01 MARZO 2017
La crescita di Daesh in Somalia
DI Marco Di Liddo

Sebbene al-Shabaab rappresenti il principale gruppo terroristico e di insorgenza del Corno d’Africa, la regione ospita un notevole numero di organizzazioni radicali ed eversive di matrice sia etnica che jihadista. In realtà, il confine tra queste 2 realtà è molto sottile.

Infatti, a causa della geografia umana, politica ed antropologica dell’estremità dell’Africa Orientale, nessuna formazione terroristica o di insorgenza, al di là degli obiettivi politici che la animano, può prescindere dalle reti etnico-tribali. Ad eccezione di al-Shabaab, che pur riconoscendo gli interessi dei clan non ne è espressione diretta, tutti gli altri movimenti armati agiscono con lo scopo di realizzare le agende politiche dei gruppi emarginati dalle diverse élite di potere. In questo senso, esattamente come accaduto in Mali con i Tuareg di Ansar al-Din o in Nigeria con i Kanuri di Boko Haram, alcuni movimenti di insorgenza con precise connotazioni settarie possono abbracciare l’ideologia jihadista per ragioni di opportunità o per potenziare le proprie capacità di proselitismo, reclutamento e finanziamento.

In ogni caso, è bene sottolineare come si tratti di un processo biunivoco, nel quale la spinta alla radicalizzazione “dal basso” si incontra con un preciso disegno strategico di cooptazione delle istanze politiche etnico-tribali e di loro trasformazione in fronti locali del jihadismo. Uno dei casi più esplicativi di questa tendenza riguarda proprio la Somalia, nello specifico la regione delle Montagne del Golis, nell’auto-dichiarato Stato del Somaliland, e la regione di Bari, nello Stato federale autonomo del Puntland.
Infatti, in queste 2 aree del Corno d’Africa si è sviluppato il primo nucleo africano orientale di Daesh, una sorta di wilayat nato grazie al bayat (giuramento di fedeltà/affiliazione) effettuato nell’ottobre 2015 dall’Emiro Abdulqadr Mumin, ex-predicatore salafita residente a lungo in Svezia e nel Regno Unito, nei confronti del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. A favorire la penetrazione dello Stato Islamico in un’area del continente tradizionalmente dominata da al-Qaeda e dal suo alleato al-Shabaab è stata proprio la capacità di dialogare con il sub-clan Warsangali, parte della confederazione sub-clanica Harti del clan Darod ed un tempo nucleo fondante dell’omonimo Sultanato (1218–1886). 

Il Warsangali, tradizionalmente escluso sia dal circolo di potere dello Stato Federale somalo che del Puntland, ma fuori anche da quello di al-Shabaab, ha trovato nell’affiliazione a Daesh un mezzo per cercare di ristabilire il controllo e l’influenza su una regione rivendicata per ragioni storiche e identitarie. Esattamente come accaduto altrove, anche nel Corno d’Africa la bandiera dello Stato Islamico è riuscita a riunire le diverse anime dell’insorgenza Warsangali, da quella marcatamente politica e ideologizzata, rappresentata da Mumin, a quella criminale, incarnata dai trafficanti d’armi del sub-clan Majerteen Ali Saleban, alleati del Warsangali, e dall’ex-pirata Isse Mohamoud Yusuf “Yullux”, il “padrino” della mafia di Qandala, porto della regione di Bari, nel Puntland. In questo senso, Mumin, un membro del Majerteen Ali Saleban, costituisce il mediatore tra le diverse istanze dei sub-clan nonché l’elemento di collegamento tra le organizzazioni politiche di Daesh in Somalia e le reti criminali. Al momento, la rete di Mumin nel nord della Somalia si autofinanzia tramite sia le estorsioni sia gli introiti derivanti dal traffico di armi con lo Yemen e l’Eritrea.

