01 DICEMBRE 2016
La battaglia di Mosul e il futuro dell'Iraq
DI Gabriele Iacovino

L’Operazione FATAH (Conquista) per la ripresa di Mosul da parte delle Forze di Sicurezza irachene, iniziata a marzo 2016 ed entrata nel vivo ad ottobre scorso, è indubbiamente lo snodo più importante per la lotta al Daesh.

Non solo per il fatto che si parla della capitale, insieme a Raqqa, del cosiddetto Califfato, ma perché Mosul rappresenta uno degli snodi centrali per gli equilibri dell’intero Medio Oriente. Questo per la composizione etnica e religiosa che costituisce la sua popolazione, all’interno della quale si possono trovare arabi sunniti e sciiti, curdi, cristiani, yazidi, turkmeni, shabaki, kakai e sabeani. E come tutte le regioni mediorientali in cui vengono a convivere differenti etnie e religioni risente l'influenza di attori interni ed esterni. A maggior ragione in un momento in cui gli equilibri all’interno di questo scacchiere si trovano messi a dura prova da svariate crisi. A complicare ulteriormente le operazioni militari per la riconquista della città c’è il fatto che in più di 2 anni di occupazione, Daesh ha potuto organizzare la difesa al meglio e che le forze fedeli ad al-Baghdadi vogliono combattere strenuamente per la città simbolo del Califfato. A conferma di ciò all’interno della leadership del gruppo sono stati sostituiti molti esponenti iracheni (nella maggioranza dei casi ex esponenti del Baath di Saddam) con foreign fighter, proprio per evitare cedimenti. Inoltre c’è la forte eterogeneità del fronte che si trova ora a combattere contro Daesh, frutto proprio della panoplia di interessi che si intersecano su Mosul. Secondo stime irachene il totale delle forze dell’Operazione FATAH si dovrebbe aggirare tra le 80.000 e le 100.000 unità, che, però, possono essere divise in vari gruppi. Ovviamente, il più numeroso è quello del fronte federale iracheno, che comprende le forze armate sotto la responsabilità del Ministero della Difesa e degli Interni, il Counter Terrorism Service (CTS), l’intelligence militare e l’Iraqi National Intelligence Service (INIS). Il CTS, comandato dal Generale Abdul Ghani al-Asaad, ha il compito di guidare le operazioni terrestri insieme all’Esercito, il cui contingente dovrebbe contare circa 30.000 uomini appartenenti alla 9ª, 15ª e 16ª Divisione. A supporto ci sono le forze della polizia federale e locale che hanno il compito di mantenere il controllo delle aree liberate. Le operazioni da parte delle forze federali si sono concentrate sulla direttrice sud e sud-est verso Mosul, dopo che, in un incontro avvenuto a Baghdad verso la fine di settembre, il Presidente curdo Barzani aveva concesso ad Abadi l’utilizzo da parte delle forze irachene di territori controllati dai Peshmerga. Per questo motivo, l’attacco alla città è avvenuto anche dalle Piane di Niniveh da nord-est, da Bashiqa e Hamdiniya, da Khazr a est, Gwer a sud-est e Zumar a nord-ovest. Un altro gruppo delle forze dell’Operazione FATAH è quello dell’Hashd al-Ashairi, una milizia sunnita nominalmente sotto il comando di Falah al-Fayad, Consigliere Nazionale per la Sicurezza e organizzatore delle Forze di Mobilitazione Popolare (FMP), le milizie (per la stragrande maggioranza sciite) nate all’indomani dell’avanzata di Daesh in Iraq. Hashd al-Ashairi dovrebbe contare nella regione di Ninive su circa 15.000 miliziani addestrati dagli Stati Uniti e appartenenti alle tribù Shammar, al-Sabawi, al-Lihab e al-Jubour per il controllo del territorio dopo la liberazione. Di questi, circa 6.000 dovrebbero prendere parte alle operazioni dirette a Mosul. Poi vi è Hashd al-Watani, o Haras Nineveh, che è il nuovo nome scelto dal leader Atheel al-Nujaifi per la milizia sunnita che comanda. Nata nel 2014, dovrebbe contare tra i 4.000 e i 6.000 miliziani. Di fatto, questo gruppo è espressione della Turchia, che ha utilizzato la roccaforte di Haras Nineveh, Bashiqa, a circa 20 km a nord-est di Mosul, per