29 GENNAIO 2013
L’escalation della crisi maliana e l’intervento militare francese
DI Marco Di Liddo

A distanza di quasi un anno dall’insurrezione dei tuareg contro il governo centrale, la Repubblica del Mali si trova ad affrontare la peggior crisi della sua storia post-coloniale. L’affermazione di una coalizione di forze jihadiste, formata da AQIM, Ansar al Din e MUJAO, nel nord del Paese, e la sua volontà di creare un emirato islamico nel cuore del Sahel rappresentano una minaccia concreta per la stabilità politica e la sicurezza di una regione immensa che comprende l’Africa settentrionale ed occidentale. L’incapacità delle Forze Armate maliane di respingere l’offensiva dei guerriglieri islamici e la fragilità istituzionale di Bamako, dovuta ad un tentativo di colpo di Stato perpetrato proprio dall’Esercito all’indomani dell’insurrezione, ha favorito il consolidamento del potere delle milizie islamiste nelle città di Timbouktou, Gao e Kidal, nel nord del Paese, ed in parte della regione di Mopti. Quest’ultima risulta essere strategicamente fondamentale sia come snodo delle comunicazioni terrestri ed aeree sia come area ricca di risorse idriche ed alimentari.

Il fallimento delle trattative tra il governo di transizione maliano, guidato dal Presidente Dioucounda Traorè, ed il fronte islamico radicale ha spinto quest’ultimo a riprendere l’offensiva verso sud con l’obbiettivo di conquistare la città di Mopti, capoluogo dell’omonima regione. A quel punto, il governo maliano ha chiesto aiuto alla ex Madrepatria francese temendo una repentina avanzata delle truppe qaediste verso Bamako. Il governo francese non ha potuto esimersi dal raccogliere la richiesta di assistenza e soccorso da parte del Mali ed ha mobilitato il proprio dispositivo militare per proteggere la vita dei propri cittadini, per combattere l’espansione del terrorismo islamico e per difendere i propri interessi economici nella regione.

A partire dall’11 gennaio, giorno del lancio dell’operazione “Serval”, l’offensiva delle truppe francesi, coadiuvate dall’Esercito maliano e da contingenti di ECOWAS (Economic Community of West African States) e del Ciad, ha permesso la riconquista di Dijabali, Konna, Douetza, Gao e Timbouktou nel giro di poche settimane. La Comunità Internazionale, attraverso l’Unione Africana, l’ECOWAS, le Nazioni Unite e l’Unione Europea, ha dimostrato grande attenzione verso la crisi maliana e si è rapidamente mobilitata per offrire supporto sia logistico sia di uomini sul terreno al Governo di Parigi. In definitiva, il piano di intervento concertato sia dai Paesi europei che dai Paesi africani ed autorizzato dalla risoluzione ONU 2085, previsto inizialmente per settembre 2013, è stato anticipato per far fronte alle improrogabili necessità contingenti.

Tuttavia, al di là del repentino raggiungimento degli obiettivi militari e della progressiva liberazione delle città occupate dalle forze jihadiste, i governi dei Paesi impegnati in Mali devono confrontarsi con le capacità di risposta asimmetrica di AQIM e dei suoi alleati. Infatti, liberati i principali centri urbani, le truppe francesi ed africane potrebbero trovarsi di fronte alla guerriglia nel deserto. Inoltre, le brigate qaediste, quale forma di rappresaglia, sono in grado di alimentare l’instabilità nell’intera regione del Sahel e del Nord Africa, come dimostrato dalla crisi degli ostaggi di In Amenas in Algeria.

Infine, una vittoria esclusivamente sul piano militare non riuscirà a risolvere i problemi del Mali, un Paese nel quale la frattura etnica, culturale e sociale tra nord e sud ha sempre costituito un terreno fertile per la crescita e la diffusione di movimenti di ribellione contro il governo centrale. Senza adeguate soluzioni politiche il fenomeno dell’irredentismo tuareg nel nord del Paese potrebbe tornare ciclicamente a riproporsi come avvenuto in passato e, dunque, potrebbe rappresentare una fonte di instabilità della quale il jihadismo internazionale potrebbe approfittare.

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