13 GIUGNO 2014
Geopolitical Weekly n.148
DI Andrea Ferrante e Anna Miykova

Sommario: Iraq, Kosovo, Libia, Pakistan

 

Iraq

L’11 giugno scorso, in seguito alla presa di Mosul e dell’intera provincia di Ninive, nel nord dell’Iraq, i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), movimento di derivazione qaedista che opera anche in Siria, hanno esteso il loro controllo su una vasta area settentrionale del Paese che include le province di Salahuddin e Kirkuk. Secondo quanto riferito dalla polizia, interi reparti dell’Esercito si sarebbero ritirati senza combattere a Tikrit, 150 km a nord di Baghdad, e Kirkuk, dove oltre 15 soldati iracheni sono stati giustiziati. Il ripiegamento delle forze di sicurezza ha permesso ai ribelli jihadisti di prendere facilmente il controllo di diverse sedi amministrative locali e delle postazioni di polizia, abbandonate a seguito dell’ingresso dei guerriglieri in città. ISIL ha iniziato la sua avanzata  da inizio 2014 con la conquista di Falluja, nella provincia di Anbar, e a giudicare dalla rapida avanzata dei combattenti, giunti ormai a poche centinaia di chilometri dalla capitale, l’offensiva jihadista rappresenta un serio rischio per le strutture governative di Baghdad e per la sicurezza dell’intero Paese che è quasi al collasso. Finora, infatti, il governo di Nouri al-Maliki non ha saputo opporre un’efficace resistenza militare e, di fronte all’incapacità di controllare il territorio, ha dichiarato lo Stato di emergenza promettendo di armare chiunque si offra volontario per combattere i miliziani jihadisti. In questo contesto, la debolezza del governo centrale ha indubbiamente costituito terreno fertile per l’azione di ISIL, ma il sostanziale contributo alla rapida conquista delle province settentrionali a maggioranza sunnita sembrerebbe essere stato fornito dall’appoggio di gruppi baathisti, interessati a portare avanti la propria agenda politica contro al-Maliki. Sin dalla caduta del regime di Saddam Hussein, infatti, queste formazioni hanno alimentato l’insorgenza sunnita con lo scopo di rovesciare il governo centrale, colpevole di aver attuato politiche settarie che hanno favorito la comunità sciita marginalizzando socialmente e politicamente quella sunnita. In questo modo, in diverse città come Tikrit, dove nacque l’ex dittatore iracheno, la comunione d’intenti ha finito per compattare la lotta delle due fazioni contro il nemico comune.

Libia

Lunedì 9 giugno, la Corte Suprema libica ha dichiarato incostituzionale la nomina del Primo Ministro Ahmed Maiteeq, avvenuta allo scorso 4 maggio, archiviando, di fatto, lo scontro istituzionale in atto tra i movimenti laici, raccolti attorno al Premier uscente Abdullah al-Thinni, che si erano rifiutati di riconoscere la validità della nomina, e i sostenitori filo-islamisti di Maiteeq. La Corte, nel suo pronunciamento, ha rilevato numerose irregolarità procedurali verificatesi nei momenti convulsi della votazione, tali da non poter convalidare il risultato. Maiteeq ha fatto sapere, nel corso di una conferenza stampa, di rispettare il verdetto del massimo organo costituzionale del Paese.

Sebbene nessun ostacolo formale impedirebbe al Parlamento di procedere all’elezione di un nuovo Premier, questa soluzione appare al momento improbabile, sia in ragione del diffuso malcontento popolare che investe il Parlamento libico, sia in virtù delle imminenti elezioni per il suo rinnovo, fissate per il 25 giugno. In ogni caso, la pronuncia della Corte Suprema non sembra preludere ad alcuna attenuazione del conflitto in corso tra laici e islamisti, reso, nelle ultime settimane, ancor più violento dalle operazioni militari del Generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo, alto ufficiale dell’Esercito con un passato di esilio negli Stati Uniti, ha lanciato “Operazione Dignità”, una manovra militare volta a colpire il fronte islamico radicale in tutto il Paese, in particolare a Bengasi e contro le milizie di Ansar al-Sharia. Attorno al Generale Haftar si sono schierate diversi gruppi armati irregolari e reparti delle Forze Armate, nonché le forze politiche laiche in lotta contro gli islamisti. Esiste la possibilità, dunque, che nel prossimo futuro la crisi libica conosca una nuova escalation delle violenze su larga scala, cristallizzandosi nello scontro tra laici e islamisti.    

