21 APRILE 2017
Geopolitical Weekly n.256
DI Monica Esposito

Egitto

Lo scorso 18 aprile, un uomo armato ha attaccato un checkpoint della polizia a 800 metri dall'entrata del Monastero di Santa Caterina, nel sud del Sinai, uccidendo almeno un agente e ferendone altri quattro. Il Monastero è uno dei siti religiosi più importanti del Paese per la minoranza cristiano-coopta, nonché uno dei più antichi al mondo, pertanto patrimonio dell'UNESCO. L'attacco è stato rivendicato dal gruppo jihadista Wilayat Sinai (Provincia del Sinai), organizzazione affiliata allo Stato Islamico (IS o Daesh). Attivo nella penisola dal 2011 sotto il nome di Ansar al-Beit al-Maqdis (ABM), il gruppo jihadista ha effettuato nel 2014 il bayat (giuramento) allo Stato Islamico, assumendo l'attuale denominazione e rendendo difatti il Sinai una delle regioni più turbolente del Paese. La campagna terroristica di Wilayat Sinai si è intensificata negli ultimi mesi, prendendo di mira sia le forze dell'Esercito egiziano, come è accaduto il 9 Gennaio scorso quando i miliziani del gruppo jihadista hanno attaccato un posto di blocco nella città di el-Arish, nel Nord del Sinai, sia la minoranza cristiana. A febbraio, infatti, una serie di attacchi perpetrati da affiliati a Wilayat Sinai contro esponenti della minoranza cristiana ha costretto molti cittadini di el-Arish a scappare e a cercare rifugio nella Chiesa Evangelica di Ismailyia, cittadina sita sul Canale di Suez. Di recente, il raggio d'azione del gruppo jihadista si è esteso anche oltre la Penisola del Sinai. Solo il 9 aprile scorso, il giorno della Domenica delle Palme, due attacchi suicidi hanno colpito, a qualche ora di distanza l'uno dall'altro, prima la Chiesa di San Giorgio nella città di Tanta, a Nord del Cairo, poi la Cattedrale di San Marco ad Alessandria d'Egitto, uccidendo in totale 45 persone. All'indomani del duplice attentato, il Presidente egiziano, il Generale Abd al-Fattah al-Sisi, ha proclamato lo stato di emergenza di tre mesi e ordinato il dispiegamento dell'Esercito in tutte le zone sensibili del Paese, al fine anche di proteggere la minoranza cristiana. L'attacco al Monastero di Santa Caterina manifesta, dunque, come le azioni del governo risultino tutt’ora inefficaci per neutralizzare la minaccia jihadista e ripristinare l’ordine nel Paese.

 

Francia

La sera del 20 aprile, a Parigi, un uomo armato di kalashnikov, dopo aver parcheggiato la sua auto a poca distanza da un veicolo della polizia sugli Champs Elysées, ha aperto il fuoco contro gli agenti della polizia che si trovavano sul posto, uccidendone uno e ferendone altri due. L'attentatore è stato poi ucciso mentre cercava di scappare. L'attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico (IS o Daesh). Il responsabile, che lo stesso Stato Islamico ha comunicato essere Abu Yusuf al-Beljiki, avrebbe 39 anni e potrebbe essere francese o belga. Apparentemente già conosciuto alle autorità francesi, era già stato condannato nel febbraio del 2005 a 15 anni di prigione per diversi tentati omicidi anche nei confronti delle forze di polizia. L'accaduto si inserisce in un contesto già particolarmente teso in Francia, dove ancora vige lo stato di emergenza dopo la sequenza di attacchi terroristici che ha colpito il Paese a partire dal gennaio 2015, con l'attacco alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a cui sono seguiti la strage del Bataclan, nel novembre dello stesso anno, e l'attentato a Nizza nel luglio 2016. Inoltre, l’attacco rischia di influenzare la campagna elettorale presidenziale francese, prossima alla conclusione in vista del primo turno (23 aprile) e i cui toni sono stati particolarmente accesi proprio in virtù della situazione securitaria e sociale del Paese. Nello specifico, i fatti di Parigi potrebbero favorire il partito ultra-conservatore del Front Nationale (FN), guidato da Marine Le Pen e sostenitore di una linea politica sovranista e particolarmente dura nei confronti della comunità musulmana francese e delle politiche di integrazione ed accoglienza dei migranti. 

