03 NOVEMBRE 2017
Geopolitical Weekly n. 274
DI Paolo Crippa e Matteo Ritucci

Iran

Il 1 novembre per incontrare il Presidente iraniano Hassan Rouhani e la Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei hanno accolto il Presidente russo Vladimir Putin a Teheran. Prima visita ufficiale nel Paese del leader del Cremlino dal 2015, il viaggio è giunto in occasione del vertice trilaterale tra Russia, Iran e Azerbaijan organizzato dai governi dei tre Paesi per discutere dell’implementazione di nuove infrastrutture di trasporto nella regione verso il Mar Caspio. L’incontro tra le due cariche apicali delle istituzioni iraniane e il leader russo è stata l’occasione per confermare l’attuale convergenza tra Russia e la Repubblica Islamica su temi strategici di comune interesse. Prima fra tutti, la tenuta dell’accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), firmato dal governo iraniano e il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germani) a Vienna nel luglio 2016 ed ora messo in discussione dall’Amministrazione Trump. Il Presidente russo, infatti, ha espresso la propria contrarietà all’eventuale reimposizione della sanzioni contro l’Iran promossa dal governo statunitense, che potrebbero non solo danneggiare gli scambi dell’Iran con l’esterno ma mettere a repentaglio la tenuta stessa dell’accordo, danneggiando inevitabilmente i vividi rapporti commerciali esistenti tra Mosca e Teheran.

La visita di Putin, inoltre, ha consentito al Presidente iraniano di esprimere il proprio plauso per la cooperazione tra i due governi in materia di lotta al terrorismo all’interno della crisi in Siria. Giunto a pochi giorni dall’ultimo round del processo di Astana (tavolo di dialogo tra Mosca, Teheran e Ankara per la risoluzione del conflitto siriano)  il colloquio ha messo in luce come ad oggi l’esistenza di punti in comune nelle rispettive agende regionali rappresenti un importante caposaldo della pragmatica collaborazione esistente in questa fase tra i due Paesi.

 

Iraq

Il 29 ottobre, Masoud Barzani, Presidente della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno, ha presentato al parlamento di Erbil le proprie dimissioni, annunciando la sua volontà di non candidarsi per un ulteriore mandato. Nonostante il consenso ottenuto per il suo Partito Democratico del Kurdistan (PDK) con il referendum sull’indipendenza lo scorso 25 settembre, Barzani è stato travolto dalla sconfitta subìta il 15 ottobre a Kirkuk. In quell’occasione l’Esercito iracheno, grazie ad un accordo con una parte dei Peshmerga legata al principale partito di opposizione, l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), è riuscito a conquistare la città e i pozzi petroliferi circostanti, dai quali dipendeva la quasi totalità dell’economia curda.

Barzani aveva vinto le elezioni presidenziali del 2009, per poi vedersi prolungare il mandato per ben due anni a partire dalla scadenza, fissata nel 2013. Nel 2015, a causa dell’espandersi della minaccia di Daesh, il leader del PDK ha continuato ad esercitare la presidenza, il cui termine era stato fissato al 1 novembre di quest’anno.

Nonostante l’annuncio delle dimissioni, il passo indietro del leader è più formale che sostanziale. Infatti, lo stesso 29 ottobre, su indicazione di Barzani, il Parlamento ha votato una legge che di fatto ha svuotato la presidenza di tutti i poteri, redistruibuiti a diversi organi istituzionali a guida PDK, tra cui il Primo Ministro e nipote Nechirvan Barzani, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Presidenza del Consiglio Giudiziario. Masoud Barzani resterà inoltre a capo dell’Alto Consiglio Politico, organo incaricato di gestire le trattative con Baghdad, a cui nelle ultime settimane sono stati attribuiti ampi poteri, in larga misura sovrapponibili a quelli del Parlamento.

In questo modo, Barzani cerca di continuare ad influenzare direttamente gli equilibri politici del Kurdistan, grazie ad una rete di fedelissimi posti ai vertici delle principali istituzioni. Questa mossa politica è inoltre volta a scongiurare il rischio che l’UPK possa sfruttare l’intesa con Baghdad, emersa con i recenti eventi di Kirkuk, per condurre le trattative con le autorità centrali e tentare di sostituirsi al PDK come partito egemone nel panorama politico curdo.

 

Stati Uniti

Il 31 ottobre, a Manhattan, un uomo si è lanciato a tutta velocità con un pick-up sulla pista ciclabile di West Street causando 8 vittime e 12 feriti. L’attentatore, un 29enne uzbeko di nome Sayfullo Habibullaevic Saipov, dopo essere sceso dal veicolo brandendo una pistola spara-chiodi, è stato neutralizzato da un agente e ora si trova in custodia. Secondo quanto emerso sinora dalle indagini, Saipov, sposato con tre figli e residente a Paterson nel New Jersey, si sarebbe auto-radicalizzato attraverso materiale dello Stato Islamico reperito in rete. Sempre secondo quanto riportato dagli inquirenti, l’uomo sarebbe arrivato negli Stati Uniti nel 2010, ottenendo una regolare green card grazie alla lotteria istituita dal Dipartimento di Stato. Appare degno di nota come le dinamiche dell’attentato di Manhattan ricalchino le tecniche utilizzate in territorio europeo (Berlino e Nizza), caratterizzate dall’utilizzo di autoveicoli a causa della difficoltà nel reperire armi da fuoco.

Si tratta di un attacco dal grande impatto simbolico, in quanto primo attentato avvenuto a New York dal 11 settembre 2001. Come avvenuto in numerose occasioni, lo Stato Islamico ha prontamente rivendicato l’accaduto, nonostante, sino a questo momento, non è emerso alcun elemento che provi l’effettiva affiliazione dell’uzbeko all’organizzazione di al-Baghdadi. Dunque, sussiste la possibilità che il Califfato abbia effettuato una rivendicazione puramente strumentale nei confronti di un percorso di radicalizzazione individuale ed autonomo. Questo fattore sottolinea la pervasività della propaganda dello Stato Islamico, in grado di raggiungere persone in tutto il mondo e di tradurre in violenza politica il disagio personale. L’attentato di Manhattan ci pone di fronte all’evidenza di una destrutturazione del terrorismo di ispirazione jihadista e del suo definitivo mutamento da rete organizzativa a ideologia pura. Infatti, nonostante lo Stato Islamico continui a perdere terreno in Medio Oriente, la potenza evocativa e ispiratrice del suo messaggio si diffonde in tutto il mondo, lasciando immutati i livelli di minaccia nelle società occidentali. Dunque, la vera sfida per il fronte anti-terroristico internazionale si sposta dal piano prettamente militare a quello ben più sottile e problematico della de-radicalizzazione.