Kosovo

Le elezioni politiche che si sono svolte domenica 8 giugno in Kosovo hanno segnato il terzo successo elettorale consecutivo per il Partito democratico del Kosovo (PDK), guidato dal Premier uscente Hashim Thaci. Il PDK si è aggiudicato il 30,7% delle preferenze a fronte del 25,7% ottenuto dalla Lega democratica del Kosovo (LDK), principale partito di opposizione contrario al dialogo con la Serbia, guidato dal leader Isa Mustafa. La vittoria del PDK appare diffondere ottimismo nelle cancellerie europee in vista dell’implementazione dell’accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado, siglato nell’aprile del 2013 dai capi dei rispettivi governi. A riprova di ciò, per la prima volta dalla dichiarazione di indipendenza del 2008, le elezioni hanno registrato la partecipazione anche della minoranza serba che si è recata alle urne per eleggere i propri rappresentanti in Parlamento, su incoraggiamento del Premier serbo Vučić. Tuttavia, a giudicare dai risultati elettorali, Thaci non avrà compito facile a formare un nuovo governo stabile e dovrà mirare a un esecutivo di larghe intese che sia in grado di includere i partiti minori e la formazione Srpska, che raccoglie le istanze delle province serbe a nord del Kosovo. A rendere questo processo ancor più difficile, sono alcuni partiti di opposizione più oltranzisti guidati dall’LDK, che hanno già dichiarato di voler formare una coalizione per impedire al leader del PDK di governare il Paese per un ulteriore mandato. Qualora Thaci venisse estromesso dalla guida del nuovo governo, verrebbe a mancare una delle figure che ha promosso l’intesa tra Belgrado e Pristina e l’accordo serbo-kosovaro rischierebbe il fallimento minando il dialogo intavolato dai due governi e ostacolerebbe il loro percorso verso l’Unione europea.

Pakistan

Domenica 9 giugno, il terminal cargo del Jinna Internarational Airoport di Karachi è stato preso d’assalto da un commando armato composto da 10 uomini, camuffati da agenti delle Forze di sicurezza aeroportuali. Durante l’attacco, gli assalitori hanno lanciato granate contro alcuni aeroplani fermi sulla pista, uno dei quali stava completando le procedure di imbarco, ma l’intervento delle Forze Armate  ha contribuito ad arginare la situazione. Lo scontro a fuoco con i militari pakistani ha causato la morte di circa 36 persone, inclusi gli autori dell’attentato.

L’attacco è stato rivendicato sia dall’Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), gruppo di matrice qaedista che trova ospitalità nelle Aree Tribali pakistane dal 2001, sia dal TTP, il cui portavoce, Shahidullah Shahid, ha ricondotto l’azione ad una rappresaglia per l’uccisione di Hakimullah Meshud, ex leader dell’organizzazione, rimasto vittima di un raid statunitense nelle Aree Tribali del Pakistan, lo scorso novembre. Giunto a due settimane dalla rottura interna allo stesso movimento talebano, che ha visto un gruppo di militanti fedeli alla tribù Meshud disconoscere e prendere le distanze dalla leadership di Maulana Fazlullah, l’attentato all’aeroporto di Karachi, dunque, potrebbe essere un riflesso della dialettica interna all’insorgenza nel Paese. Da un lato, infatti, l’esplicito riferimento all’ex leader Meshud rappresenta un tentativo da parte di Fazlullah per ribadire la continuità interna al movimento e conferire, conseguentemente, una maggior legittimazione al proprio comando. Dall’altro, l’azione congiunta con l’IMU e la capacità di impegnare le Forze di sicurezza a più di mille chilometri di distanza, permette al TTP di dimostrare l’efficacia e la capillarità della propria minaccia al governo centrale.

Le dinamiche interne ai Talebani Pakistani, dunque,  potrebbero rappresentare un’ulteriore minaccia per la già precaria stabilità interna: tale conflittualità, infatti, potrebbe portare i diversi gruppi a pianificare una serie di dimostrazioni di forza per affermare il proprio primato nella lotta ad Islamabad, con forti ripercussioni sulla sicurezza nel Paese.