14 OTTOBRE 2016
Geopolitical Weekly n.233
DI Ruggero Balletta

Etiopia

Il 9 ottobre, il premier Hailemariam Desalegn ha dichiarato lo stato di emergenza in seguito alle violente proteste perpetrate dalle comunità Oromo e Amhara negli ultimi mesi. In particolare la decisione arriva in seguito alle dimostrazioni dei mesi di agosto e di ottobre che hanno visto la morte di circa 700 manifestanti a causa della repressione operata dalle Forze di Sicurezza. La dichiarazione dello stato di emergenza è stata giustificata dal premier con la volontà di proteggere lo Stato e i cittadini dalla deriva separatista dei ribelli Oromo. Lo stato di emergenza prevede poteri speciali per le Forze di Polizia, che potranno arrestare e perquisire gli individui sospettati di far parte della ribellione Oromo senza l’autorizzazione del potere giudiziario. Inoltre l’esercito potrà essere schierato in caso di rischi eccessivi per la sicurezza dello Stato. Secondo i leader dell’opposizione Oromo, la decisione di porre in vigore lo stato di emergenza è orientata unicamente alla volontà di neutralizzare i movimenti di protesta Oromo e Amhara e legittimare legalmente l’uso della forza da parte degli apparati statali.

L’etnia Oromo, che è in aperto contrasto con il governo centrale oramai da quasi un anno, richiede una autonomia maggiore per lo Stato Federale dell’Oromia, la fine della discriminazione etnica da parte della classe dirigente tigrina e la liberazione di numerosi prigionieri politici.

Lunedi 11 ottobre, il Presidente Mulatu Teshome Wirtu ha proposto riforme costituzionali che favoriscano l’ampliamento delle piattaforme democratiche per garantire una maggiore partecipazione di tutte le etnie etiopi alla vita politica nazionale, in previsione delle elezioni del 2020. La proposta è stata respinta da Merera Gudina, leader del Medrek, una coalizione di forze politiche di etnia Oromo in opposizione al governo. Gudina ha ribadito la richiesta di indipendenza formulata dai manifestanti e ha proposto l’immediato ritorno alle urne per eleggere un nuovo Parlamento.

Il governo etiope, in risposta alle mobilitazioni popolari, ha pubblicamente accusato l’Egitto di avere addestrato e finanziato i ribelli dell’Oromo Liberation Front (OLF, considerati una organizzazione terroristica). Il Cairo ha negato fortemente ogni suo legame con l’OLF, nonostante nei decenni passati siano emerse diverse prove riguardo il supporto egiziano alla causa separatista. Infatti, il Cairo ha inteso fomentare l’instabilità in Etiopia come arma di pressione politica contro la decisione di Addis Abeba di costruire una serie di dighe e sbarramenti che avrebbero diminuito la portata delle acque nel basso corso del Nilo, arrecando un notevole danno economico all’Egitto.

La situazione politica nella nazione africana resta molto instabile, con le richieste di indipendenza degli Oromo che, nel caso si facessero più pressanti, potrebbero anche portare ad un conflitto armato con il governo centrale.

 

Myanmar

Il 9 ottobre nello Stato occidentale di Rakhine, sono scoppiate una serie di violenze contro i posti di guardia della polizia di frontiera nelle municipalità di Maungdaw, Rathidaung e Buthidaung, rispettivamente nei villaggi di Kyiganbyin, di Kyeedangauk,e di Buthidaung, lungo il confine con il Bangladesh. Negli scontri, sono rimasti uccisi nove ufficiali di polizia. Benchè non ci sia ancora stata una conferma ufficiale, gli assalitori, circa 90, sono sospettati di far parte della comunità  Rohingya, minoranza di fede musulmana che abita la regione. Il governo di Naypiyaw ha reagito agli attacchi con una operazione congiunta tra Esercito e Polizia nella città di Maungdaw, a pochi chilometri dai luoghi dello scontro. Nell’operazione, sette uomini di etnia Rohingya sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, e ed è stato imposto un coprifuoco in tutta l’omonima municipalità. La regione di Rakhine non è nuova agli scontri intra-comunitari che hanno come protagonista la comunità Rohingya. Nel 2012, infatti,  un’ondata di violenza tra Rohinga e la comunità di buddisti Arakanesi aveva scosso la regione, provocando la morte di circa 80 persone. Il governo centrale per riportare la situazione alla normalità introdusse la legge marziale e inviò cinque battaglioni dell’esercito nella regione. Le violenze vennero attribuite al gruppo denominato Arakan Rohingya National Organization (ARNO), un gruppo armato che aveva riunito sotto le proprie insegne tutti i combattenti Rohingya della regione.

