24 MAGGIO 2013
Geopolitical Weekly n.113
DI Francesca Manenti e Alessandra Virgili

Bolivia

Il governo di Sucre ha annunciato, nella giornata del 20 maggio, il varo del provvedimento che permetterà all’attuale Presidente Evo Morales di presentarsi alle elezioni previste nel dicembre 2014, eccependo, di fatto, il limite di due mandati per ricoprire la carica presidenziale sancito dalla Costituzione boliviana. La decisione giunge ad un mese dalla delibera del Tribunale Costituzionale Plurinazionale (TCP) di non conteggiare il primo mandato di Morales perché precedente all’approvazione della nuova Carta. Nel 2009, infatti, in occasione del referendum per la riforma della Costituzione, si sono tenute anche elezioni anticipate, che hanno posto termine al mandato presidenziale con due anni di anticipo. Eletto nel 2005, infatti, Morales avrebbe dovuto restare in carica fino al 2011. La vittoria del dicembre 2009, giunta con il 63% dei voti, lo ha dunque riconfermato alla presidenza per la seconda volta.
I partiti dell’opposizione si sono dimostrati critici nei confronti della nuova legge. Il leader del partito Unidad Nacional, Samule Doria Medina, ha dichiarato che la possibilità di una seconda rielezione dell’attuale Presidente avrebbe dovuto essere oggetto di un nuovo referendum, e non frutto di una scelta unilaterale del governo, dal momento che già prima della riforma del 2009, non era consentito alla massima carica dello Stato di ripresentarsi alle elezioni al termine del proprio mandato.
Sarà ora Morales a decidere se candidarsi alle elezioni del 2014. Il leader boliviano, che si trovava negli Stati Uniti al momento dell’approvazione dell’emendamento, non ha ancora confermato la propria disponibilità. Sembra però poco probabile un suo passo indietro, in quanto, nonostante il calo di consensi riscontrato a partire dalle ultime votazioni, alcuni sondaggi pubblicati nelle scorse settimane attesterebbero l’attuale Presidente ancora al 41%, percentuale che permetterebbe al Movimiento al Socialismo (MAS) di rimanere al governo. Se rieletto, Morales, primo Presidente indigeno e leader del movimento sindacale dei cocaleros, sarebbe il Presidente rimasto in carica più a lungo nella storia del Paese.

Corea del Nord

La scorsa settimana la Corea del Nord ha lanciato sei missili balistici a corto raggio dalla propria costa orientale, secondo quanto denunciato dal portavoce del Ministro della Difesa sudcoreano, Kim Min-seok. I lanci, effettuati a poche ore di distanza gli uni dagli altri, sono stati definiti dal Comitato per la Pacifica Riunificazione della Corea – organo nordcoreano competente per le questioni tra i due Paesi – legittime esercitazioni portate avanti dal governo di Pyongyang in risposta alle misure congiunte intraprese da Seoul e Washington nella regione.

Critiche all’episodio sono giunte dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che ha invitato il governo nordcoreano a desistere da qualsiasi provocazione possa riaccendere la tensione dei mesi scorsi nella penisola. Anche la Cina ha espresso la propria disapprovazione per la scelta di Pyongyang, confermando la convergenza sulle posizioni della comunità internazionale già riscontrata in merito alla questione nucleare dello scorso febbraio. In quell’occasione, il governo di Pechino aveva appoggiato le sanzioni contro il governo nordcoreano e, successivamente, la Bank of China, la principale banca commerciale del Paese, aveva ordinato il congelamento delle transazioni con la Foreign Trade Bank nordcoreana.
Il progressivo raffreddamento dei rapporti bilaterali con la Cina potrebbe portare Pyongyang a ricalibrare il proprio atteggiamento per non alienarsi definitivamente il tradizionale appoggio del governo di Pechino. Un primo passo in questa direzione è stato rappresentato dall’incontro tra il direttore del General Political Bureau del Korean People Army, l’ufficiale Choe Ryong-hae e Wang Jiarui, alto funzionario degli Affari Esteri cinese, avvenuto mercoledì a Pechino, durante il quale l’inviato speciale di Pyongyang avrebbe espresso la disponibilità della Nord Corea di riaprire il dialogo sul disarmo nucleare.
Le due delegazioni si sono incontrate il giorno dopo il rilascio da parte del governo nordcoreano del peschereccio cinese sequestrato lo scorso 5 maggio nella città di Dalian e trattenuto per due settimane dalle autorità di Pyongyang, episodio per il quale la Cina aveva richiesto spiegazioni alla controparte, invitandola per altro ad aprire un’indagine che accertasse le responsabilità della vicenda.

