05 SETTEMBRE 2018
Le possibili conseguenze politiche dei recenti scontri a Tripoli
DI Lorenzo Marinone

Gli scontri a Tripoli iniziati il 26 agosto scorso, e bloccati solo da un fragilissimo cessate il fuoco il 4 settembre, sono la conseguenza diretta di due fattori ben precisi: l’incapacità delle istituzioni centrali di dare nuova unità a una Libia frammentata sul piano politico, sociale e militare; e l’avventatezza delle soluzioni politiche proposte da parte della Comunità Internazionale. Finché questi due pilastri del processo di riconciliazione libico continueranno a non dialogare tra loro, il Paese resterà diviso e fortemente instabile.

Il punto debole di gran parte delle iniziative messe in campo per la Libia, ad oggi, è un approccio basato sull’esclusione di determinati attori. Un carattere sempre più evidente anche nel Governo di Unità Nazionale (GUN). Da un lato, è innegabile che il Premier Serraj, dal 2016 a oggi, abbia cercato di cooptare sempre più realtà locali per consolidare la sua base di legittimità. Dall’altro lato, però, questo processo è stato progressivamente indebolito dall’emergere di un gruppo compatto di milizie tripoline che, di fatto, detengono il potere (sia politico che economico). Ne fanno parte le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli di Haitham al-Tajouri, la Brigata Nawasi guidata dall’ex Ministro dell’Interno Abd al-Latif Qaddur, l’Unità di Abu Salim al comando di Abdul Ghani al-Kikli, e la Forza Speciale di Deterrenza (meglio nota come Forza Rada) il cui leader è il salafita Abdelraouf Kara. Grazie al controllo delle sedi istituzionali, delle banche e delle infrastrutture strategiche hanno creato un vero e proprio “cartello” para-mafioso, con cui influenzano profondamente il GUN, lo piegano ai propri interessi personali, e si coordinano per evitare che altri attori riescano ad avere influenza a Tripoli. Non deve quindi stupire che, ciclicamente, gli attori esclusi dalla capitale tentino di farvi ritorno con la violenza. Infatti, le milizie di Misurata (il Fronte Sumud di Salah Badi) e Tarhouna (le milizie Kani, note anche come 7° Brigata) che in questi giorni attaccano Tripoli sono state cacciate dalla città non più tardi di maggio 2017.

Milizie Tripoli Libia

Va poi aggiunto che un nuovo, determinante impulso a questo attacco è scaturito dalla rigidità dell’iniziativa diplomatica francese (maggio 2018). Il summit di Parigi ha coinvolto solo alcuni degli attori libici (escludendo proprio Misurata) e ha fissato una data per le elezioni in tempi brevissimi (10 dicembre). Ovviamente, ciò non può che spingere tutti i gruppi esclusi a tentare un colpo di mano per avere voce in capitolo nel futuro assetto del Paese. D’altro canto, alla stessa logica rispondono anche quelle forze di Misurata (la coalizione al-Buniyan al-Marsus) e di Zintan (le milizie agli ordini di Emad Trabelsi), che sono entrate nella capitale il 2 settembre su richiesta di Serraj per bloccare l’avanzata dei rivali. Infatti, entrambi questi gruppi erano stati cacciati da Tripoli tra il 2014 e il 2017, non sono stati coinvolti al summit di Parigi e, dunque, hanno tutto l’interesse a tornare a occupare un ruolo di primo piano, anche stringendo alleanze di comodo. In questo senso è emblematico l’atteggiamento di Zintan, che è passata da esprimere supporto ad Haftar in chiave anti-tripolina a stringere un’alleanza con i rivali di Misurata, lo scorso marzo, proprio in ragione del comune status di esclusi dalla capitale.

Va sottolineato che, in questo modo, però, non solo non si dà alcun incentivo alle milizie affinché spostino la competizione su un piano prettamente politico, ma si gettano anche le basi perché l’esito del voto non venga riconosciuto da larga parte del Paese, che sarebbe così condannato a una nuova, imprevedibile fase di caos.

In questo contesto, l’Italia può contribuire concretamente a stemperare le tensioni. Infatti, Roma mantiene un proficuo dialogo con le diverse realtà misuratine e rappresenta, allo stesso tempo, uno dei principali sostenitori del GUN. A prescindere da eventuali cambiamenti del panorama di milizie presenti a Tripoli, questi scontri potrebbero costituire un’occasione per ribadire l’imprescindibilità del GUN, in quanto istituzione, nel processo di riconciliazione nazionale, e renderlo più inclusivo e rappresentativo attraverso una consultazione sia con le realtà della Tripolitania finora escluse, sia con gli attori della Cirenaica. A tal fine può risultare fondamentale il recente riavvicinamento con l’Egitto, tradizionale sostenitore di Haftar. Benché la ripresa di questo dialogo possa corrispondere ad un irrigidimento della diplomazia francese, finora imperniata anche sull’asse con Il Cairo, è del tutto evidente che nessuna soluzione politica duratura possa essere messa in campo efficacemente senza il consenso di un attore regionale così importante come l’Egitto.