02 OTTOBRE 2017
Sri Lanka: un Paese stretto tra l’influenza indiana e cinese
DI Paolo Crippa

Rivolgendosi alla platea dell’Indian Ocean Conference di Colombo lo scorso 31 Agosto, il primo Ministro singalese Ranil Wickramasinghe ha espresso parole di estremo ottimismo riguardo al futuro economico del proprio Paese. Incastonato in una posizione strategica per il trasporto marittimo, dotato di un settore manifatturiero ancora estremamente competitivo e un apparato logistico in espansione, lo Sri Lanka sembra destinato nei prossimi anni a diventare uno snodo commerciale di prima importanza all’interno dell’Oceano Indiano. A ciò si aggiungerebbe il crescente interesse, registrato a partire dagli anni immediatamente successivi alla crisi dalla Sri Lankan Association of Professional Bankers, da parte dei grandi investitori internazionali che vedrebbero la capitale Colombo come un promettente centro per la finanza offshore. Tuttavia non si tratta semplicemente di una congiuntura economica favorevole o di un rinnovato interesse da parte dei capitali per un Paese non ancora snaturato dall’euforia per i mercati emergenti. Il vero motore che ha trainato la crescita dell’isola nell’ultimo decennio non è però interno ai suoi confini, ma si estende a circa 25000 chilometri dall’ex colonia portoghese: la Cina.
Le relazioni amicali tra i due Paesi risalgono al 1952, quando il governo cinese, grazie ad un accordo bilaterale, si impegnò a vendere derrate di riso a un prezzo inferiore a quello di mercato, per poi acquistare gomma singalese ad un prezzo maggiorato. Nonostante la Cina possa da tempo contare su un supporto trasversale dei partiti politici, tra tutti lo United National Party (UNP) e lo Sri Lankan Freedom Party (SRFP), è stata la presidenza Rajapaksa (2005-2015) a sancire il vero ingresso della potenza asiatica nell’economia del Paese. Rajapaksa, uomo forte della politica locale, non a caso soprannominato dalla stampa “the friend of China”, ha dato assoluta priorità nell’agenda di governo all’attrazione di capitale cinese destinato agli investimenti infrastrutturali. Nel 2009, al termine di una guerra civile che ha visto contrapporsi il governo centrale e i separatisti Tamil del nord, Rajapaksa si è rivolto proprio all’Impero Celeste per cercare supporto diplomatico ed economico.
Nel 2011 la Cina si è impegnata nel finanziamento della costruzione del Teatro Nazionale per le Arti dello Spettacolo di Colombo, un progetto architettonico all’avanguardia, sagacemente mirato a incrementare il proprio soft power nella capitale. A partire dalla posa dell’ultima pietra, che siglava simbolicamente un nuovo corso per i rapporti economici tra i due Stati, Pechino ha investito più di 5 miliardi di dollari in progetti che comprendono strade a rapida percorrenza, porti, facilities elettriche e ferrovie.
Ad oggi il progetto più ambizioso coinvolge l’edificazione di circa 240 acri di terra emersa al largo della capitale Colombo. Si tratta del  Colombo Port City Project (CPC). Nel 2011 l’allora-presidente Mahinda Rajapaksa aveva annunciato la volontà da parte della propria amministrazione di costruire un intero nuovo distretto urbano su una lingua sabbiosa che si allunga nel mare a partire dal terminal container nel sud della città. La Cina, unico Paese nell’area a possedere non solo i fondi ma anche la volontà di impegnarsi in un progetto di tale portata, ha sino ad ora stanziato 1.4 miliardi di dollari. Nel 2014, al taglio del nastro di quello che sarà un hub destinato ad ospitare grattacieli, hotel di lusso e servizi finanziari, ha partecipato anche il presidente Xi Jinping, a dimostrazione del rinnovato impegno cinese per lo sviluppo dell’isola. Nonostante l’entusiasmo, i finanziamenti cinesi nascondono un elemento di criticità: i tassi di interesse a cui sono sottoposti sono estremamente elevati e potrebbero esporre la delicata economia dell’isola al rischio di insolvenza. Qualora le parti singalesi coinvolte nel progetto non riuscissero a onorare pienamente le proprie obbligazioni, la Cina potrebbe rivalersi, accrescendo pericolosamente il proprio potere contrattuale all’interno della relazione bilaterale. I prestiti cinesi hanno finora contribuito ampiamente all’innalzamento del debito pubblico singalese che, con i suoi 64 miliardi di dollari, si aggira intorno al 76% del PIL. La popolazione e i sindacati locali, nonostante abbiano salutato positivamente la promessa creazione di 85.000 nuovi posti di lavoro, iniziano a temere che si tratti di un’iniziativa fin troppo aggressiva per un’economia fragile come quella dello Sri Lanka.
