25 OTTOBRE 2017
Le elezioni presidenziali in Kenya e la crescita delle tensioni politiche
DI Elena Preziosa

Il 20 settembre 2017, la Corte Suprema del Kenya ha dichiarato nulli i risultati delle elezioni presidenziali dell’8 agosto 2017, che allora hanno sancito la vittoria del Presidente Uhuru Kenyatta, in carica dal 2013. La Corte Suprema ha giustificato l’annullamento dei risultati elettorali denunciando le presunte irregolarità nel sistema elettronico di votazione. Lo stesso avversario di Kenyatta, Raila Odinga, all’indomani dell’annuncio dei risultati, ha denunciato le falle del conteggio elettronico dei voti, accusando Kenyatta di aver manipolato i risultati per vincere le elezioni per la seconda volta.

Il risultato delle elezioni di agosto era stato contestato dalle opposizioni e aveva generato una vasta ondata di violente proteste in tutto il Paese, culminate in feroci scontri tra polizia e manifestanti che avevano portato alla morte di 37 persone. Particolarmente violenti sono stati gli scontri a Nairobi, Mombasa e Kisumu, tanto che il governo di Kenyatta ha proibito nuove manifestazioni in queste città. A guidare le manifestazioni anti-governative sono stati i gruppi di opposizione: la National Super Alliance (NASA), una coalizione di partiti di centro-sinistra comprendenti l’Orange Democratic Movement (ODM), partito di Raila Odinga, il Wiper Democratic Movement, Forum for the Restoration of Democracy-Kenya, il Amani National Congress (ANC) e il Chama Cha Mashinani (CCM).

La Corte Suprema ha quindi programmato nuove elezioni per il 26 ottobre 2017. Tuttavia, la decisione ha generato ulteriori proteste fra i sostenitori dell’opposizione, contrari alla nuova proposta di legge del governo mirante a diminuire il potere della Corte Suprema in merito a questioni elettorali. In particolare, il progetto legislativo intende impedire alla Corte Suprema di annullare le elezioni qualora ci fossero nuovi problemi con il conteggio elettronico dei voti. La minaccia della promulgazione di tale disposizione ha spinto Raila Odinga a ritirare la propria candidatura alle elezioni presidenziali di ottobre, inasprendo ulteriormente il clima di tensione tra esecutivo e opposizioni e rischiando di radicalizzare il dibattito pubblico in un Paese già di per sé segnato da profonde conflittualità etniche.

Inoltre, l’insieme di leggi che regolano le elezioni keniote costituisce un sistema complicato e talvolta di difficile interpretazione dal punto di vista giuridico. Infatti, la normativa riguardante il processo elettorale si divide in norme contenute nella Costituzione ed emendamenti aggiunti a partire dal 2010, quali una delibera della Corte Suprema del 2013 sulle elezioni presidenziali e l’Elections Act. Le norme contenute nella costituzione, infatti, sembrano a volte cozzare con le normative extra-costituzionali. Per esempio, secondo l’articolo 138 della Costituzione, qualora sussista un unico candidato alle elezioni presidenziali, questi può automaticamente diventare Capo dello Stato. Tuttavia, sebbene il ritiro dalle elezioni di Odinga abbia reso Kenyatta l’unico candidato alla carica di Presidente, la Corte Suprema ha giudicato l’articolo 138 come non applicabile in questo caso. Infatti, secondo quest’ultima, Kenyatta non è rimasto il solo candidato per una mancanza organica di opposizione, bensì per una forma di contestazione politica alla sua persona, al suo partito e all’intera gestione del processo elettorale. La Corte ha dunque stabilito che le elezioni di Ottobre ci saranno lo stesso, rimettendo in gioco gli altri sei candidati che hanno partecipato alle prime elezioni di agosto.

Nonostante le nuove elezioni, la rinuncia di Odinga e la violenza propagatasi nelle varie città del Paese sono fattori che costituiscono motivo di allarme e favoriscono la prospettiva di una nuova e profonda crisi politica e sociale a fronte della recente storia politica keniota. Il Kenya, infatti, non è estraneo a episodi di violenza connesse alle elezioni. Particolarmente turbolente furono le elezioni del Dicembre 2007, quando a seguito dei risultati gli scontri e le proteste fra i vari gruppi di opposizione e il governo generarono più di 1.000 vittime e 500,000 di sfollati. A seguito dell’annuncio dei risultati elettorali, che arrivarono con molto ritardo rispetto al programma ufficiale e che smentirono tutti i prognostici iniziali, gli elettori organizzarono proteste in tutto il Paese. La successiva repressione della polizia contribuì ad inasprire ulteriormente i toni del dibattito pubblico e ad alimentare le contrapposizioni etnico-settarie che già si erano manifestate nella polarizzazione del voto.

