettive agende politiche e dalle tensioni ereditate dalla riunificazione del Paese nel 1990. Infatti, l’obbiettivo di entrambe è superare per via militare l’impasse politica emersa a fine 2014, quando la riforma dell’assetto istituzionale e amministrativo dello Stato è stata bloccata da veti incrociati.

L’asse tra la tribù sciita zaidita degli Houthi e l’ex Presidente Saleh è una mera alleanza tattica. Nei decenni scorsi si è spesso creata una dinamica conflittuale tra Houthi e istituzioni centrali, dominate per 30 anni proprio da Saleh, con ripetuti scontri armati intensificatisi tra il 2004 e il 2010. L’arrivo alla Presidenza di Hadi nel 2012 e le divergenze in merito alle riforme hanno però stravolto i tradizionali equilibri. Dopo essere stato costretto alle dimissioni anche a causa del malcontento popolare cavalcato dagli Houthi, l’ex Presidente ha perso l’appoggio dei due pilastri del suo sistema di potere, la confederazione tribale degli Hashid e l’influente Generale Ali Mohsen al-Ahmar. Nel timore di venire estromesso del tutto, Saleh ha visto proprio negli Houthi, nel frattempo approdati al Governo, l’unico alleato possibile per tornare al centro della vita politica. Viceversa, per volgere in proprio favore lo stallo politico, la tribù zaidita ha sfruttato il desiderio di rivalsa di Saleh e la sua residua influenza per ottenere il controllo di tutto il nord-ovest del Paese e rafforzare le rivendicazioni di autonomia. Dall’altro lato, il fronte guidato da Hadi si compone di realtà tribali del sud, tradizionalmente mal disposte a sottostare al dominio delle élites politiche del nord, che restano diffidenti verso i principali esponenti della compagine di Hadi.

In un contesto caratterizzato da un equilibrio così precario, le criticità di entrambi gli schieramenti hanno iniziato a emergere con maggior evidenza negli ultimi mesi.

Ad agosto a Sanaa si sono verificati scontri a fuoco tra gli Houthi e miliziani fedeli a Saleh, causati dal timore che l’ex Presidente, in passato uomo dei sauditi nel Paese, stia tentando di riallacciare i rapporti con Riyadh. Parallelamente Hadi deve fronteggiare le istanze secessioniste espresse da al-Hirak al-Janubiyya (Movimento del Sud), rinvigorite ad aprile in seguito all’allontanamento del suo leader Aidarous al-Zubaidi dal posto di Governatore di Aden. Uno strappo definitivo con Hadi potrebbe congelare le operazioni militari dal momento che Zubaidi è anche a capo di al-Muqawama al-Janubiyya (Resistenza del Sud), rete di milizie formate dalle tribù dello Yemen meridionale schierate con il Presidente.

A queste spinte centrifughe si sovrappongono gli attriti sempre più evidenti tra Arabia Saudita e EAU sulla conduzione delle operazioni, sfociati in scontri armati tra milizie tribali che fanno rispettivamente riferimento a Riyadh e Abu Dhabi. Il Regno teme che l’alleato, lasciando in secondo piano la lotta agli Houthi, si concentri più sul rafforzamento della sua influenza nel sud. Infatti, controllare Aden aumenterebbe la profondità strategica emiratina, arricchendo il loro mosaico di basi militari tra Corno d’Africa e Golfo di Aden. Di contro, gli EAU giudicano eccessiva la pretesa saudita di proseguire una guerra a tutto campo, soprattutto per la scarsa propensione dei Saud a impiegare le proprie truppe.

Un tale stallo è risultato vantaggioso soltanto per al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP). Dal 2015 a oggi, AQAP ha allargato la sua base di consenso oltre la tradizionale culla dell’Hadramauth, a est, amministrando per un anno la città di Mukalla e radicandosi nei governatorati occidentali di Shabwa e Bayda. Ciò è stato possibile grazie all’assenza delle autorità statali, che l’ha resa l’unico fornitore di servizi essenziali alla popolazione, e al prolungato disinteresse di Riyadh e Abu Dhabi. La rapida espansione di AQAP, che non ha esitato ad attaccare le truppe della coalizione, ha infine costretto sauditi e emiratini a sviluppare una strategia di controterrorismo. Questa si basa sulla creazione di milizie locali legate al territorio e capaci di sfruttare l’appartenenza tribale per contenere AQAP e per infiltrarla. Tra le milizie vanno segnalate le Hadramauth e Shabwa Elite Forces (nelle omonime province) e le Security Belt Forces (tra Aden e Abyan).

In base a quanto detto finora, è evidente che gli sviluppi del conflitto in Yemen dipenderanno soprattutto dalle scelte di Riyadh. Infatti, l’Arabia Saudita riveste tuttora un ruolo peculiare nel Paese. La Casa dei Saud resta l’unico attore esterno in grado di far leva sugli storici rapporti intrattenuti con le diverse tribù yemenite. Grazie a questa profonda capacità di penetrazione del tessuto sociale locale, Riyadh dispone di un valido strumento con cui intervenire sulla solidità e sulla tenuta delle alleanze politiche esistenti e tentare di rimodularle in armonia con i propri obbiettivi.

D’altro canto, il ruolo saudita in Yemen e le priorità che verranno individuate dalla nuova, energica leadership del Regno, guidata dall’erede al Trono, Mohamed bin Salman, risentono necessariamente di un contesto regionale che attraversa una profonda fase di mutamento. Quella in Yemen è la prima crisi regionale gestita in piena autonomia dalle sole monarchie del Golfo, senza l’intervento di attori esterni. Di conseguenza, fin dal principio ha assunto i tratti di un vero e proprio banco di prova per Riyadh, sul quale vengono testate non solo le sue abilità militari e diplomatiche, ma anche la sua capacità di assumere un ruolo di guida a livello regionale e di garantire la stabilità dell’area. Si tratta di un compito che Riyadh intende necessariamente svolgere per invertire lo slittamento dell’equilibrio di potere nella regione in favore dell’Iran che si sta concretizzando in questi anni, soprattutto alla luce dei crescenti successi di Teheran nella gestione di una crisi complessa come quella siriana.

 

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