Per comprendere meglio la logica che si cela dietro a questa copiosa pioggia di investimenti, rivolti ad un Paese apparentemente irrilevante sullo scacchiere geopolitico dell’Asia, occorre inserirla all’interno di un quadro più ampio: il progetto cinese “One Belt One Road”. L’antica isola di Ceylon è difatti una tappa chiave per le navi che si troveranno a percorrere la “New Maritime Silk Road”, un’ambiziosa rotta marittima che si estende dalle coste meridionali della Cina fino al Mediterraneo, toccando diversi stati del Subcontinente Indiano. I servizi logistici cinesi sulle coste dello Sri Lanka permetterebbero alle navi provenienti dal Myanmar e dal Bangladesh di circumnavigare l’India prima di giungere al porto di Gwadar nel Pakistan. Sarebbe altrimenti arduo per la flotta cinese trovare ospitalità sulle coste indiane, dal momento che il Paese è un diretto competitor di Pechino nel delicato equilibrio dell’Oceano Indiano.
New Delhi ha assunto negli anni un atteggiamento sempre più assertivo nei confronti del gigante orientale, preoccupata che la sua espansione in Asia Meridionale possa minare la propria rete di alleanze economiche e diplomatiche, tra cui quella con lo Sri Lanka. Ad irritare il governo indiano non è solamente il rischio che la Cina possa monitorare il passaggio delle proprie navi dal porto di Colombo, ma più in generale che l’estesa ingerenza orientale contribuisca ad allontanare sempre di più l’isola dal continente, con notevoli ripercussioni per la propria sicurezza. L’India, qualora lo Sri Lanka cadesse nell’orbita cinese, si ritroverebbe di fatto accerchiata su più fronti, dal momento che sia il Bangladesh che il Pakistan sono ormai diventati partner di prima importanza per la Repubblica Popolare.
Il premier Narendra Modi si è più volte dichiarato preoccupato per i legami sempre più profondi tra Pechino e Colombo, e ha ribadito l’impegno da parte della propria leadership ad onorare e approfondire i rapporti economici indo-singalesi. Recentemente è stato annunciato che il trattato di libero scambio attualmente in vigore verrà presto ampliato nell’Economic and Technology Cooperation Agreement (ETCA), volto a favorire la cooperazione tra il nord dell’isola e gli Stati indiani del Sud, tra cui il Kerala e l’Andhra Pradesh. Una delle questioni più spinose, su cui si sono consumate le tensioni tra i due giganti asiatici, ha coinvolto l’aeroporto Internazionale di Matara. Situato nel distretto dell’Hambantota, è stato costruito con 209 milioni di dollari, dei quali 190 in forma di prestito proveniente dalla Cina. L’infelice location, circondata da una fitta giungla e lontano da qualsiasi snodo vitale del Paese, ha fatto sì che l’investimento si rivelasse fallimentare. Nonostante ciò, nell’agosto di quest’anno l’India ha avanzato una proposta per l’acquisto del 70% delle quote azionarie per la gestione del complesso. Si tratta di una mossa coscientemente lontana da qualsiasi logica di profitto, mirata semplicemente a contrastare la presenza cinese nel sud dello Sri Lanka.
La diplomazia economica indiana è riuscita soltanto in un’occasione, e per un lasso di tempo relativamente breve, a scavalcare Pechino e garantirsi il posto d’onore all’interno dell’agenda per lo sviluppo economico singalese. Nel 2015 infatti, il sommovimento politico noto come “Rainbow Revolution” ha portato al potere Maitrhipala Sirisena, a cui era stato affidato il chiaro compito di rompere con l’eredità della leadership uscente. Cavalcando un crescente scetticismo popolare, il neo-eletto presidente Sirisena ha così proclamato, uno stop a tutti i progetti sottoscritti dall’amministrazione Rajapaksa in partnership con Pechino. Modi ha salutato felicemente questo cambio di rotta, annunciando che l’esito elettorale avrebbe segnato l’inizio di una “nuova età aurea di amicizia tra i due Paesi”. Tuttavia, nonostante i pomposi proclami, l’iniziativa si è rivelata povera di sostanza. L’anno successivo il governo dello Sri Lanka, a fronte dello scarseggiare di fonti alternative di capitale estero, è tornato in fretta sui suoi passi.  Il premier Wickramasinghe, al termine di una visita di quattro giorni a Pechino, ha infatti confermato la ripresa a pieno regime di tutti i progetti infrastrutturali precedentemente sottoscritti, compreso il controverso Colombo Port City.
L’India, un Paese ad oggi profondamente concentrato sulle riforme interne, difficilmente riuscirà a competere con una Cina che da anni tesse la propria tela e proietta la propria espansione economica in tutta l’Asia attraverso il progetto One Belt One Road. Per lo Sri Lanka si apre il nodo sovranità: se da un lato i fondi e la lungimiranza di Pechino in materia di infrastrutture saranno indispensabili per il progresso di un’isola che mira a diventare una nuova “tigre asiatica”, dall’altro la cessione di settori chiave della propria economia a potenze straniere rischia di far perdere gradualmente il controllo del proprio territorio. ll governo singalese, stretto tra i vincoli che lo legano all’India e la pesante influenza cinese, potrà sfruttare a proprio vantaggio questo delicato equilibrio solamente se sarà in grado di bilanciare il peso dei propri interlocutori, senza sottomettere l’identità e l’interesse nazionale alla mera logica economica.