Finora, l’azione più rilevante da parte del gruppo è stata la conquista proprio della città di Qandala, avvenuta il 27 ottobre 2016, e consolidata attraverso la predisposizione di efficaci misure difensive in grado di respingere per 2 volte gli attacchi da parte delle Forze di Difesa del Puntland il 6 novembre e il 4 dicembre successivi. In questa occasione i miliziani di Daesh hanno dimostrato discrete capacità operative ed una notevole intelligenza tattica, in quanto la presa di Qandala è avvenuta in concomitanza degli scontri tra le Forze di Difesa del Puntland e le milizie della regione autonoma di Galmudug a Galkayo, città contesa tra le 2 entità, quando la città risultava poco protetta. Nonostante sia limitato alle regioni settentrionali del Paese, il network di Daesh in Somalia potrebbe presto affermarsi come un serio avversario di al-Shabaab, soprattutto in virtù dell’appeal del suo marchio e della forza della sua propaganda nei confronti della fasce più giovani e socialmente vulnerabili del Puntland, del Somaliland e del Galmudug, vessate da condizioni economiche disastrose e dai conflitti tra gli Stati e le regioni federali. In questo senso è bene sottolineare come Daesh in Somalia potrebbe accogliere nei propri ranghi tutta la nutrita manovalanza un tempo impiegata nelle attività di pirateria ed oggi costretta alla disoccupazione a causa della crisi del settore. Quest’ultima è dovuta, in buona misura, all’efficacia delle misure di contrasto adottate sia dalle compagnie armatoriali che dalla comunità internazionale nel suo complesso attraverso le missioni ATALANTA (UE) e OCEAN SHIELD (NATO, missione ufficialmente conclusa a dicembre 2016). Inoltre, Daesh si trova ad operare in un contesto vantaggioso nei confronti di al-Shabaab, visto che il Movimento dei Giovani Combattenti non dispone nelle regioni settentrionali della stessa forza e dello stesso radicamento del centro-sud del Paese. Infatti, ad esclusione di una branca minore chiamata “al-Shabaab nel Nord Est – Sharqistan Wilayat”, l’organizzazione dell’Emiro Ahmad Umar non dispone di una rete diffusa e radicata in Somaliland, Puntland e Galmudug.


Anzi, da quando Sheikh Mohamed Said Atom, trafficante d’armi e uomo di collegamento tra il Governo eritreo e al-Shabaab, ha abbandonato la militanza radicale a causa di contrasti con il vecchio emiro Mukhtar Abu Zubair “Godane” e si è consegnato al Governo del Puntland (giugno 2014), al-Shabaab ha subito una drastica perdita di influenza. Infatti, Atom è stato a lungo il padrone incontrastato delle Montagne di Golis e della regione di Bari, compreso il porto di Qandala e, quindi, con la sua defezione, il vuoto di potere è stato rapidamente riempito da Mumin e dalla sua rete filo-Daesh che, oltre a prendere il controllo del territorio, si è imposta come organizzazione concorrente nel business del traffico di armi. Inoltre, la crescita del network di Mumin nel nord della Somalia rischia di esacerbare ulteriormente il conflitto interno ad al-Shabaab tra i sostenitori della tradizionale alleanza con al-Qaeda, riuniti attorno all’emiro Umar, alla  shura e all’Istiqbaarad (Intelligence), e i sostenitori di un cambio di affiliazione in favore dello Stato Islamico, presenti soprattutto nel Jaysh al-Usra (Esercito delle Avversità, l’ala militare del movimento) e nel Amniyaad (Sicurezza). Sinora, l’Emiro è riuscito a neutralizzare le fazioni pro-Stato Islamico tramite una durissima opera di repressione interna, aiutato anche dall’inconsistenza della rete di Daesh in Somalia. Tuttavia, nel caso in cui l’organizzazione di Mumin dovesse proseguire nella sua graduale crescita territoriale, finanziaria e di influenza politica, la spaccatura interna ad al-Shabaab potrebbe acuirsi fino a produrre una vera e propria scissione. Tale evenienza non è da considerarsi remota, soprattutto alla luce delle difficoltà che il Movimento affronta da 5 anni a questa parte, ossia da quando l’ingresso del Kenya e dell’Etiopia in AMISOM (African Union Mission in Somalia) ha garantito alla coalizione interessata alla stabilizzazione del Paese una notevole capacità militare, funzionale alla riconquista delle principali città nazionali, incluse Baidoa, Kisimayo e Barawe.

 

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