15 APRILE 2016
La Nigeria e il rebus dell’insurrezione armata nel Delta del Niger
DI Carolina Mazzone

Negli ultimi mesi le provincie meridionali della Nigeria sono state scosse da una nuova ondata di instabilità. Gli attentati compiuti da un gruppo di militanti non meglio identificati agli oleodotti di Bonny – Okrika, nello Stato di Rivers, e Escravos-Warri, nello Stato del Delta, il 17 gennaio scorso, hanno costretto la Nigerian National Petroleum Corporation a chiudere le raffinerie a Port Harcourt e Kaduna. Contestualmente, Il 31 gennaio, nella la cittadina di Brass, nello Stato di Bayelsa, un altro commando di miliziani ha provocato l’esplosione di un oleodotto della Nigerian Agip Oil Company, joint venture tra ENI e alcune società petrolifere nigeriane.

I recenti avvenimenti dimostrano come il problema del conflitto socio-economico nella regione del Delta del Niger continui a rappresentare una criticità di sicurezza non trascurabile per il governo di Abuja.  Il fulcro della guerriglia tra i gruppi di guerriglieri di diverse zone della regione si manifesta principalmente negli Stati del Delta, di Bayelsa e di Rivers. I miliziani, che provengono prevalentemente dalle ex bande del Movimento per l’Emancipazione del Niger Delta (MEND), ombrello di numerose formazioni para-militari locali che, nel tempo, ha incarnato la protesta violenta delle etnie subalterne della regione. Queste ultime rivendicano una più ampia condivisione e redistribuzione degli introiti provenienti dalla produzione petrolifera. Tali introiti sono gestiti da ristretta cerchia di politici locali e nazionali nonché dai rappresentanti delle multinazionali straniere. Su una produzione di 2,5 milioni di barili al giorno, la Nigeria ne perde circa 255.000, a causa delle attività di sabotaggio perpetrate dalle milizie orbitanti nel network del MEND.

L’origine del conflitto per la gestione delle risorse petrolifere del sud della Nigeria risale alla guerra civile del 1967, quando lo scontro inter-etnico tra il gruppo Igbo e le altre principali etnie del Paese (Yoruba e Hausa) culminò nel tentativo di secessione dell’autoproclamatasi Repubblica del Biafra. Gli Igbo residenti in Biafra, rivendicavano una maggiore autonomia nell’amministrazione delle risorse territoriali e del potere politico. A partire dagli anni ’90, la nascita dei primi movimenti su base etnica favorì la formazione del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ongoni (MOSOP). Guidato dall’attivista Ken Saro Wiwa, il MOSOP si opponeva con metodologie non violente all’insediamento delle compagnie petrolifere straniere all’interno del proprio territorio. I danni ambientali derivanti dall’estrazione del petrolio e l’espropriazione di terreni imposte dal governo nigeriano all’etnia Ongoni contribuirono a dare risonanza internazionale al problema delle popolazioni del Delta del Niger.

La radicalizzazione di questi movimenti verso un modello organizzativo criminale e para-militare si è verificata negli anni 2000, sia a causa della crescita del malcontento sociale dovuto alla mancata redistribuzione degli introiti petroliferi sia alla graduale crescita della tensione tra le etnie Ijaw e Itsekiri. Infatti, le tribù Itsekiri erano le uniche ad aver ricevuto dal governo centrale qualche forma di compenso per l’espropriazione delle proprie terre, sfruttando la preminenza del proprio status politico, ereditato dall’epoca coloniale. Al contrario, il popolo Ijaw, sfavorito dalla propria condizione di subalternità, ha cominciato ad adottare forme di mobilitazione sociale violenta. In particolare, occorre segnalare  tre movimenti: il Niger Delta Vigilante (NDV), guidato dal leader Akete Tom; la Forza Volontaria Popolare del Delta del Niger (NDPVF), capeggiato da Mujahid Dokubo Asari; la Comunità Federale Ijaw del Delta del Niger (FNDIC), diretta da Tom Polo. Mentre i primi due gruppi si sono affermati principalmente nello Stato del Rivers, il terzo ha posto nello Stato del Delta la propria base operativa.

Gli attacchi dei miliziani dell’NDV e l’NDPVF hanno principalmente riguardato gli impianti petroliferi e il personale delle imprese estere. Le modalità di finanziamento dei combattenti si sono strutturate attraverso lo sviluppo di traffici illeciti di droga e armi. Il successo dei due gruppi è stato possibile soprattutto grazie alla creazione di una rete ramificata di contrabbando di petrolio, altrimenti definito oil bunkering, esteso anche all’estero. La lotta per la supremazia nel traffico dell’oro nero è stata alla base del violento contrasto tra l’NDV e NDPVF.

