29 GENNAIO 2016
Geopolitical Weekly n.204
DI Carolina Mazzone e Elena Melkonian

Sommario: Libia, Moldavia, Sud Sudan, Tunisia   

 

Libia

Lo scorso 25 Gennaio il Governo di Unità Nazionale libico, guidato da Fayez Serraj, non ha ottenuto la fiducia dal Parlamento di Tobruk, con 89 voti contrari su 104 votanti. Nonostante il clima di maggiore convergenza seguito alla firma degli accordi di Skhirat in Marocco lo scorso 17 dicembre, sottoscritto grazie alla mediazione delle Nazioni Unite che ribadisce la necessità di raggiungere una stabilizzazione della Libia tramite un governo di transizione, il Parlamento di Tobruk ha negato il voto di fiducia a causa del numero troppo elevato di ministri (32), della poca rappresentatività del governo e, probabilmente, del numero non adeguato di ministeri assegnati ai propri rappresentanti. Ulteriore motivo di dissenso è stato l’articolo 8 dell’accordo di Skhirat, che sancisce il passaggio del comando delle Forze Armate dal Generale Khalifa Haftar al premier Serraj. Il Consiglio Presidenziale, organo preposto alla formazione del governo, dispone adesso di 10 giorni per proporre un nuovo Gabinetto. In caso contrario, l’attuale Consiglio dovrà essere sciolto e i due Parlamenti di Tripoli e Tobruk dovranno negoziare la nomina di nuovi membri.  

La bocciatura del Governo di Unità Nazionale da parte del Parlamento di Tobruk ha deluso le aspettative della Comunità Internazionale, sempre più preoccupata dalla grave instabilità del Paese e dall’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico.

Nell’attuale contesto libico, la formazione di un esecutivo condiviso, quanto più rappresentativo possibile e internazionalmente riconosciuto quale interlocutore politico legale e legittimo, appare la condizione irrinunciabile affinché la Comunità Internazionale possa avviare, con le istituzioni libiche, quel dialogo indispensabile per l’adozione delle misure necessarie alla stabilizzazione del Paese, comprese quelle che prevedono l’uso della forza.

Con il rallentamento del processo di formazione di un esecutivo unitario, i Paesi maggiormente interessati alla crisi libica si trovano inequivocabilmente a dover scegliere tra due opzioni: la prosecuzione del negoziato tra il Parlamento di Tripoli e quello di Tobruk prima di intraprendere qualsiasi iniziativa militare oppure l’avvio di iniziative dirette anche in assenza della formazione del Governo di Unità Nazionale.  

In ogni caso, qualsiasi iniziativa che preveda l’uso della forza non può prescindere sia dalla definizione di una precisa strategia politica per il futuro del Paese sia dal dialogo con alcune dei gruppi para-militari e dei movimenti presenti sul territorio, il cui sostegno appare rinunciabile per la conduzione di qualsiasi operazione in Libia.

Moldavia

Lo scorso 20 gennaio, all’indomani della nomina parlamentare di Pavel Filip a Primo Ministro e la formazione del nuovo governo, la Moldavia è stata scossa da una serie di forti proteste che, per diversi giorni, hanno visto scendere in piazza a Chisinau migliaia di persone decise a richiedere elezioni anticipate e riforme costituzionali.

Infatti, il nuovo Premier, membro del Partito Democratico della Moldavia (PDM), formazione di orientamento europeista, non gode del consenso di un’ampia parte della popolazione a causa dei suoi legami con Vlad Plahotniuc. Oligarca di profilo nazionale e politico del PDM, Plahotniuc è stato coinvolto nello scandalo finanziario che ha determinato la fine del governo di Valeriu Strelet, leader del Partito Liberal-Democratico di Moldavia, avvenuta lo scorso ottobre. Nello specifico, lo scandalo Strelet riguardava l’improvvisa sparizione, attraverso un complesso meccanismo finanziario di prestiti a società fittizie organizzate in “scatole cinesi”, di prestiti pari a 900 milioni di euro, più di un ottavo del PIL del Paese, poco prima della fine della campagna elettorale.

