20 NOVEMBRE 2017
Arabia Saudita, l’ascesa di Mohamed bin Salman e le conseguenze sui mercati del petrolio
DI Giampaolo Tarantino

A partire dal 4 novembre, l’Arabia Saudita è stata scossa da una campagna di arresti, condotta da una nuova commissione governativa anti-corruzione, che ha coinvolto principi, membri della famiglia reale, ministri. Tra i nomi più in vista dell’establishment politico-economico del Regno interessati dagli arresti figurano il Ministro dell’Economia Adel Fakieh e l’ex Ministro delle Finanze Ibrahim al-Assaf, che fa parte del consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera di Stato Saudi Aramco.

Gli arresti hanno avuto un effetto immediato sulle quotazioni del petrolio. In una sola giornata il Brent (la qualità di greggio più scambiata sui mercati mondiali) ha guadagnato oltre il 3 per cento superando i 64 dollari al barile e toccando la quotazione massima da quasi due anni e mezzo. Nei giorni successivi il prezzo si è stabilizzato attorno ai 60 dollari al barile, in aumento rispetto alle quotazioni degli ultimi mesi. Un rimbalzo delle quotazioni del petrolio davanti a questi accadimenti è da considerare fisiologico.  Infatti, il petrolio di Riyadh vale circa il 30 per cento del greggio mondiale e il Regno riveste un ruolo di preminenza assoluta all’interno dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio). Inoltre, la mossa anti-corruzione, decisa dal principe ereditario Mohamed bin Salman, ha coinvolto Saudi Aramco mentre è in atto una complessa operazione per la quotazione in Borsa (non si sa ancora su quale piazza) del 5 per cento della compagnia.

Nei mesi scorsi si erano già palesate divergenze piuttosto profonde sulla quotazione del colosso saudita degli idrocarburi tra alcuni esponenti di primo piano dell’establishment politico-economico del Regno. A ottobre il Ministro delle Finanze Mohammed al-Jadaan aveva affermato che l’IPO internazionale (offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato finanziario) non era da considerarsi cosa certa, aggiungendo che Riyadh stava esaminando anche l’ipotesi di un collocamento privato. Appena una settimana prima, il Ministro dell’Energia Khalid Al Falih aveva dichiarato che l’IPO all’estero restava confermata per il 2018 mentre l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, aveva dovuto negare l’opzione di un private placement e una trattativa con società cinesi per arrivare a una cessione di una quota azionaria prima dello sbarco sui mercati.

Nel complesso, tali dichiarazioni divergenti rappresentano un segnale evidente del fatto che la quotazione di Aramco sia rimasta incagliata nelle mille pieghe della politica saudita, mentre resta indietro la ristrutturazione della governance della compagnia, una fase necessaria per l’approdo sui mercati, che richiedono una maggiore trasparenza e un maggior flusso di informazioni nei confronti degli investitori. Infatti, non sono ancora stati resi noti alcuni tra gli elementi che concorrono con maggiore incidenza alla determinazione del valore di un’azienda. Non sono stati divulgati i dati sugli utili e sui costi operativi, e neppure indicatori particolarmente rilevanti per le compagnie energetiche come riserve, dimensione delle vendite petrolifere, cifre precise sulle imposte pagate allo Stato e sulle spese relative alle attività non correlate allo sviluppo del settore energetico.

Ad avere in mano il potere di decidere il destino di Aramco è il principe ereditario.  Nell’ambito dell’attuale percorso di progressiva personalizzazione del potere, bin Salman sta anche centralizzando nella sua persona la politica energetica del Regno. Infatti, la cessione delle azioni del colosso energetico è uno strumento essenziale per la realizzazione di “Vision 2030”, il piano con cui bin Salman punta a rivoluzionare l’economia del secondo produttore mondiale di petrolio, nello sforzo di rendere il Paese meno dipendente dall’andamento dei mercati del greggio e ridurre i rischi associati al profilo di rentier state. Infatti, le risorse reperite sul mercato attraverso l’IPO dovranno alimentare un nuovo fondo statale che gestirà e investirà direttamente nell’economia saudita. Il piano prevede anche un cambiamento radicale nella gestione dei proventi petroliferi attraverso la trasformazione del Public Investment Fund (PIF) in un mega fondo sovrano, il cui capitale proverrà in larga parte proprio dalla liquidità generata con la privatizzazione parziale di Aramco e delle società controllate.

Il problema è che con quotazioni del barile oscillanti attorno ai valori attuali, i sauditi incasserebbero molto meno di quanto preventivato. Inizialmente, Riyadh progettava una quotazione capace di determinare una capitalizzazione della società sopra la quota dei 2mila miliardi di dollari. Le quotazioni fisse tra i 50 e i 55 dollari hanno spinto i sauditi, alla fine del 2016, a orchestrare una strategia con i paesi dell’OPEC e gli altri produttori (Russia in testa) per ridurre l’offerta e rafforzare i prezzi, in un’operazione guidata da bin Salman, considerato un convinto sostenitore dell’operazione che ha portato il cartello di Vienna a tagliare la produzione.

Nel consolidamento della posizione di potere del giovane bin Salman, gli investitori vedono un segnale a sostegno della riduzione dell’output petrolifero che potrebbe essere estesa al 2018. Si tratta, però, di uno scenario non scontato, dato che con il barile oltre i 60 dollari l’accordo tra i membri dell’OPEC potrebbe vacillare. I prezzi in aumento incoraggiano ad aumentare l’output, visto che i paesi produttori sono spinti a cercare subito di incrementare le vendite sui mercati internazionali, approfittando di una dinamica rialzista che potrebbe non durare nel lungo periodo.

Nonostante bin Salman sembri aver consolidato la sua posizione di decisore finale nella gestione del comparto petrolifero e nella quotazione di Aramco, l’estromissione o limitazione del potere decisionale di quella parte di establishment che tradizionalmente ha diretto la politica energetica del Regno, non rientrando nella dinamica consensuale che costituisce la base degli equilibri interni alla famiglia dei Saud, introduce comunque un fattore di instabilità sul mercato petrolifero. Inoltre, occorre considerare la portata potenzialmente destabilizzante di altre minacce, di dimensione regionale, quali le nuove le tensioni tra Arabia Saudita e Iran, che possono sfogarsi in teatri come Libano e Siria, così come il prolungato conflitto in Yemen, cui si va a sovrapporre l’instabilità in altri Paesi produttori come Nigeria, Libia e Venezuela. Nel complesso, tutte le variabili sin qui menzionate potrebbero concorrere a far calare le quotazioni petrolifere, limitando gli spazi di manovra dei sauditi. Con la campagna in nome della lotta alla corruzione, utilizzata per ridimensionare i principali focolai di opposizione alla sua ascesa, bin Salman ha sicuramente scosso profondamente equilibri istituzionali, politici ed economici consolidati all’interno del Regno. In modo analogo, l’incertezza generata dall’operato dell’erede al Trono saudita può influire sui mercati del petrolio, rispetto ai quali non vi è certezza che le sue mosse garantiranno un rialzo consistente e duraturo del petrolio.

Contenuto redatto con la collaborazione di Energy and Strategy Hub