07 NOVEMBRE 2018
L’effetto del rinnovo delle sanzioni Americane sull’Iran
DI Antonio Scaramella

Come annunciato dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’8 maggio scorso, il 5 novembre sono tornate in vigore tutte le sanzioni che la precedente amministrazione statunitense aveva fatto decadere con la firma del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nei confronti dell’Iran. Colpiranno principalmente il settore petrolifero ed energetico, vitali per l’economia del paese. Il ritorno alle sanzioni, annunciato un anno fa e in parte già iniziato il 6 agosto, non è stato però appoggiato dagli altri firmatari dell’accordo (Francia, Germania, Russia e Cina), ponendo quindi la questione sull’efficacia delle stesse in assenza di un ampio consenso.
Il ripristino delle sanzioni è avvenuto in due tranche: un primo blocco era rientrato in vigore già il 6 agosto 2018 e ha colpito il sistema bancario e finanziario iraniano, insieme con altri settori come l’aviazione civile, il commercio di minerali e beni di lusso, e l’automotive. La seconda tranche appena reintrodotta è sicuramente quella più pesante per l’economia iraniana, in quanto andrà a colpire il settore petrolifero e i settori ad esso collegati. Le sanzioni non saranno solo dirette a persone fisiche e giuridiche della Repubblica Islamica, ma si andranno ad applicare a tutte quelle aziende che continueranno a far affari con l’Iran, in base alla nozione giuridica dell’extraterritorialità. Molte grandi corporation internazionali hanno dunque deciso di abbandonare i propri investimenti, anche milionari, nel Paese, al fronte non solo delle pesanti sanzioni che verrebbero loro applicate, ma anche e soprattutto perché verrebbero escluse dal sistema finanziario e dal mercato statunitense.
La Banca Mondiale stima come le sanzioni faranno contrarre l’economia iraniana del 1.4% (nel periodo 2018-2021), contrazione frutto principalmente del calo delle vendite del petrolio, a cui seguirà una diminuzione dei consumi. Se confermato, tuttavia, questo calo risulterà inferiore rispetto ai dati registrati nel 2012, quando le sanzioni imposte dalla Comunità Internazionale avevano portato ad un -6% del PIL. Le aspettative della banca Mondiale potrebbero essere motivate dal fatto che, rispetto al passato, la decisione dell’Amministrazione Trump non abbia riscosso un consenso trasversale agli altri Paesi partner dell’Iran. In primis tra gli Stati firmatari dell’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che hanno considerato la scelta di Trump un’azione unilaterale degli Stati Uniti e che stanno cercando di arginare l’effetto delle sanzioni sulle proprie economie. Una posizione particolarmente critica nei confronti dell’alleato atlantico è stata assunta dall’Unione Europea, garante dell’accordo e attore di primo rilievo per la tenuta del patto. Fin dalla decertificazione del JCPOA dello scorso 8 maggio, Bruxelles ha provato ad assicurare alla controparte iraniana la validità del patto e, con essa, i benefici economici che ne dovrebbero derivare per la Repubblica Islamica.
La posizione che terrà l’Unione Europea in questo contesto, dunque, sarà fondamentale da un punto di vista sia politico che economico. Per fronteggiare la prima ondata di sanzioni, il 6 luglio scorso la Commissione Europea ha aggiornato il Regolamento (CE) N. 2271/96 del Consiglio del 22 novembre 1996, relativo alla protezione dagli effetti extraterritoriali derivanti dall'applicazione di una normativa adottata da un Paese terzo e dalle azioni su di essa basate o da essa derivanti, il cosiddetto Statuto di Blocco, entrato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione il 7 luglio. L’aggiornamento è stato compiuto ampliando il numero di atti normativi sui quali applicare le misure di protezione. Lo Statuto di Blocco non solo nullifica l’effetto delle sanzioni, ma permette anche di richiedere al tribunale europeo competente un risarcimento per i danni ingiustamente subiti. Lo Statuto, inoltre, impedisce a persone fisiche e giuridiche di uno dei Paesi membri di rispettare le sanzioni statunitensi se non autorizzati dalla Commissione. Ciò potrebbe tradursi in una maggiore autonomia in materia commerciale dell’Europa rispetto alle indicazioni ricevute da oltreoceano e potrebbe scavare un solco ancora più profondo nelle già raffreddate relazioni transatlantiche. Questa azione dall’alto valore politico e simbolico, si muove però in un terreno legislativo incerto: lo Statuto di Blocco non è stato mai effettivamente applicato e pone una serie di questioni giuridiche tra UE e Stati Uniti di difficile gestione. Ad oggi, dunque, questa azione sembra rispondere prettamente alla volontà dell’Europa di mostrare il proprio impegno nel mantenere l’accordo sia verso il governo iraniano sia verso le proprie imprese.