I recenti eventi del 9-10 ottobre, dunque,  rappresentano il primo picco di violenza all’interno dello Stato di Rakhine, dal 2012.  Benché al momento l’ARNO non sia più un gruppo attivo se non come organizzazione civile, tuttavia, gli scontri potrebbero essere il segno di un crescente malcontento all’interno della minoranza. La marginalizzazione a cui è sottoposta questa e la mancanza di politiche sociali da parte del governo di Naypitaw, che non riconosce ai Rohinga il diritto di cittadinanza, potrebbero aver spinto una parte della comunità a cercare di riprendere la lotta armata contro le autorità centrali per portare avanti la propria battaglia politica. Il sequestro di circa 50 fucili e 10.000 caricatori eseguito dagli assalitori ai posti di guardia della polizia potrebbe rappresentare un primo segnale in questa direzione. Il rifiuto del governo di Naypyitaw di riconoscere la legittimità delle rivendicazioni del gruppo etnico, dunque, potrebbe portare a una nuova esplosione di violenza, con il rischio di accendere un nuovo e pericoloso focolaio di scontro che potrebbe mettere a serio repentaglio la stabilità interna del Paese.

 

Yemen

Nel corso della settimana il conflitto in Yemen ha visto una nuova pesante escalation nell’area dello stretto di Bal-el-Mandeb, situato tra il Golfo di Aden ed il Mar Rosso. Qui, infatti, il 9 ed il 12 ottobre il cacciatorpediniere della Marina americana Mason (impegnato insieme al pariclasse Nitze in attività di pattugliamento anti-pirateria a largo delle coste yemenita) è stato oggetto di due attacchi con missili anti-nave lanciati da un’area del territorio yemenita attualmente sotto il controllo del fronte ribelle Houthi-Saleh. In entrambi i casi, il Mason è riuscito a neutralizzare la minaccia anche attraverso l’attivazione del proprio sistema di difesa anti missilistico.

In risposta all’attacco, il 13 ottobre il cacciatorpediniere Nitze ha lanciato missili a lungo raggio Tomahawk versole coste yemenite a nord dello stretto di Bal-el-Mandeb, per distruggere 3 siti radar presumibilmente utilizzati nei giorni precedenti per intercettare e attaccare le due navi statunitensi.

Gli eventi fin qui descritti segnano, di fatto, una nuova evoluzione del dossier yemenita in riferimento al suo “fronte” navale. Il susseguirsi delle operazioni militari nello stretto di Bal-el-Mandeb, infatti, rischia di esacerbare ulteriormente le contrapposizioni e di determinare non poche criticità per la sicurezza dell’intera area, uno degli snodi navali più importanti al mondo soprattutto dal punto di vista commerciale. Tale possibilità ha allarmato anche il Governo di Teheran che il 14 ottobre ha inviato due unità navali, la fregata Alvand e la nave da rifornimento Bushehr, nel Golfo di Aden, provocando la messa in allerta della flotta di Riyadh. 

Proprio quest’ultimo elemento rende l’idea di quanto la guerra civile yemenita rimanga una questione regionale e, in quanto tale, continui ad essere principalmente influenzata degli attuali giochi di potere in corso tra le Monarchie sunnite del Golfo Persico e il vicino Iran. Nonostante le recenti operazioni statunitensi, infatti, appare poco probabile che Washington possa modificare o intensificare il proprio ruolo nel conflitto yemenita, almeno fino a quando non si insedierà la prossima amministrazione statunitense.