28 OTTOBRE 2013
La ripresa dell’insurrezione delle milizie etniche in Congo Orientale
DI Staff Ce.S.I.

La RDC (Repubblica Democratica del Congo) continua ad essere interessata da una profonda instabilità politica che interessa i suoi territori orientali, ossia le ricche aree minerarie in prossimità della Regione dei Grandi Laghi e lungo il confine con Uganda, Ruanda e Burundi. Infatti, a partire dai primi giorni di luglio, nelle provincie orientali congolesi del Kivu del Sud e del Nord, si è registrata una significativa ripresa delle operazioni militari da parte delle diverse e numerose milizie etnico/tribali attive nella regione.

Le ostilità hanno avuto inizio il 2 luglio, quando alcuni miliziani delle ADC-NALU hanno preso il controllo dei villaggi di Mamundioma e Totolito, 45 km a nordest di Beni, nel Kivu del Nord, presso il confine con l’Uganda. Gli attacchi dei miliziani, che sono proseguiti per 10 giorni interessando anche il villaggio di Kamango, hanno costretto le FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo) a cedere alcune posizioni nell’area. L’ADC-NALU è una formazione militare, originaria delle montagne Ruwenzori, nata dalla fusione dell’ADC (Allied Democratic Forces) e del NALU (National Army for the Liberation of Uganda), gruppi composti entrambi da miliziani ugandesi di religione islamica affiliati alla setta Jamaat Tabligh. Attualmente questa formazione paramilitare
conta circa 1.500 miliziani. Tradizionalmente sostenuto dal Sudan, l’ADC-NALU rappresenta una minaccia per la sicurezza sia per il Governo ugandese, nei confronti del quale si pone come forza di opposizione, sia per il Governo congolese, a causa delle attività criminali ed all’utilizzo delle province orientali dello stesso Congo quale retroterra logistico per gli attacchi contro le FA di Kampala. La ripresa dell’insorgenza da parte dell’ADC-NALU è probabilmente legata alla necessità di approvvigionamento delle milizie. Il principale elemento di novità di questa nuova offensiva dell’ADCNALU è costituito dalla presenza, nei ranghi dei ribelli, di combattenti di origine somala provenienti da Al Shabaab. Il coinvolgimento di tali elementi potrebbe essere legato a 2 fattori: il primo riguarda i successi di AMISOM (African Union Missionm in Somalia) e la perdita di terreno da parte dell’organizzazione jihadista nel Sud della Somalia che potrebbe aver spinto un centinaio di guerriglieri a migrare verso un nuovo fronte ricco di maggiori opportunità operative ed economiche. Il secondo fattore riguarda il ruolo del Sudan, sponsor sia dell’ADC-NALU sia, indirettamente, di Al Shabaab, che potrebbe aver sostenuto il trasferimento dei miliziani somali per rinvigorire le attività dei ribelli ugandesi contro Kampala. Tuttavia, permangono seri dubbi sul reale contributo che i guerriglieri somali possano offrire ad una insorgenza basata su legami etnico-tribali a loro estranei. Inoltre, pesanti interrogativi gravano sulle reali capacità operative nella giungla di miliziani abituati a teatri semi-desertici. Il secondo fronte dell’insorgenza congolese coinvolge l’M23 (Movimento 23 Marzo, conosciuto anche con il nome di Esercito Rivoluzionario Congolese), milizia di etnia tutsi sostenuta dal Ruanda e formata da disertori delle FARDC ribellatisi alla mancata applicazione degli accordi di pace del 23 marzo 2009 tra Governo di Kinshasa e il CNDP (Congrès National pour la Défense du Peuple). Infatti, il 15 luglio le milizie del M23 hanno attaccato il villaggio di Mutaho, 7 km a nord di Goma, capoluogo del Kivu del Sud. Tuttavia, in questa occasione, ad iniziare le ostilità sono state le FARDC che, nei 2 giorni precedenti, avevano bombardato le posizioni del M23 attorno a Goma con elicotteri Mi-35M pilotati da personale ucraino, violando l’armistizio siglato a dicembre dello scorso anno, quando le milizie tutsi erano trionfalmente entrate a Goma senza affrontare alcuna cospicua resistenza. Nelle settimane successive il numero e l’intensità degli scontri è progressivamente aumentato, coinvolgendo diversi villaggi della regione, comprese le immediate vicinanze di Goma. Ad affiancare le FA congolesi c’erano le truppe della BIR (Brigata d’Intevento Rapido) di MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo), la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. In particolare, la nuova Brigata dei Caschi Blu è stata impiegata per colpire le basi del M23 nei pressi di Kibati, centro a 15 km a nord di Goma. In questa occasione sono stati utilizzati sia i Mil Mi-24 sia alcune batterie di artiglieria campale. La costituzione della BIR era stata autorizzata dall’ultimo rinnovo del mandato di MONUSCO, avvenuto lo scorso 28 marzo, che ha garantito alla missione maggiori poteri per contrastare le attività delle milizie etniche della regione. Infatti, durante la prima offensiva dell’M23, tra novembre e dicembre 2012, le forze delle Nazioni Unite, a causa delle restrizioni imposte dal precedente mandato, non sono riuscite ad opporsi adeguatamente agli attacchi dei miliziani, consentendo loro la presa di Goma. La BIR ha il suo Comando a Goma ed è composta da 3.069 uomini, provenienti, in parti uguali, da Sudafrica, Malawi e Tanzania. La Brigata è formata da 3 battaglioni di fanteria, uno di artiglieria e una compagnia di ricognizione, e opera sotto la supervisione diretta di MONUSCO. Per contrastare le milizie tutsi sostenute dal Ruanda, oltre ai Caschi Blu, le FARDC usufruiscono del sostegno tattico delle FDLR (Forces Démocratiques de Libération du Rwanda), milizie di etnia hutu che combattono l’M23 e, contemporaneamente, si oppongono al Governo del Ruanda. La crisi che dal novembre del 2012 continua a destabilizzare il Congo orientale è l’ennesima manifestazione del conflitto etnico regionale tra Hutu e Tutsi e dello scontro tra RDC (Repubblica Democratica del Congo) e Ruanda per il controllo delle risorse minerarie del Kivu, tra le quali vi sono la columbite-tentalite (coltan), utilizzata nella produzione delle apparecchiature ad alta tecnologia, oro, diamanti e avorio. L’M23, il cui numero di miliziani oscilla intorno ai 4.500 uomini, usufruisce del sostegno diretto del Governo ruandese, come testimoniato dalle uniformi e dagli equipaggiamenti in loro dotazione, quali AK-47, mitragliatrici leggere RPK e mortai da 120 mm, presumibilmente Type 53 cinesi, e pezzi di artiglieria venduti dalla Francia e dall’Egitto al Ruanda nei primi anni ’90. Inoltre, secondo diverse fonti, il Governo di Kagame ha avviato una segreta opera di reclutamento di miliziani in tutto il Paese per rinvigorire le forze dell’M23 e impartisce direttamente gli ordini a Sultani Makenga, leader della milizia tutsi. Dunque, Kigali sembra non desistere dal tentativo di imporsi quale potenza egemonica nella Regione dei Grandi Laghi attraverso la destabilizzazione dei Paesi vicini. Il sostegno all’M23, oltre ad essere strumentale all’indebolimento del Governo congolese, appare fondamentale per il controllo dei traffici di terre rare, oro e diamanti provenienti dalle miniere del Kivu. In questo senso, a poco sono serviti i moniti statunitensi e britannici e la minaccia di interruzione degli aiuti umanitari occidentali a Kigali.

 

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