14 LUGLIO 2016
Geopolitical Weekly n.227
DI Luigi Rossiello e Giulia Conci

Sommario: Cina-Filippine, India, Sahara Occidentale - Marocco, Sud Sudan

 

Cina-Filippine

Lo scorso 12 luglio la Corte Permanente Arbitrale dell’Aja ha emesso la sentenza con la quale ha sancito l’insussistenza legale della “linea a nove tratti” (Nine-dash line), la linea di demarcazione disegnata nel 1947 con cui la Cina rivendica sovranità e diritti di sfruttamento delle risorse su quasi il 90% del Mar Cinese Meridionale.

La controversia, presentata alla corte dal precedente governo filippino di Benigno Aquino nel 2013, riguarda la comune rivendicazione dell’appartenenza di parte dell’arcipelago delle isole Spratly, nonché il diritto di sfruttare le risorse, ittiche ed energetiche, delle acque limitrofe, all’interno della relativa Zona Economica Esclusiva (ZEE). Il diritto marittimo identifica con ZEE l’area compresa entro le 200 (370 km) miglia nautiche dalla costa in cui uno Stato esercita diritti sovrani per la gestione e lo sfruttamento delle risorse.

Nonostante il tentativo di Pechino di ampliare l’estensione di questi atolli attraverso intense attività di costruzione e dragaggio, la Corte ha sancito l’illegittimità delle pretese cinesi sull’arcipelago. Nello specifico, la sentenza ha decretato, da un lato, l’impossibilità degli isolotti e degli scogli delle Spratly, di fatto in natura non idonei ad ospitare insediamenti umani permanenti, di rappresentare nel loro insieme un’unica zona marittima in grado di generare una Zona Economica Esclusiva autonoma; dall’altro l’appartenenza di alcune aree marittime circostanti, quali il conteso complesso di scogli Scarbough Shoal (locato a 250 km dalle coste filippine e a quasi 900 km da quelle cinesi), alla Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Manila. La Corte, quindi, ha affermato che il governo Cinese non solo ha violato la sovranità filippina ma, attraverso la costruzione d’isole artificiali e il respingimento di pescherecci e di navi esploratrici di Manila, ha anche posto in essere una politica di interdizione illegittima nell’area.

Il giudizio della Corte, per quanto vincolante, non prevede alcun strumento di implementazione tale da assicurare il rispetto della sentenza. Questo potrebbe rivelarsi un punto estremamente critico se si considera che la Cina ha sempre dichiarato di non voler riconoscere la legittimità della decisione. Non è da escludere, dunque, che il governo cinese non cerchi di portare la controversia su un tavolo di trattativa bilatere con il nuovo governo di Manila, apparentemente più incline rispetto al precedente nel trovare un compromesso pacifico con Pechino. Tuttavia, la volontà di sfruttare il peso internazionale della Corte potrebbe spingere gli altri Paesi coinvolti nelle dispute a prendere esempio dalle Filippine per mettere in difficoltà il governo cinese. Ciò potrebbe portare non solo Paesi qual Vietnam e Malesia ad adire al tribunale per disciplinare anche le proprie contese, ma soprattutto potrebbe spingere gli Stati Uniti ad adottare un approccio maggiormente proattivo, anche muscolare, per tentare di limitare l’assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale, con inevitabili ripercussioni sulle tensioni nell’area. 

India

Tra l’8 e il 10 luglio, almeno 32 persone sono morte e altre 200 sono rimaste ferite negli scontri tra manifestanti e polizia nello Stato di Jammu e Kashmir, unica provincia indiana a maggioranza musulmana. Le violenze si sono registrate a seguito dell’uccisione da parte delle forze di sicurezza indiane di Burhan Muzaffar Wani, popolare leader del gruppo dei ribelli separatisti Hizbul Mujahideen (fondato nel 1989), il quale contesta l’autorità indiana e si pensa essere più vicino alle rivendicazioni pakistane. Questa regione, infatti, è contesa tra Pakistan, India e, seppur in modo minore dalla Cina. Wani era rimasto ucciso venerdì scorso a seguito di uno scontro a fuoco tra le Forze indiane nell’area di Kokernag, a sudest di Srinagar, la capitale estiva di questa regione.

A nulla è servito il coprifuoco indetto dal governo centrale di Nuova Dehli a seguito dell’uccisione di Wani al fine di bloccare sul nascere le proteste. Così come è stato poco utile limitare la connessione ad internet ed inviare circa 800 uomini per ripristinare l’ordine. Inoltre, il premier indiano Narendra Modi, di ritorno da un viaggio istituzionale in Africa, ha convocato un vertice a Nuova Delhi per valutare l’emergenza riguardante lo Stato di Jammu e Kashmir.

Questa ondata di violenza non fa altro che porre l’accento sulla delicata situazione del Kashmir, regione non certo nuova a moti di protesta come quelli verificatisi di recente. Gravi episodi di violenza, infatti, si erano già verificati sia nel 2008 sia nel 2010, anno in cui più di cento persone erano morte nelle proteste scoppiate contro l’India, in seguito all’uccisione di tre giovani da parte delle Forze di sicurezza indiane.

