13 MARZO 2017
La lotta al narcotraffico e la difficile gestione delle relazioni internazionali nelle Filippine di Duterte
DI Pierluigi Barberini

Lo scorso 30 gennaio il Presidente filippino Rodrigo Duterte ha dichiarato che le unità antidroga della Polizia Nazionale filippina verranno smantellate e che procederà ad una riorganizzazione dei ranghi della polizia, accusata di essere corrotta e di agire spesso in modo indiscriminato. L’annuncio segue la forte ondata di polemiche che si era abbattuta sulle forze dell’ordine in seguito all’arresto e poi alla morte in ottobre di un uomo d’affari sudcoreano. Tale evento aveva suscitato un’ondata di indignazione assieme a numerose proteste e critiche alla campagna contro il narcotraffico promossa dal Presidente filippino, ovvero a quel programma di lotta alla droga in corso nel Paese ormai da più di sei mesi su iniziativa dello stesso Duterte, il quale ne aveva fatto uno dei punti chiave della sua campagna elettorale al momento delle elezioni dello scorso maggio. Le dichiarazioni sembrano segnare dunque una vera e propria svolta: bisognerà ora vedere se questa decisione di Duterte si tramuterà in una vera sospensione della guerra alla droga, in un battuta d’arresto momentanea o, come sostengono i più critici, in un nulla di fatto.

Lotta al narcotraffico, sviluppo delle infrastrutture come motore trainante della crescita economica, revisione dei rapporti internazionali e diversificazione dei partner commerciali, progressivo, ma non definitivo, distacco da Washington e conseguente avvicinamento a Pechino senza subirne al contempo un’influenza eccessiva: sono queste le attuali priorità di Rodrigo Roa Duterte.
Appena eletto Presidente, Duterte ha dato avvio ad una durissima campagna per la lotta e la repressione del narcotraffico: diverse stime parlano di oltre 7.000 morti e più di 38.000 arresti dal 1 luglio ad opera di forze di polizia, corpi paramilitari (squadre speciali segrete che secondo alcuni agirebbero parallelamente alle normali forze di sicurezza) e vigilantes privati, compresi gli stessi cittadini ai quali Duterte ha fatto più volte appello affinché partecipino a questa vasta operazione. Chiunque sia sospettato di essere coinvolto nel consumo o nello spaccio di droga rischia di essere punito dalle “squadre della morte” della polizia filippina. Allo stesso tempo, bisogna considerare come la scure di Duterte si sia in realtà abbattuta da un lato contro diversi oppositori politici, poco o per nulla collegati al narcotraffico e al crimine, e dall’altro come nelle retate e negli omicidi mirati siano finiti molto spesso dei disperati o dei piccoli spacciatori, mentre personaggi più noti e importanti del giro sono stati risparmiati. Ad alcuni è stato anche permesso di trovare rifugio all’estero. Il clima di tensione causato dalla violenta repressione intrapresa dalle Forze di sicurezza è tale che spacciatori e consumatori si denunciano da soli, nella speranza di non finire vittime di una soffiata, dal momento che le possibilità di uscire vivi dopo un blitz delle forze di sicurezza sono molto basse. Tuttavia, nonostante il clima di tensione che si avverte per le strade del Paese, questa linea politica violenta e repressiva nei confronti del crimine sembra riscontrare l’approvazione del popolo filippino, come dimostrano tra l’altro gli elevati tassi di gradimento del Presidente.
Numerose sono le critiche che l’azione di contrasto del governo alla criminalità ha ricevuto, sia da parte di diverse organizzazioni per i diritti umani, che lamentano l’eccessivo ricorso alla forza fisica e l’elevato numero di morti provocate dalle forze di polizia, sia da parte della Chiesa cattolica, con la quale Duterte si è detto pronto ad ingaggiare una seria battaglia. Infatti più volte i vescovi filippini hanno espresso la loro preoccupazione per gli avvenimenti in corso nel Paese, e Duterte ha risposto definendoli “ipocriti” e affermando che sarebbe rimasto fedele alla propria linea politica, senza dare peso alle critiche ricevute.
Nonostante la decisione di smantellare le unità della polizia impiegate in questa campagna di repressione, Duterte ha affermato che la guerra alla droga continuerà fino alla fine del suo mandato, ben oltre dunque il limite di sei mesi inizialmente annunciato e già prorogato nel nuovo anno. Il Comandante Generale della Polizia Nazionale filippina ha aggiunto che l’autorità di perseguire tutti i reati legati al consumo e allo spaccio di sostanze stupefacenti verrà interamente trasferita alla Drug Enforcement Agency: questo fino a quando l’opera di riorganizzazione interna della Polizia Nazionale, volta a ripulirla dalla corruzione, non sarà ultimata. Probabilmente il Presidente filippino, resosi conto della portata delle proteste e delle critiche, soprattutto a livello internazionale, che la sua campagna ha scatenato, ha ritenuto necessario riportare l’azione repressiva in una cornice di maggiore legalità e trasparenza, non rinunciando al contempo ad uno dei suoi maggiori obiettivi. I recenti avvenimenti ed il continuo susseguirsi di nuove dichiarazioni evidenziano, dunque, una situazione in continuo mutamento, a testimonianza della criticità dell’intera operazione voluta da Duterte.