Inoltre, al centro delle proteste, vi sono le modalità poco trasparenti che hanno caratterizzato la formazione del nuovo governo, che ha ottenuto la fiducia nel corso di una votazione segreta notturna. 

L’origine delle manifestazioni è da attribuirsi a un evidente malcontento della popolazione nei confronti di una classe dirigente ritenuta corrotta e autoreferenziale. A guidare le manifestazioni sono stati sia i principali partiti filo-europeisti sia quelli filo-russi, a testimonianza dalla trasversalità della protesta nonostante le tradizionali divisioni politico-sociali del Paese, spesso diviso tra i sostenitori di una maggiore integrazione europea e i paladini del rafforzamento dei rapporti con Mosca.

Tuttavia, poiché lo scandalo ha colpito la leadership politico filo-europeista, i movimenti filo-russi potrebbero ottenere un cospicuo aumento del proprio sostegno. Tale dicotomia interna possiede un importante riverbero internazionale. Infatti, nel 2014, il governo di Chişinău aveva ratificato l’accordo di Associazione con l’Unione Europea, suscitando la delusione di Mosca, ostacolata da Bruxelles in una di quelle che ritiene essere tra le sue principali aree di influenza.

Le prospettive per una soluzione della crisi politica che colpisce lo Stato ex-sovietico non sembrano essere immediate, almeno fino a che non saranno introdotte riforme volte a combattere corruzione e nepotismo. Inoltre, data l’incertezza della situazione, esiste la possibilità di un crescente coinvolgimento di Russia e Unione Europea a sostegno dei rispettivi alleati moldavi, con la conseguente crescita dei numerosi motivi di attrito che già caratterizzano i loro mutui rapporti.

Sud Sudan

Gli accordi di pace siglati il 26 agosto scorso ad Addis Abeba tra Salva Kiir, Presidente e capo delle forze governative ed il suo ex-vice Riek Machar, alla guida delle diverse fazioni ribelli sud-sudanesi (SPLM-IO, Nuer White Army, SSDF, SSLA), miranti alla conclusione del sanguinoso conflitto civile che insanguina il Paese dal 2013, sono ad un passo dal fallimento poiché i due rivali non hanno raggiunto, entro il tempo stabilito (22 Gennaio), l’intesa per la formazione di un governo di unità nazionale, uno degli obbiettivi principali del negoziato. Inoltre, tali accordi prevedono diverse clausole al fine di stabilire una tregua tra le parti, quali l’immediato cessate il fuoco, la demilitarizzazione della capitale Juba e la formazione di una commissione per l’investigazione sulle violazioni dei diritti umani.

La ragione alla base del contrasto tra i Kiir e Machar è la futura organizzazione politico-amministrativa del Paese. Infatti, mentre il leader dei ribelli intende rispettare i termini del negoziato di Addis Abeba, che prevede 10 Stati federali, l’attuale Presidente sud sudanese ha manifestato la volontà di incrementarne il numero fino a 28. Così facendo, Salva Kiir potrebbe modificare la mappa del Paese e, mediante la nomina di governatori a lui fedeli, controllare quei soggetti federali più ricchi di risorse umane e naturali. Al contrario, qualora la divisione amministrativa sud sudanese si fermasse a 10 Stati, Riek Machar potrebbe apporre alcuni dei propri alleati in regioni strategicamente rilevanti e realizzare un maggior equilibrio di potere con il suo avversario.  

Nonostante il raggiungimento dell’accordo sia stato accolto dai Paesi mediatori dell’Unione Africana (Etiopia, Kenya, Uganda) e del gruppo della Troika ( Stati Uniti, Norvegia, Gran Bretagna) come un primo passo verso la risoluzione del conflitto, erano sorti diversi dubbi sulla volontà delle parti in lotta di rispettarne le clausole poiché, già nel corso delle trattative, Salva Kiir aveva espresso numerose reticenze. Il Presidente, criticando le modalità di negoziazione e la suddivisione dei poteri con il rivale Machar, aveva firmato l’accordo solo su pressione delle Nazioni Unite e dietro la minaccia di sanzioni. 

