12 GIUGNO 2015
Turchia alle urne, le ragioni del crollo dell'AKP
DI Lorenzo Marinone

Le elezioni per il rinnovo del Parlamento turco, tenutesi lo scorso 7 giugno, hanno registrato un forte calo del partito islamista conservatore di governo, l’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi) dell’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan. Rispetto alla tornata precedente il calo è di circa 10 punti percentuali, pari a 3 milioni di voti. Tuttavia, con il 40,8% ottenuto alle urne, l’AKP si è confermata comunque la forza egemone nel Paese e ha tenuto a distanza tutti gli altri partiti.

L’ingresso in Parlamento del partito curdo HDP (Partito Democratico Popolare, Halkların Demokratik Partisi), co-presieduto da Selahattin Demirtaş e Figen Şenoğlu, che ha superato di 3 punti percentuali l’altissima soglia di sbarramento del 10%, ha penalizzato fortemente l’AKP in termini di ripartizione dei seggi. Secondo il sistema elettorale turco, qualora un partito non superi il 10% su base nazionale, i suoi voti vengono confluiti sul partito di maggioranza. Dunque, gli oltre 18 milioni di voti raccolti dal partito di Erdoğan sono valsi soltanto 258 seggi, cioè meno della maggioranza assoluta che si attesta a 276. La rilevanza del risultato dell’HDP è chiara se si considera che alle elezioni del 2002 l’AKP conquistò ben 363 seggi (quasi i due terzi del totale) con meno di 11 milioni di suffragi, poiché soltanto il CHP (Partito Popolare Repubblicano, Cumhuriyet Halk Partisi) aveva superato il 10%.

Il responso delle urne mette freno alla potente accelerazione in direzione di una riforma costituzionale presidenzialista, su cui Erdoğan in prima persona e l’AKP avevano basato l’intera campagna elettorale. Il progetto di riforma, fortemente avversato da tutte le opposizioni, sarebbe stato agevolmente approvato se l’AKP avesse conquistato i due terzi dei seggi. Tuttavia, anche se il partito islamista avesse confermato i suoi precedenti 330 seggi, la modifica della Costituzione avrebbe potuto procedere con relativa facilità, poiché una simile maggioranza l’avrebbe sottoposta a referendum popolare. Al contrario, ora Erdoğan e ancor più il Premier Ahmet Davutoğlu vedono svanire persino la possibilità di formare un esecutivo monocolore, come sempre accaduto negli oltre 10 anni di potere dell’AKP.

Per comprendere quali scenari si aprono dopo la recente tornata elettorale è necessario analizzare in primo luogo a chi sono andati i 3 milioni di voti persi dall’AKP. Se è vero che il calo del partito di governo è generale in tutto il Paese, è interessante sottolineare che le 14 province dove l’AKP perde più voti, cioè quelle nel sud-est a maggioranza curda, fra le zone più povere della Turchia, registrano un aumento speculare in favore dell’HDP (considerando la variazione rispetto ai risultati ottenuti complessivamente alle precedenti elezioni politiche del 2011 dai candidati curdi, che si presentarono come indipendenti). Un esito simile si è registrato anche a Istanbul, dove il partito di Demirtaş ha raccolto un sesto dei suoi voti, in larga parte a scapito proprio dell’AKP.

Molto più limitato il travaso di voti in favore del CHP, erede della tradizione kemalista e deciso a salvaguardare l’impianto ed i principi repubblicani fissati nel 1923, quindi fortemente contrario a una svolta in senso presidenzialista, soprattutto se questa potesse consolidare definitivamente l’islamismo politico e l’AKP. In termini assoluti il partito guidato da Kemal Kılıçdaroğlu ha guadagnato soltanto 400mila voti in più rispetto al 2011, sfiorando il 26% delle preferenze. Il CHP ha subìto una lieve flessione in molte province, mentre si è rafforzato nel suo feudo storico sulla costa dell’Egeo, la regione più sviluppata del Paese e per molti versi con maggiori legami con l’Europa.

Una crescita sensibilmente maggiore è stata registrata dal MHP (Partito del Movimento Nazionalista, Milliyetçi Hareket Partisi) guidato da Devlet Bahçeli. Il partito nazionalista, che ha raggiunto il 16,4%, è riuscito a incrementare i suoi consensi in molte parti del Paese e soprattutto nella fascia centrale, dalle coste del mar Nero fino alle province centro-meridionali. Si tratta della zona dove storicamente il MHP ha ottenuto risultati migliori, e dove nell’ultima tornata ha saputo raccogliere i voti in fuga dall’AKP a scapito del CHP.