I passati episodi di violenza e la crescente tensione politica dopo le elezioni dello scorso agosto  rischiano di aumentare le possibilità che il Paese si ritrovi nuovamente nel caos. In particolare, il fattore etnico potrebbe fungere da moltiplicatore delle tensioni istituzionali. Infatti, sebbene in Kenya ci siano all’incirca 40 gruppi etnici, il gruppo Kikuyu si è da sempre imposto come il più grande e potente sulla scena politica ed economica nazionale fin dall’indipendenza dall’Inghilterra nel 1963. La rivalità fra i Kikuyu e gli altri gruppi etnici ha avuto origine proprio allora, quando il primo Presidente, Jomo Kenyatta, padre di Uhuru Kenyatta e appartenente al gruppo Kikuyu, ridistribuì i beni e le terre occupati dalle colonie inglesi principalmente a favore dei Kikuyu, alimentando la rabbia e la rivalità delle altre minoranze etniche.

La situazione è rimasta pressoché invariata da allora. Infatti, sia l’attuale Presidente Kenyatta, sia il suo predecessore Mwai Kibaki appartengono al gruppo Kikuyu. Appena eletti, entrambi affidarono le maggiori cariche ministeriali a rappresentanti del loro gruppo etnico, incrementando lo scontento delle altre minoranze. I gruppi oppositori di Kenyatta, in particolare il gruppo etnico, di Raila Odinga, i Luo, hanno da sempre basato le proprie campagne elettorali sulla promessa di spodestare i Kikuyo e di ridistribuire il potere politico in maniera più equa e omogenea. L’odio nei confronti dei Kikuyo però è spesso sfociato nella violenza e persino nella persecuzione sia nelle elezioni del 1992 sia in quelle del 2007 e rischia di costituire un problema anche nelle prossime elezioni di ottobre. Tuttavia, è bene sottolineare come, parallelamente al conflitto tra Kikuyo e Luo, il Kenya è attraversato da altre faglie di violenza settaria e alienazione sociale e politica delle minoranze, in primis i Masai e i Somali, tradizionalmente ai margini del sistema politico nazionale. Dunque, non è da escludere che un’eventuale ulteriore radicalizzazione del confronto tra Kikuyo e Luo generi una sorta di spirito emulativo nelle altre minoranze, spingendole ad adottare metodi di azione politica violenta ed eversiva per la rivendicazione dei propri diritti. Tra questi metodi non è escluso il terrorismo di matrice jihadista, ben radicato e attivo da oltre 20 anni specie tra la minoranza somala, a maggior rischio di reclutamento a causa dell’attività di proselitismo svolta da al-Shabaab e dalle sue costole locali.    

Organizzazioni nazionali e internazionali hanno spesso sostenuto la prevenzione alla violenza come strumento in grado di prevenire queste crisi ricorrenti. Per esempio, a seguito delle elezioni del 2007, furono lanciate varie iniziative per prevedere e prevenire possibili conflitti in momenti vulnerabili come le elezioni. Un esempio è Ushahidi (in lingua swahili ‘il testimone’), una piattaforma online ideata da un gruppo di giornalisti e web developers kenioti che mira a raccogliere in tempo reale notizie su violenze e scontri, sulla natura e gravità di questi incidenti e sulla loro posizione geografica. Sono gli utenti stessi che tramite un semplice messaggio con il loro cellulare o tramite social networks possono denunciare ciò che hanno appena vissuto o testimoniato. Le informazioni sono poi verificate tramite un sofisticato sistema di triangolazione dell’informazione, per cui uno specifico incidente viene verificato da altri enti come ONG o organizzazioni internazionali presenti sul territorio. Vari enti, come forze dell’ordine e organizzazioni internazionali, sono poi chiamati a intervenire e a monitorare la situazione.

Nonostante esistano questi strumenti embrionali, una soluzione che sia efficace e che risponda alle ricorrenti crisi politiche e sociali deve necessariamente essere trovata nella serie di problematiche che hanno generato tensioni dall’indipendenza ad oggi. Dunque, affinché il Paese possa intraprendere un cammino di stabilizzazione e crescita democratica, appare indispensabile un negoziato inclusivo tra i gruppi etnici dominanti e le minoranze, nonché una strategia di assistenza sociale che favorisca lo sviluppo delle periferie urbane e delle aree rurali depresse del Paese.