 

Iran

Il 20 aprile, il Consiglio dei Guardiani, organo costituzionale della Repubblica Islamica incaricato di approvare le liste dei candidati alle elezioni, ha comunicato i nomi dei concorrenti autorizzati a presentarsi alle prossime presidenziali, che si terranno il 19 maggio. La campagna elettorale, che sarebbe dovuta iniziare il 28 aprile, potrebbe essere anticipata di qualche giorno. Dalla rosa di candidati prescelti è stato escluso l'ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad. La Guida Suprema Ali Khamenei, vertice istituzionale del Paese, aveva già suggerito ad Ahmadinejad di non presentare la propria candidatura, alla luce del caos in cui era caduto il Paese dopo la sua controversa ri-elezione nel 2009. La squalifica di Ahmadinejad, dunque, giunge come notizia piuttosto attesa e fornisce una conferma non solo dell’alta considerazione con cui il Consiglio dei Guardiani presta ascolto alle indicazione della Guida Suprema, ma anche del legame tra quest’ultima e l’organo collegiale. Inoltre, l'uscita di scena dell'ex Presidente lascia che la partita politica venga giocata tra tre candidati principali. In primis, l'attuale Presidente Hassan Rouhani, eletto nel 2013, candidato di punta per il fronte pragmatista, ma sul quale è destinata a convergere anche buona parte del voto riformista. In corsa per il secondo mandato, sul consenso che raccoglierà l’attuale peserà inevitabilmente la valutazione dell’operato del governo in questi quattro anni, segnato dalla firma dell'accordo nucleare nel 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), da una parte, e dalla difficile situazione economica, dall'altra. Rispetto a quanto auspicato da Rouhani in occasione della firma del JCPOA, infatti, i risultati sulle condizioni di benessere interne al Paese derivanti dall’implementazione dell’accordo non sono ancora quelli sperati. Dal fronte conservatore emergono, invece, Ebrahim Raisi, fortemente sostenuto da Kahmenei, ex giudice e, dall'anno scorso, a capo della fondazione religiosa multimiliardaria, Astan Quds Razavi, che gestisce il mausoleo dell'Imam Reza, e Mahammed Bager Qalibaf, attualmente sindaco di Teheran, che era arrivato secondo alle elezioni presidenziali del 2013. Per Rouhani, dunque, le elezioni presidenziali rappresentano una conferma o meno del suo operato. I due candidati del fronte conservatore, invece, dovranno decidere se fare fronte comune oppure concorrere uno contro l'altro, indebolendo probabilmente le loro opportunità di vittoria.

 

Somalia

Il 15 aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di un contingente di 40 soldati della 101st Airborne Division, un'unità di fanteria leggera elitrasportata, in Somalia al fine di addestrare l'Esercito Nazionale Somalo (SNA) e la missione AMISOM (African Union Mission in Somalia) per migliorare le loro capacità nella lotta contro al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda e attivo nel Paese dal 2006. Si tratta del primo dispiegamento di truppe statunitensi in Somalia dal 1993 (missione “Restore Hope”). I militari degli Stati Uniti avevano abbandonato il Paese e la missione in questione dopo il disastroso esito della Battaglia di Mogadiscio (2-4 ottobre 1993), quando il fallimento dell’operazione Gothic Serpent, mirante a neutralizzare l’allora auto-proclamato Presidente somalo Mohammed Farrah Aidid, e l’inaspettata resistenza delle milizie claniche avevano causato la morte di 18 membri della cosiddetta TASK Force Rangers. Nel quadro di un maggiore coinvolgimento militare statunitense in Somalia, proprio lo scorso 29 marzo, il Presidente Donald Trump ha firmato una direttiva che modifica le regole d’ingaggio per la conduzione di bombardamenti aerei nel Paese. Nel dettaglio, la direttiva offre una maggiore autonomia decisionale a Comando delle Forze Statunitensi in Africa (AFRICOM) ed autorizza la conduzione di attacchi aerei contro obbiettivi di al-Shabaab (individui e infrastrutture) anche in assenza di una diretta minaccia a personale o interessi americani e, soprattutto, anche in aree con presenza di civili. Si tratta di un cambiamento sensibile rispetto al recente passato, quando l’Amministrazione Obama aveva autorizzato l’impiego della forza aerea soltanto in supporto ad operazioni contro-terrorismo di AMISOM o dello SNA, in caso di minaccia diretta a personale o interessi statunitensi e soprattutto in aree libere da civili. L'intervento statunitense è stato accolto in maniera particolarmente favorevole dal governo somalo, soprattutto in previsione del ritiro di tutte le forze della missione dell'Unione Africana a partire dal 2018 ed entro la fine del 2020. Per il Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo", infatti, la resilienza di al-Shabaab è diventata uno dei maggiori ostacoli al processo di normalizzazione del Paese. Nonostante l'AMISOM dal 2011 abbia espulso al-Shabaab dalla capitale Mogadiscio e lo abbia privato di importanti avamposti, il gruppo jihadista continua a condurre una perdurante campagna terroristica che si è intensificata soprattutto all'indomani dell'elezione presidenziale, lo scorso 8 febbraio. Il Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, proprio la settimana scorsa, ha annunciato di voler condurre un'azione di contro-terrorismo più efficace nei confronti di al-Shabaab e l'intervento americano potrebbe essere, quindi, funzionale all'implementazione di questa strategia.