La violenta politica di contrasto alla criminalità sta ricevendo molte critiche anche da parte della Comunità Interazionale. In agosto, Duterte ha affermato che le Filippine sarebbero state pronte a valutare l’uscita dalle Nazioni Unite dopo che alcune agenzie dell’ONU avevano posto la questione del rispetto dei diritti umani nell’ambito della guerra al narcotraffico. Numerosi sono stati anche gli scambi di battute e accuse reciproche con Barack Obama, che lo scorso settembre è stato battezzato da Duterte con parole molto dure dopo che l’ex Presidente americano aveva dichiarato di voler sollevare la questione delle esecuzioni extragiudiziali legate alla lotta alla droga che sarebbero state autorizzate dal Presidente filippino. Questi eventi si inseriscono in un’ottica più ampia di generale revisione da parte di Duterte del tradizionale sodalizio con gli Stati Uniti, un rapporto che ha reso Manila uno dei partner più antichi di Washington nel Sud-Est asiatico, ed uno dei più importanti nell’ottica del contenimento dell’espansionismo cinese nell’area. In particolare, l’obiettivo dichiarato è quello di liberare nel giro dei prossimi due anni il Paese dalla presenza di truppe straniere, motivo per cui il Presidente filippino aveva in precedenza chiesto a Washington di ritirare i propri consiglieri militari di stanza a Mindanao, affermando che la loro presenza minava gli sforzi del suo governo di dialogare e giungere ad un’intesa con i gruppi armati islamisti. In realtà, a seguito delle dichiarazioni di Duterte, c’è stato un semplice avvicendamento tra marines e soldati dello U. S. Army e non un definitivo disimpegno americano dalla regione. Dall’altro lato, negli Stati Uniti contano sull’importanza rivestita nel Paese dall’establishment militare, da sempre filo-americano, come ago della bilancia per riequilibrare i rapporti di forza. Alla base di questa presa di distanze da Washington c’è la volontà di una politica estera indipendente per le Filippine, che guardano ora verso la Cina e la Russia. Non a caso sono state avanzate richieste a Pechino e a Mosca per la fornitura di armi finalizzata alla lotta contro il crimine e il terrorismo interno. Allo stesso tempo, la strada che conduce fino a Pechino non si presenta priva di ostacoli, dal momento che presuppone una revisione delle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale fra i due Paesi, tema cruciale per lo sviluppo dei futuri equilibri regionali. A tal proposito, l’atteggiamento assunto da Duterte è emblematico: a luglio una sentenza della Corte permanente d’arbitrato dell’Aia sulle dispute territoriali sino-filippine aveva dato ragione a Manila, smentendo le pretese di sovranità di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Il ricorso al tribunale internazionale era stato presentato dal predecessore di Duterte, Benigno Aquino, ma l’attuale Presidente ha affermato di non voler fare appello direttamente alla sentenza, vanificandone in tal modo la valenza politica. Duterte ha infatti espresso la sua intenzione di risolvere la disputa tramite un dialogo bilaterale con la Cina, preludio forse di un’apertura più generale nei confronti del potente vicino. Manila e Pechino non sono però gli unici attori territoriali coinvolti: le isole e l’intera area del Mar Cinese Meridionale sono contese anche da Malesia, Brunei, Vietnam e Taiwan, tutti preoccupati dal recente espansionismo cinese, che rischia di destabilizzare la regione. Un’eventuale convergenza tra Duterte e Xi Jinping ridimensionerebbe l’azione di contenimento cinese messa in atto da parte degli Stati Uniti e dagli altri Paesi del Sud-Est asiatico. Il timore di Washington di perdere un importante partner regionale è condiviso, infatti, da molti dei Paesi membri dell’ASEAN, dove un futuro e netto cambio di prospettiva da parte di Manila sulla questione delle dispute territoriali potrebbe compromettere gli equilibri interni fra i diversi Paesi, indebolendo l’asse anti-cinese e l’unità dell’azione politica dell’organizzazione, già da ora minata dalla Cambogia, alleato di Pechino.

Non è un compito facile quello che attende Rodrigo Duterte: consapevole della posizione e del ruolo strategico che le Filippine rivestono in seno alla competizione tra Cina e Stati Uniti, il Presidente filippino cerca di ricavare il massimo vantaggio per il proprio Paese, avventurandosi però su un terreno minato. La scelta di privilegiare un’eventuale avvicinamento a Pechino anche alla luce del sempre maggiore disimpegno prospettato da Trump nei confronti degli alleati sembrerebbe essere quella vincente, anche se, come già detto, cruciale rimane la questione dei territori contesi, ancora da risolvere. Da un lato l’allontanamento dallo storico alleato americano probabilmente non sarà definitivo, quantomeno nell’immediato: questa ipotesi sarebbe avallata dalla volontà di non annullare il trattato di reciproca difesa del 1951 e dalle recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa filippino, secondo le quali gli Stati Uniti si avvierebbero ad espandere le proprie strutture militari presenti nell’arcipelago in base a quanto previsto nell’Enhanced Defence Co-operation Agreement (EDCA) siglato nel 2014. Dall’altro lato, allo stesso tempo Duterte è ben consapevole che l’avvicinamento alla Cina rappresenterebbe una grande opportunità per le Filippine, sia dal punto di vista economico e commerciale con le nuove Vie della Seta, sia dal punto di vista politico. È dunque possibile che nel breve e medio periodo la cooperazione tra Manila e Pechino si rafforzi, e questo potrebbe poi portare nel lungo termine ad un riassetto degli equilibri geopolitici regionali.