Ad oggi, nonostante gli sforzi della Comunità Internazionale, non si è mai raggiunta una vera tregua tra le parti in conflitto e, tra numerose violazioni del cessate il fuoco (7 volte in pochi mesi), continuano ad aumentare il numero degli sfollati (circa 2 milioni) come quello delle vittime. Il maggiore ostacolo al raggiungimento della pace è rappresentato dalle profonde e perduranti rivalità etniche. Infatti, la guerra civile si declina su due livelli: uno nazionale, dove si combattono le due maggiori etnie, quella Dinka rappresentata da Salva Kiir e quella Nuer guidata da Riek Machar, ed uno locale, che vede coinvolte numerose etnie minoritarie (Murle, Shilluk).

Il conflitto, iniziato nel dicembre 2013, si è scatenato a causa della condotta autoritaria del Presidente Kiir e delle sue politiche di evidente favoritismo in favore dell’etnia Dinka, respinte ferocemente dai gruppi subalterni, tra i quali i Nuer, i Murle e gli Shilluk. La guerra etnica tra sud-sudanesi ha assunto caratteristiche di genocidio, con stupri di massa, reclutamento di bambini soldato, incendio di interi villaggi e file di rifugiati riversatisi nei Paesi limitrofi. 

I compromessi raggiunti per la condivisione del potere sono molto fragili e allo stato attuale è forte il rischio di una nuova escalation del conflitto, che oltre a peggiorare la disastrosa condizione umanitaria della popolazione, graverebbe anche sull’economia petrolifera del Paese, mettendo ulteriormente in pericolo la sopravvivenza stesso dello Stato sud sudanese. 

Tunisia

A seguito della morte di un giovane tunisino, suicidatosi lo scorso 17 gennaio nella città di Kasserine per la mancata assegnazione di un posto di lavoro nel dipartimento regionale dell’istruzione, la Tunisia è da giorni attraversata da un’ondata di proteste che non coinvolge solo la località in questione, ma che si è progressivamente diffusa in tutto il Paese. Nonostante l’imposizione del coprifuoco da parte delle forze dell’ordine e il decesso di un poliziotto nel corso di scontri nella città di Feriana, le manifestazioni continuano a diffondere un preoccupante clima di instabilità.
Le modalità con cui sono nate e si sono sviluppate le recenti proteste sono simili a quelle della rivoluzione del 2011, iniziata a causa del suicidio del venditore ambulante Mohammed Bouazizi per il sequestro della propria attività da parte delle forze dell’ordine.

Attualmente il malcontento dei cittadini ha origine in una dimensione di tipo economico e sociale che si manifesta non solo nella disparità nello sviluppo tra le regioni interne e costiere della Tunisia, ma è scaturito anche dallo squilibrio che vi è tra centro e periferie dei grandi centri urbani. Per quanto riguarda il primo aspetto, le regioni dell’entroterra, come quella di Kasserine, sono caratterizzate da un elevato tasso di disoccupazione, da scarsi livelli di istruzione e da un limitato accesso alle risorse. A livello delle periferie delle grandi città, l’amministrazione centrale risulta carente nella fornitura di servizi e di occupazione.

La mancata attuazione di politiche sociali ed economiche che cambino sostanzialmente le condizioni di vita nelle are più remote del Paese e nelle periferie dei grandi centri urbani ha contribuito a creare un terreno fertile per la diffusione del jihadismo e per il reclutamento dei giovani da parte delle organizzazioni terroristiche.

Le recenti rivolte hanno avuto un impatto politico immediato sul governo guidato di coalizione del partito laico Nidaa Tinous (Appello della Tunisia) e di quello islamico-moderato Ennahda. Nonostante le critiche ricevute in precedenza per l’inefficienza delle proprie politiche economiche, il Consiglio dei Ministri ha varato delle prime contromisure per far fronte al problema. In questo panorama politico incerto, si potrebbe verificare l’ipotesi in cui, con una decisa azione governativa in materia di investimenti pubblici, la crisi venga progressivamente arginata; Tuttavia, le difficoltà economiche in cui verte la Tunisia e la crescita del dissenso sociale e politico rendono concreta la possibilità del protrarsi dell’instabilità ancora a lungo.