 

In prima battuta, dunque, è possibile affermare che l’elettorato turco si è generalmente orientato a destra, nonostante il grande risultato del HDP.

Infatti, anche se il partito di Demirtaş ha impostato la sua campagna elettorale su temi come il rispetto per le minoranze, la denuncia delle discriminazioni e il rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione, il suo principale serbatoio di voti continua ad essere nelle province curde del sud-est, confermando la sua naturale tendenza ad essere una formazione di tipo “etnico” più che ideologico.

La spiegazione del calo dell’AKP, almeno per quanto riguarda le province curde, appare connessa a un passo falso di Erdoğan. In particolare, considerando la cronica situazione di arretratezza della regione, è probabile che sul voto del 7 giugno abbia influito in misura maggiore la difficile congiuntura economica che la Turchia si trova ad affrontare. Infatti, il successo di Erdoğan è stato legato, fin dal suo primo mandato, al rilancio del Paese dopo la crisi del 2001. Dopo più di un decennio di rapido e costante aumento del PIL, nell’ultimo periodo la crescita ha sensibilmente rallentato, gli investimenti esteri si sono dimezzati rispetto al picco del 2007 e l’inflazione è salita ad aprile al 7,9% (ben oltre l’obiettivo del 5% stabilito dalla banca centrale turca). Grazie a questi successi l’AKP aveva progressivamente guadagnato consensi anche nelle zone curde e nella parte centrale del Paese. Inoltre, non bisogna dimenticare che la guerra civile siriana e la questione curda sono stati due elementi che possono aver compattato il sostegno attorno al HDP. Infatti, l’ambiguità della posizione di Ankara rispetto alla battaglia di Kobane e allo sforzo dei guerriglieri curdi contro ISIS ha suscitato indignazione, malcontento e proteste da parte della comunità curda in Turchia, che ha domandato, invano, un maggior appoggio in favore della resistenza anti-jihadista.

Un secondo fattore, non meno rilevante del precedente ma più complesso da quantificare, consiste nel mancato supporto da parte di Fethullah Gülen, lo storico alleato di Erdoğan, figura di riferimento dell’influente movimento Hizmet e a capo di un impero economico con ramificazioni nell’industria pesante (gruppi Dogan e Koç), nel settore bancario (banca Asya) e nei media. L’alleanza fra i due si è retta per anni sul mutuo vantaggio derivante dalla penetrazione negli apparati statali di una nuova classe dirigente (cui corrisponde un cospicuo pacchetto di voti), afferente a Hizmet e in grado di arginare le tentazioni golpiste dell’Esercito, tradizionale bastione della laicità dello Stato e sospettoso verso la scalata al potere di un partito islamista come l’AKP. In particolare, questa classe dirigente è stata formata attraverso la rete di istituti scolastici diffusi su tutto il territorio nazionale e particolarmente rilevanti proprio nelle regioni più arretrate.

Erdoğan, riuscendo a ricucire lo strappo fra centro (Ankara, Istanbul, Smirne) e periferia di derivazione kemalista, ha saputo distribuire oculatamente i benefici economici fra le classi proletaria e medio-borghese della popolazione, che negli anni sono andati a costituire uno dei pilastri del consenso dell’AKP. I primi segni dell’imminente rottura con Gülen nascono fra il 2007 e il 2010, proprio a causa dell’accelerazione verso il presidenzialismo imposta da Erdoğan (elezione diretta della carica e modifiche alla costituzione per limitare l’autonomia della magistratura). Una lunga serie di scandali (l’operazione Sledgehammer, il processo Ergenekon, le pesanti accuse di corruzione al cuore dell’AKP mosse da ufficiali legati a Hizmet nel dicembre 2013) ha lacerato il rapporto fra i due ex alleati. Probabilmente è stata la reazione di Erdoğan a dissolvere definitivamente l’alleanza: nel dicembre 2014 è arrivato il giro di vite finale con arresti di direttori dei giornali vicini a Gülen (l’ultimo caso risale a poco prima del 7 giugno con il processo al direttore del giornale Cumhuriyet), rimozione di centinaia fra funzionari di polizia e magistrati e controllo governativo sulla banca Asya.