 

Turchia  

Lo scorso 16 aprile, si è tenuto il referendum per la modifica di 18 articoli della Costituzione e la conseguente trasformazione dell’ordinamento statale da Repubblica Parlamentare a Repubblica Presidenziale. Il fronte favorevole al cambiamento, formato dal Partito per la Giustizia e Sviluppo (AKP), formazione islamista conservatrice al potere dal 2002, e dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP), organizzazione ultra-nazionalista, ha vinto con il 51.4% dei consensi. Notevole il dato dell’affluenza (85%), a testimonianza della cospicua partecipazione popolare. Le modifiche più significative introdotte dagli emendamenti proposte sono l’attribuzione di notevoli poteri esecutivi al Presidente della Repubblica, che diviene capo del Governo, e la conseguente abolizione della figura del Primo Ministro. Il Presidente, eletto ogni cinque anni in concomitanza con le elezioni politiche, potrà essere contestualmente il leader di un partito, avrà il potere di nominare e revocare i Ministri, potrà emanare decreti aventi forza di legge, potrà nominare quattro dei 13 componenti del Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (tra i quali ci sono il Ministro della Giustizia e il sottosegretario, entrambi scelti dallo stesso Presidente). Inoltre, la riforma costituzionale fissa a due il limite massimo di mandati presidenziali, dispone l’aumento dei parlamentari da 550 a 600 e decreta la maggioranza semplice dell’Assemblea legislativa quale quorum minimo per avviare la procedura di messa in stato d’accusa per il Capo dello Stato. Le riforme entreranno ufficialmente in vigore nel 2019, in occasione delle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Appare evidente come una simile riforma delinea la creazione di un presidenzialismo molto forte, privo di un adeguato meccanismo di check and balances per il controllo e la limitazione dei poteri del Capo dello Stato. L’approvazione referendaria degli emendamenti costituzionali rappresenta la più grande vittoria politica dell’attuale Presidente Erdogan, deciso a candidarsi alle prossime elezioni e restare a guidare il Paese fino al 2029. Tuttavia, la non trascurabile consistenza del risultato ottenuto dal fronte contrario alla riforma (48,6%), formato dai kemalisti del Partito Repubblicano (CHP) e dei filo-curdi del Partito Democratico del Popolo (HDP), e la sua distribuzione geografica (Istanbul, Smirne, Ankara, la costa egea e la Turchia europea), permettono di comprendere la polarizzazione dello scenario politico turco e la forte tensione sociale verso il preoccupante rafforzamento del potere personale di Erdogan. A testimonianza del rischio di trasformazione della Turchia in un regime personalistico a forti tinte autoritarie c’è stata la conduzione stessa della campagna elettorale, giudicata iniqua e favorevole ai partiti di governo da numerose organizzazioni internazionali, e il sospetto di pesanti brogli. Le prime dichiarazioni di Erdogan, orientate verso il rinnovo dello stato d’emergenza e verso la probabile indizione di un nuovo referendum sul ripristino della pena di morte, hanno decisamente preoccupato i partner europei e atlantici di Ankara, che ormai temono una deriva autoritaria da parte del Presidente turco e l’ulteriore adozione di una linea di politica estera anti-europea e decisamente lontana dalle consuetudini e dagli obiettivi atlantici.