Nonostante il Kashmir sia sottoposto all’amministrazione indiana, la popolazione locale e diversi osservatori internazionali lamenta da tempo l’assenza di un dialogo politico finalizzato alla risoluzione della disputa. Questa mancanza sembra sempre più favorire la popolarità dei militanti ribelli dell’Hizbul Mujahideen, gruppo che gode ormai di ampio consenso tra le frange della popolazione insoddisfatta della gestione da parte del governo di Nuova Dehli della questione del Kashmir.

Un eventuale protrarsi delle proteste, e la conseguente escalation di violenza, in questa regione, inoltre, potrebbe inasprire ulteriormente i già tesi rapporti tra India e Pakistan. Nei giorni successivi allo scoppio delle proteste, infatti, il governo di Islamabad ha convocato d’urgenza l’Alto Commissario indiano in Pakistan, Gautam Bambawale, proprio per discutere quanto stava accadendo nella regione contesa. 

Sahara Occidentale - Marocco

Lo scorso 9 luglio Brahim Ghali è stato nominato Presidente e Segretario Generale del Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), movimento di liberazione, fondato nel 1973, che si batte per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale contro l’occupazione marocchina avvenuta nel1976 a seguito del ritiro spagnolo.

La votazione è avvenuta in Algeria, nei pressi del grande campo profughi saharawi di Tindouf.

Ghali, uno dei fondatori del Fronte Polisario e tra i più influenti comandanti della rivolta armata intrapresa dal movimento nel 1973 contro la Spagna, è succeduto allo storico leader Mohammad Abdelaziz, morto lo scorso 31 maggio in un ospedale algerino in seguito ad una lunga malattia. Dal 1991 il nuovo Presidente aveva intrapreso la carriera diplomatica ricoprendo diversi ruoli, da rappresentante del Fronte Polisario in Spagna ad ambasciatore in Algeria, Paese che ha da sempre giocato un ruolo fondamentale a supporto del Fronte Polisario, offrendo sostegno economico, politico e logistico all’insurrezione.

Ghali, nel suo discorso di insediamento, ha fatto manifestato l’intenzione di voler puntare su una risoluzione pacifica della disputa con il Regno del Marocco, apparentemente rigettando le ultime dichiarazioni di Abdelaziz che, al contrario, nei mesi più recenti aveva adottato una retorica ben più aggressiva e guerrafondaia.

Una delle più grandi sfide per il neo-insediato leader sembra essere rappresentata dalla gestione del malcontento saharawi che attanaglia soprattutto le nuove generazioni, disillusi nei confronti delle politiche del Polisario e sottoposti alla pressione e alla propaganda dei movimenti jihadisti della regione. A questo proposito, appare preoccupante il ruolo che potrebbe essere svolto dal saharawi Adnane Abou Walid Al-Sahraoui, emiro del gruppo terroristico al-Mourabitoun. Infatti, il comandante jihadista, già autoproclamatosi leader della Provincia del Sahara Occidentale di Daesh, potrebbe avviare una massiccia opera di reclutamento tra i giovani dei campi profughi.

Sud Sudan

Il 7 luglio, alla vigilia della celebrazione del quinto anniversario dell’indipendenza del Paese, nella capitale Juba, si sono verificati pesanti scontri tra i soldati dell’esercito regolare, fedele al Presidente Salva Kiir, espressione dell’etnia Dinka, e le milizie ribelli del Sudan People Liberation Movement in Opposition (SPLM – IO), prevalentemente di etnia Nuer e capeggiati dal Vice-Presidente Riek Machar.

Il primo conflitto a fuoco si è verificato nei pressi di una caserma lealista nella parte occidentale della città. Tale episodio ha funto da detonatore per il moltiplicarsi delle violenze nella città. In alcuni quartieri l’Esercito ha addirittura utilizzato artiglieria pesante, carri armati ed elicotteri da combattimento. Il bilancio finale degli scontri è stato di almeno 270 morti, tra i quali circa 30 civili.

L’escalation di Juba rappresenta soltanto l’ultima manifestazione della perdurante crisi sud sudanese, che ormai prosegue dal lontano 2013 e che, nei momenti di massima violenza, ha assunto i tratti di una vera e propria guerra civile tra Dinka e Nuer. Gli accordi di Pace di Addis Abeba dell’agosto 2015 e il compromesso tra Salva Kiir e Riek Machar per la formazione di un Governo d’Unità Nazionale sembravano aver gettato le basi per la costruzione di un dialogo costruttivo tra le forze lealiste ed i ribelli. Tuttavia, i ritardi nella formazione dell’esecutivo e nel processo di integrazione dei miliziani dello SPLM – IO nelle Forze Armate hanno nuovamente inasprito le tensioni inter-etniche.

Nonostante il Presidente Kiir sia il suo vice Machar siano riusciti a raggiungere un’intesa sulla firma di un accordo di cessate-il-fuoco, resta alta la possibilità che l’escalation di violenze prosegua nelle prossime settimane e si estenda ad altre regioni sud sudanesi. Infatti, data la complessa frammentazione etnica del Paese, entrambi im leader delle rispettive fazioni sembrano non godere del pieno controllo delle proprie milizie, fedeli ad autorità tribali locali con agende politiche differenti.