Inoltre, è probabile che il calo dell’AKP si anche frutto della crescita del fronte di opposizione non partitico iniziato con le proteste di Gezi Park e reso ancor più nutrito dopo l’approvazione, nel 2015, di una rigida legge sulla sicurezza che, in alcuni casi, ha assunto i tratti di una misura di censura e liberticida. Probabilmente una simile stretta sulle libertà fondamentali ha accresciuto i timori di larga parte dell’opinione pubblica.

Il crescente clima di tensione tra partito di governo e formazioni ad esso opposte ha assunto le caratteristiche anche della lotta violenta. La Turchia, fin da gennaio, è stata costellata da attentati terroristici in costante aumento, che hanno colpito soprattutto obiettivi simbolici collegati al potere delle istituzioni statali come il giudice Mehmet Selim Kiraz, sequestrato e ucciso nel suo ufficio all’interno del tribunale di Istanbul lo scorso 31 marzo. Sono riemerse sigle legate al terrorismo degli anni ’70 come il Partito-Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi, DHKP-C), di ispirazione marxista-leninista. Inoltre, e in modo più inquietante, la campagna elettorale è stata scandita da diverse decine fra attacchi con ordigni esplosivi, sparatorie, intimidazioni e pestaggi ai danni dei candidati in larga parte del Paese, diretti soprattutto contro gli esponenti dell’AKP e del HDP ma anche, sebbene con minor frequenza, contro il MHP e il CHP.

Esiste un rischio concreto che questa ondata di violenza si prolunghi anche al di là della recente scadenza elettorale, aprendo una nuova stagione di instabilità. In particolare, questa eventualità è direttamente legata al futuro assetto governativo del Paese e alla capacità delle istituzioni di marginalizzare i gruppi estremisti e dialogare con la società civile.

In ogni caso, all’AKP restano tre opzioni: il governo di minoranza con l’appoggio esterno degli altri partiti su singole leggi o misure; un governo di coalizione; un immediato ritorno alle urne.

Comunque, sia un Governo di minoranza sia un’alleanza provvisoria con uno o più partiti entrati in Parlamento porterebbero con tutta probabilità a elezioni anticipate a causa della estrema divergenza ideologica e programmatica tra le diverse formazioni parlamentari. Appare molto complesso tenere insieme islamisti, kemalisti, nazionalisti e curdi allo stesso tavolo. Inoltre, l’impostazione estremamente assertiva tenuta dall’AKP e da Erdoğan, in particolare negli ultimi anni, ha ridotto al minimo le possibilità di dialogo con le opposizioni.

Come se non bastasse gli equilibri interni dell’AKP sono fortemente legati alla figura carismatica dell’attuale Presidente. Dunque, il suo comportamento politico potrebbe determinare il futuro del partito che, ad oggi, si trova ad un bivio: continuare a scommettere sull’“Erdoganismo” o cercare una via alternativa ad esso. Una cosa è certa, il mandato presidenziale è ancora lungo e difficilmente Erdoğan accetterà di perdere il controllo del partito, unica via attraverso la quale può ottenere non solo maggiori poteri, ma soprattutto la garanzia di una sopravvivenza politica.

Anche in caso di elezioni anticipate l’AKP rischia di non riuscire a raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. I temi presentati durante la recente campagna elettorale, in particolare la promessa di un miglioramento dell’economia reale subordinata all’ottenimento di maggiori poteri per il Presidente, non hanno chiaramente convinto l’elettorato. Erdoğan potrebbe allora tentare di presentarsi come garanzia di stabilità politica, sottolineando la litigiosità e la minore efficienza di una coalizione di Governo formata dai partiti attualmente all’opposizione rispetto a un esecutivo monocolore come quelli da lui guidati dal 2002. Per raggiungere almeno la maggioranza assoluta con lo stesso numero di voti raccolti il 7 giugno, potrebbe tentare di spaccare l’unità del HDP o spingerlo ad un’alleanza aprendo alle richieste della popolazione curda in termini di autonomia o di una politica estera più attiva verso i guerriglieri curdi in Siria ed Iraq.

Allo stesso modo, non andrebbe escluso a priori un tentativo d’intesa con il MHP, ridotta a pochi punti essenziali, soprattutto nel caso in cui dovessero aumentare gli attacchi terroristici sia di matrice curda (PKK) che di matrice jihadista e marxista-leninista. In tal caso, paradossalmente, un incremento della tensione dovuto al protrarsi di attacchi terroristici potrebbe favorire l’AKP, pronto ad ergersi quale garante della sicurezza nazionale.