10 LUGLIO 2015
Geopolitical Weekly n.183
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Algeria, Cina, Mali, Nigeria

 

Algeria

Tra il 5 e l’8 luglio le città di Gherdaia, Guerrara e Berianne, tutte a tre a circa 600 km di Algeri, sono state teatro di violentissimi scontri tra la comunità araba e quella berbera mozabita (originaria della regione di M’baz) che hanno causato la morte di 35 persone. Per ristabilire l’ordine, il governo ha dovuto inviare oltre 4.000 tra militari e poliziotti nonché nominare una commissione d’inchiesta responsabile sia per le indagini che per la mediazione tra i rappresentanti delle due comunità. 

Da ormai diversi mesi la città di Ghardaia e la regione circostante sono scosse dal confronto tra i due diversi gruppi etnici. Infatti, i mozabiti accusano gli arabi di controllare in maniera personalistica ed esclusiva le istituzioni politiche e sociali locali, concedendo i servizi assistenzialistici (case popolari, sussidi) e i permessi lavorativi (concessioni per la vendita al dettaglio nei mercati cittadini) soltanto a membri delle proprie famiglie. Queste tensioni sono rese ancora più gravi dalla precaria situazione economica della città e della regione, caratterizzata da altissimi tassi di disoccupazione.
La situazione di Ghardaia e del suo circondario rischia di peggiorare nei mesi futuri. Infatti, il crollo del prezzo del petrolio ha costretto il governo algerino a diminuire l’entità dei fondi di assistenza sociale per le aree a maggiore volatilità sociale. Di conseguenza, qualora la situazione economica di Gherdaia dovesse precipitare, esiste la possibilità dell’esplosione di una nuova e violenta ondata di proteste popolari, il cui esito e la cui eco potrebbero ripercuotersi sulla stabilità dell’intero Paese.

Cina

Lo scorso 8 luglio, il governo di Pechino ha annunciato una serie di misure di emergenza per cercare di arginare la forte crisi conosciuta dai mercati finanziari cinesi nell’ultima settimana. Benché un calo del valore dei mercati azionari fosse registrato già da metà giugno, il netto crollo (8%) dello Shanghai Composite index, indice benchmark utilizzato dagli investitori per valutare lo stato complessivo dell’economia cinese, ha spinto il governo ad intervenire in modo massiccio per scongiurare una crisi finanziaria di ampia portata. Diverse sono le disposizioni approvate: innanzi tutto la Banca Centrale cinese ha tagliato i tassi per dare respiro al sistema e, attraverso la controllata statale China Securities Finance Corporation, dovrebbe immettere sul mercato finanziario nazionale circa 42 miliardi di dollari, per consentire a 21 agenzie di intermediazione l’acquisto di azioni di società ad alta capitalizzazione (le così dette Blue Chips). In secondo luogo Pechino ha permesso a circa metà delle società quotate di sospendere la contrattazione dei propri titoli e ha impedito ai maggior azionisti di vendere titoli su mercati secondari, per almeno sei mesi.

Inoltre il governo centrale dovrebbe stanziare 40 miliardi per rafforzare i settori più deboli dell’economia ed incrementare gli investimenti destinati al settore infrastrutture e reti energetiche.
La portata del pacchetto di intervento promosso gli scorsi giorni sembrerebbe rispecchiare l’interesse di Pechino di scongiurare che il contraccolpo della Borsa di Shanghai si possa trasformare in un fattore di criticità per il consenso sociale riscosso dal governo del Presidente Xi Jinping. Un’eventuale degenerazione della così detta “bolla cinese” in una crisi di maggior respiro, infatti, potrebbe alienare all’attuale governo il consenso sia dei potenti ed influenti giganti economici nazionali, sia dell’emergente classe media, principale blocco sociale di riferimento del Presidente, con possibili ripercussioni sulla stabilità interna.