Egitto

Sono stati liberati il 21 maggio scorso i sette agenti delle Forze di Sicurezza egiziane rapiti la settimana precedente nella Penisola del Sinai. Secondo quanto affermato dal portavoce delle Forze Armate egiziane, Ahmed Ali, gli uomini erano stati sequestrati mentre percorrevano, a bordo di minibus, una strada a est della città di El-Arish, nella zona settentrionale del Sinai, in direzione del Cairo.
La Penisola era stato teatro, nei mesi passati, di altri rapimenti, spesso a scopo di estorsione. Il 26 marzo erano sono stati rilasciati un uomo israeliano e una donna norvegese, rapiti quattro giorni prima nella stessa zona del Sinai. Il sette marzo, altri due turisti, questa volta inglesi, erano stati sequestrati mentre si spostavano dal Cairo a Sharm El-Sheikh, uno dei maggiori centri turistici del Nord Africa.
La Penisola del Sinai è al centro di disordini ed episodi che ne dimostrano la precaria situazione di sicurezza da quando, nel 2011, il Presidente egiziano Hosni Mubarak è stato rimosso. I militanti attivi nel nord del Sinai, spesso legati all’Islam salafita, hanno utilizzato a loro favore la mancanza di un’autorità centrale e di una sufficiente copertura della polizia di frontiera per eseguire attacchi lungo il confine con Israele.
In questo contesto, le tribù beduine egiziane sono state usate più volte come mediatori tra le autorità del Cairo e i rapitori. Questi ultimi, dal canto loro, utilizzano spesso l’arma del sequestro per far pressione sull’attuale Presidente, Mohammed Morsi, e chiedere la liberazione di membri tribali imprigionati dopo sentenze ritenute ingiuste, con accuse legate al terrorismo e ai traffici di droga. Il malcontento dei beduini e la violenza dei militanti salafiti rendono così la situazione nella zona difficile da gestire per il Cairo, che, come ribadito in più circostanze da Morsi, non vuole soccombere ai ricatti dei sequestratori.

Iraq

Le tensioni tra la minoranza sunnita e la maggioranza sciita, a capo del governo con il Primo Ministro Nuri al-Maliki, sono al centro dell’ondata di violenza che ha attraversato l’Iraq negli ultimi giorni. Il 22 maggio scorso è stata una giornata nera per il Paese, con una lunga serie di attentati che ha mostrato come l’Iraq stia vivendo uno dei periodi più violenti della sua storia recente. 

In uno degli attacchi più sanguinosi di martedì, un’autobomba è esplosa vicino ad una moschea sunnita ad Abu Ghraib, nella zona occidentale di Baghdad, uccidendo almeno dieci persone. Sempre martedì, tre persone sono state uccise da un kamikaze che ha attaccato una pattuglia armata nell’area sunnita di Tarmiyah, 50 chilometri a nord della capitale. Poco prima altre tre persone erano morte a causa dell’esplosione di due bombe a Tuz Khurmato, nella provincia di Kirkuk, popolata principalmente da turkmeni di religione sunnita. Più a nord, sei persone sono morte e molte sono rimaste ferite a seguito dell’esplosione di tre bombe in un mercato di bestiame nel distretto di al-Aruba, a Kirkuk, abitato in maggioranza da turkmeni e curdi sunniti.
Lo scorso mese, un raid delle Forze Armate aveva disperso i manifestanti anti-governativi di confessione sunniti riunitisi a Hawija, sempre nei pressi di Kirkuk, causando la morte di cinquanta persone. I militanti sembrano avere l’intenzione di riproporre un conflitto di stampo settario. Il timore è che i picchi di violenza possano raggiungere quelli registrati durante la guerra civile tra sciiti e sunniti in Iraq, iniziata dopo la caduta di Saddam Hussein e intensificatasi tra il 2006 e il 2007.