garantire una propria presenza sul territorio iracheno in vista dell’offensiva FATAH. Inoltre, gli stessi stipendi dei miliziani dovrebbero essere pagati dalla Turchia. Circostanza che ha creato non pochi attriti tra Ankara e Baghdad. Infatti, il Governo iracheno ha accettato malvolentieri la partecipazione della milizia alle operazioni su Mosul. Haras Nineveh opera in strettissima collaborazione con i Peshmerga del Governo Regionale Curdo, tanto che circa 1.500 miliziani dovrebbero entrare a Mosul a seguito dei Peshmerga di Barzani. All’Operazione FATAH prendono parte anche numerose milizie sciite che rientrano sotto l'ombrello delle FMP. Queste formazioni si sono posizionate a sud di Mosul con la possibilità che la loro attenzione si possa focalizzare sulla ripresa di Tal Afar, sulla strada che porta a Sinjar, zona abitata principalmente da turcomanni sciiti. Secondo alcune informazioni uscite su organi di stampa inglesi, le FMP non dovrebbero entrare a Mosul, infatti. Le paure, però, che le azioni delle milizie sciiite possano andare a rinfocolare lo scontro interreligioso in una zona dove molte tribù e componenti etniche sunnite hanno stretto, in passato, accordi con Daesh sono molto forti. Non è un caso che le giustificazioni turche alla propria presenza in Iraq siano legate alla protezione della componente turcomanna sunnita nell’area di Tal Afar. Un’altra spina dorsale dell’operazione per la ripresa di Mosul sono i Peshmerga curdi, che contano tra i 40.000 e i 50.000 soldati divisi tra l’Unità 80 del Partito Democratico del Kurdistan, di Barzani, e l’Unità 70 dell’Unione Patriottica del Kurdistan, di Talabani. Le forze curde controllano il territorio e le strade di accesso a Mosul a nord, a est e a nord-ovest della città e, finora, hanno dimostrato un coordinamento con Baghdad poco immaginabile in passato, tanto che lo stesso Premier Abadi, all’inizio dell’offensiva, ha sottolineato il fatto che per la prima volta l’Esercito iracheno e i Peshmerga stanno combattendo insieme. Nonostante l’accordo iniziale sembra non prevedere, però, l’entrata delle forze curde a Mosul, è pensabile che i Peshmerga possano avere un ruolo a supporto delle forze federali nel momento del bisogno in città. Inoltre, il fatto che interi quartieri a est e a nord-est di Mosul, come Hai al-Tahreer, Hai al-Qahira e Hai al-Arabi, siano abitati da curdi fa immaginare che i Peshmerga vogliano prendere il controllo di queste aree. A riguardo, le Forze di Mobilitazione Popolare hanno già dichiarato che entreranno anch’esse in città qualora lo facessero i Peshmerga, circostanza che rende il futuro assetto di Mosul sempre più incerto. Dunque, nonostante l’Operazione FATAH si basi su un’intesa per la divisione dei compiti tra le varie componenti, di fatto non vi è un accordo sul futuro della città. La profonda eterogeneità delle formazioni militari che stanno portando avanti l’Operazione FATAH porta a sottolineare i rischi di tensioni una volta venuto meno il nemico comune del Califfato in una regione su cui l’autorità di Baghdad ha sempre avuto delle difficoltà ad imporsi e che, in una fase di così forte instabilità regionale, potrebbe diventare un nuovo terreno di scontro regionale. Non è da sottovalutare, poi, la resistenza che Daesh sta opponendo all’avanzata delle forze irachene e la possibilità che IS possa avviare una nuova campagna di destabilizzazione puramente terroristica. Non è un caso che in uno degli ultimi messaggi di Adnani, portavoce di Daesh ucciso ad agosto, si sia fatto accenno all’inhiyaz, parola araba che sta per ritirata temporanea. Uno scontro su più fronti per l’influenza su Mosul legato ad una nuova ondata di terrore su vasta scala potrebbero comportare la destabilizzazione definitiva di un Paese come l’Iraq che, a prescindere dalla ripresa del controllo su Mosul, dovrà affrontare sfide rilevanti per la propria esistenza.

 

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