Nel 2005, a causa di numerosi arresti dei principali leader ribelli della Regione del Delta del Niger, tra cui Asari, si è verificato un processo ristrutturazione dei gruppi di militanti che ha portato alla formazione del MEND. La formazione del MEND è stata favorita dalla creazione di legami più solidi tra i leader delle diverse fazioni, che hanno deciso di sviluppare azioni congiunte per incrementare la propria incisività.  

Fin dai suoi esordi nel conflitto del Delta del Niger, il MEND si è configurato come organizzazione eco-terrorista con forti tinte criminali, dedita al rapimento del personale dei colossi petroliferi stranieri, al sabotaggio della produzione petrolifera con attacchi agli impianti, al contrabbando di greggio ed ad azioni di pirateria. Tale movimento si è affermato come gruppo principale negli Stati del Delta del Niger grazie alla propria capacità di inclusione di diverse tribù appartenenti ad altrettanto diversi gruppi etnici.  

La proliferazione delle attività del MEND è stata resa possibile da diversi fattori. Innanzitutto l’alienazione delle popolazioni locali rispetto ad un potere centrale autoreferenziale, nepotistico e profondamente corrotto. In secondo luogo, la capacità dei gruppi ribelli di imporsi come le reali autorità politiche ed amministrative della regione, sostituendo a tutti gli effetti le inefficienti e vacue istituzioni statali. Infine, l’abilità nel costruire un sistema economico parallelo che, per quanto basato su metodi di finanziamento illegali, garantiva alla popolazione locale mezzi di sostentamento dignitosi. La combinazione di questi tre elementi ha spinto moltissimi giovani del Delta del Niger a preferire il reclutamento nel MEND ad un percorso educativo e lavorativo tradizionale. Inoltre, l’efficacia opera di proselitismo dell’organizzazione non ha fatto altro che inasprire ulteriormente la frattura politica tra Abuja e le realtà tribali della regione.   

Gli interventi del governo per limitare l’offensiva dei combattenti e per diminuire le perdite della produzione petrolifera del Paese sono stati sinora poco efficaci.  Nonostante la creazione di un’apposita Commissione per lo Sviluppo del Delta del Niger nel 2000, il problema non ha accennato a diminuire. Nel 2009, il governo di Abuja ha promosso un intervento delle Forze Armate nella regione del Delta del Niger, che si è concluso con l’emanazione del Disarmament Demobilitation and Reintegration Act (DDR), provvedimento che prevedeva l’amnistia per gli ex-combattenti. Nonostante l’attuazione del DDR e la formale smobilitazione del MEND, molte delle sue brigate continuano ad imperversare nella regione del Delta del Niger. Infatti, solo una parte dei miliziani ha avuto accesso ai benefici offerti dal piano di reintegrazione e ai vantaggi economici dell’accordo.

Nonostante il MEND abbia costituito una delle entità maggiori all’interno della costellazione delle bande armate della regione, oggi risulta complicato affermare quale sia il gruppo etnico dominante al suo interno. Considerando che gli attentati agli impianti petroliferi e le operazioni di sabotaggio continuano a provocare instabilità nel il sud-est del Paese, si comprende come il conflitto della regione del Delta sia ancora una realtà in piena evoluzione. La mancata adozione di una strategia a lungo termine del governo nigeriano non ha permesso di trovare una soluzione al fenomeno. Attraverso il DDR infatti, l’esecutivo ha ottenuto semplicemente una debole e parziale riconciliazione con i diversi gruppi e leader criminali, lasciando invariate le cause del conflitto.

Le possibili soluzioni che potrebbero favorire la riduzione del fenomeno prevedono una serie di interventi sia a livello economico che sociale. Nella regione del Delta, con il supporto alla diversificazione della produzione locale, all’agricoltura e al risanamento ambientale, il governo potrebbe favorire sviluppo e una maggiore redistribuzione delle risorse. Inoltre, il coinvolgimento delle comunità locali in programmi mirati al disarmo della popolazione potrebbero costituire un potente incentivo per contrastare la formazione di gruppi criminali. Sicuramente, se non affrontato con risposte efficaci, il problema del Delta del Niger potrebbe avere ripercussioni significative sul fragile equilibrio della Nigeria e dei Paesi vicini.