04 FEBBRAIO 2015
Fragilita’ e Sicurezza nell’Africa Saheliana. Priorità per l’Azione Italiana ed Europea
DI Marco Di Liddo

Nonostante fosse in incubazione da almeno 10 anni, ossia da quando le milizie jihadiste algerine, incalzate dalle Forze Armate e dagli apparati di sicurezza nazionali, sono migrate nelle aree desertiche del sud del Paese, il fenomeno terroristico e di instabilità nella regione del Sahel-Sahara è prepotentemente emerso quale consistente problematica di sicurezza soltanto nel 2012-2013, nel contesto della Guerra Civile Maliana. Infatti, benché Bamako avesse affrontato l’insurrezione tuareg a più riprese sin dal 1962, in quest’ultima occasione la rivolta per l’indipendenza della Patria del “popolo blu” del deserto ha assunto connotati e caratteristiche marcatamente jihadiste come mai in precedenza. A rendere ancor più complesso e inestricabile un contesto geopolitico già di per sé complicato e dominato dalla pericolosa coesistenza di un variegato ed eterogeno mosaico etnico, di rivendicazioni politiche perseguite con strumenti violenti e di intangibilità dei confini statali, è stata la contemporaneità, nel 2011, della crisi libica e della carestia generale del Sahel. I due fenomeni, apparentemente distanti e non collegati, hanno contribuito alla ripresa dell’insurrezione dei tuareg, tradizionale bacino di reclutamento per i mercenari al servizio di Gheddafi, trovatisi improvvisamente con la drammatica combinazione di arsenali pieni e mancanza di lavoro. Inoltre, la scarsità del raccolto ha spinto le popolazioni agricole maliane Peul e Songhay ad avanzare diritti di sfruttamento su terre tradizionalmente appartenenti agli allevatori tuareg. Nell’inevitabilità di uno scontro ultra-decennale, al-Qaeda nel Maghreb Islamico e i gruppi ad essa alleati hanno messo alla prova una strategia incubata per anni, ossia la formazione di un Emirato Islamico nel nord del Mali che si basasse sul favore delle reti tribali locali convertite al radicalismo islamico e infiltrate nel tempo. Per alcuni mesi, l’Emirato è stato una realtà e soltanto l’intervento congiunto di Francia e Unione Africana ha potuto ridimensionare, senza eliminare del tutto, il vero e proprio “governo parallelo” che ormai controlla intere aree del Sahel-Sahara.

La grande lezione della guerra in Mali riguarda la straordinaria capacità, da parte delle realtà jihadiste, di sopperire alle lacune degli Stati nazionali e porsi, nei confronti delle comunità etniche emarginate e impoverite come interlocutori credibili, affidabili e soprattutto in grado di offrire un’alternativa concreta alla sterile retorica o alle vane promesse dei governi centrali. Potrebbe piacere o meno, ma al-Qaeda nel Maghreb Islamico e gli altri gruppi salafiti hanno offerto un modello di sviluppo più attraente e confacente alle necessità delle popolazioni locali. 

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