Mali

Lo scorso 7 luglio, Ansar al-Din (“Difensori della Fede”, gruppo jihadista tuareg orbitante nel network di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), ha ufficialmente rivendicato tre attacchi contro sia le Forze di Armate e di Sicurezza maliane sia il contingente ONU di MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation au Mali). Nello specifico, Ansar al-Din si è assunta la responsabilità dell’attacco contro un convoglio e una caserma dei Caschi Blu a Bamako (20 maggio, 10 feriti), dell’assalto contro i militari maliani nel villaggio di Misseni, al confine con la Costa d’Avorio (10 giugno, un morto) e dell’attentato contro i posti di guardia nei villaggi di Nara e Fakola, al confine con la Mauritania (26 giugno, 12 morti). La rivendicazione delle ostilità è stata annunciata dall’imam Ismael Khalil, uno dei principali ideologi del gruppo. 
La rivendicazione degli attentati è avvenuta a distanza di circa due anni dall’ultima azione compiuta da Ansar al-Din, movimento che aveva vissuto il suo momento di maggior espansione nel corso della guerra civile maliana del 2011-2013, quando, assieme ad AQMI e al MUJAO (Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale), era riuscita a trasformare l’insurrezione indipendentista tuareg in una rivolta di matrice spiccatamente jihadista. Dopo l’intervento militare “Serval” e la creazione della missione anti-terrorismo “Berkhane” da parte della Francia, il fronte terroristico aveva subito pesanti perdite e Ansar al-Din si era apparentemente disciolta, facendo confluire i propri membri all’interno di altri movimenti tuareg impegnati in faticose trattative con il governo di Bamako. 
L’improvviso ritorno all’azione di Ansar al-Din è avvenuto a poche settimane di distanza dalla ratifica del controverso accordo di pace tra il governo maliano e il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA), organizzazione ombrello che riunisce i principali gruppi tuareg protagonisti dell’insurrezione del 2011-2013. In questo senso, alla luce della mancanza di unità del fronte tuareg riguardo ai contenuti dell’accordo di pace, appare possibile che la ripresa di attività di Ansar al-Din costituisca un segnale di condanna e rottura con il CMA. 
Nonostante la presenza di MINUSMA e l’ampio impegno francese, la situazione politica e di sicurezza nel nord del Mali resta precaria e caratterizzata da attività jihadiste sia da parte di AQMI sia da parte di gruppi tuareg ad essa legati. In questo contesto, qualora l’accordo di pace tra governo e insorti non dovesse sortire gli effetti sperati, non sarebbe da escludere una massiccia ripresa delle ostilità ed un rapido ritorno alla situazione del 2011-2013.

Nigeria

Nell’ultima settimana la regione centro-settentrionale e orientale del Paese è stata interessata da una serie di attentati perpetrati dal gruppo jihadista Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato” in lingua Hausa). I principali attacchi hanno colpito una chiesa cattolica nella città di Potiskum (15 morti), il villaggio di Zabarmari (35 morti), il villaggio di Kukawa, sul Lago Ciad (100 morti), la moschea di Monguno (50 morti) e la città di Jos, nello Stato del Plateau (50 morti). Una simile ondata di violenza contro apostati ed infedeli era stata minacciata dal leader del gruppo, Abubakar Shekau, all’inizio del mese sacro del Ramadan. Infatti, gli obbiettivi di Boko Haram non sono stati membri o simboli delle istituzioni nazionali, bensì chiese e comunità cristiane e religiosi e moschee ritenuti non conformi alla visione dell’Islam propugnata dal gruppo jihadista.
Nonostante i proclami che hanno accompagnato la sua elezione a Presidente, Mohamadu Buhari non è ancora riuscito ad ottenere significativi risultati nella notta contro Boko Haram. In questo senso, anche lo sforzo militare regionale profuso dai governi di Nigeria, Camerun, Ciad, Niger e Benin all’interno della Multinational Joint Task Force (MJTF), dispositivo militare congiunto operante nella regione del Lago Ciad, si è dimostrato sinora poco incisivo. Infatti, pur avendo perso un numero consistente di villaggi sotto il proprio controllo, Boko Haram continua ad avere importanti basi logistiche ed operative lungo il Lago Ciad, nella foresta di Sambisa e nelle aree intorno ala città nigerina di Diffa, nonché un esteso network di cellule e brigate attive nei principali centri urbani del nord est della Nigeria. Dunque, incalzato dalle Forze Armate regolari, il gruppo jihadista ha accentuato la tattica basata sulla guerriglia, sugli attacchi mordi e fuggi e sugli attentati suicidi al fine di destabilizzare il fronte interno di singoli Paesi ed alzare i costi economici, psicologici ed umani del loro impegno anti-terroristico.