Più concreta potrebbe rivelarsi la seconda proposta dell’Unione, appoggiata sia da Cina che da Russia, di creare uno Special Purpose Vehicle (SPV) per bypassare il dollaro, le banche americane, lo SWIFT (un sistema di messagistica istantanea fra istituti finanziari che utilizzano il dollaro) e di conseguenza le sanzioni. Lo SPV, infatti, agirebbe all’infuori del perimetro comunitario e dal sistema bancario basato sul dollaro, basandosi su una valuta diversa (Euro o Yuan) e creando un sistema alternativo di pagamenti che permetterebbe di continuare a fare affari con l’Iran. Il principio cardine sarebbe quello di un sistema di baratto “oil for goods”, in base al quale le importazioni di greggio verrebbero pagate non direttamente all’Iran ma al SPV e le esportazioni dall’Europa verrebbero spedite senza alcun passaggio di denaro direttamente allo stato sotto sanzioni. Le istituzioni europee avevano dichiarato che lo strumento sarebbe stato attivo dal 4 Novembre. Tuttavia, nonostante si sia raggiunto un consenso internazionale a riguardo, la nascita della SPV è ad oggi ancora rimandata, poichè nessuno Stato europeo ha dato disponibilità ad ospitarne la sede, temendo la reazione punitiva dell’Amministrazione statunitense nei propri confronti.
Sebbene, nel complesso, le sanzioni americane colpiranno inevitabilmente l’economia iraniana, il mancato isolamento internazionale dell’Iran sembra destinato a mitigare gli effetti negativi della manovra di Washington. Ciò non solo per i tentativi messi in atto dagli altri Stati per preservare i rapporti economici ma anche per il ruolo dell’Iran stesso nel sistema internazionale, soprattutto sul mercato petrolifero. Non sembra essere casuale, infatti, la scelta dell’Amministrazione Trump di esonerare dal rispetto totale delle sanzioni alcuni Paesi (tra cui l’Italia) che risultano essere tra i principali importatori di greggio dalla Repubblica Islamica. Tale scelta sarebbe stata obbligata dall’effetto dirompente che avrebbe avuto sul mercato petrolifero mondiale la brusca esclusione dell’Iran.
Se l’establishment iraniano riuscirà dunque a mantenere costanti almeno una parte delle revenues del petrolio, non sarà costretto ad attuare la cosiddetta “economia di resistenza” messa in pratica precedentemente. Ciò non sta però a significare che il governo iraniano sarà esente da critiche da parte della popolazione e dell’establishment più conservatore, entrambi rimasti delusi, per diverse ragioni, dall’evolversi degli eventi. Già nei giorni successivi alla firma del JCPOA Rouhani aveva dovuto spendere buona parte della sua influenza politica per far sì che il trattato fosse accettato anche dalle frange più conservatrici dello spettro politico interno e il ritorno al regime sanzionatorio ha ulteriormente fomentato i suoi detrattori. La disattesa da parte degli Stati Uniti delle disposizioni dell’accordo, infatti, ha dato nuovi elementi alle frange ultraconservatrici sia per cercare di minare la credibilità del governo sia per cercare di rispolverare un sentimento anti-americano agli occhi della popolazione. La posizione dei pragmatisti di Rouhani è oggi molto difficile, specialmente se non riuscirà a mitigare almeno in parte gli effetti delle sanzioni sulla popolazione. Popolazione che non vedrà i miglioramenti economici ed occupazionali promessi dal Presidente, ma si troverà ad affrontare una nuova recessione e un decremento dei posti di lavoro, premesse che potrebbero portare ad un allontanamento dalla linea del regime specialmente in quella fascia di iraniani giovani, istruiti e disoccupati che compongono un’ampia fetta di elettorato e le cui conseguenze potranno essere analizzate anche prima delle prossime elezioni, programmate per il 2021.