23 GENNAIO 2017
L’Angola nell’era dos Santos: contraddizioni, sfide e prospettive
DI Elisa Sguaitamatti

A 14 anni dalla fine della guerra civile, l’Angola è divenuta la terza economia del Continente Africano e uno degli Stati a più rapida crescita e promettenti dell’Africa subsahariana in virtù della sua abbondanza di risorse quali petrolio e diamanti. Alla guida del Paese dal 1979, José Eduardo dos Santos è il secondo Presidente africano più longevo per permanenza in carica.
Tuttavia, lo scorso marzo in una riunione del Partito MPLA (Movimento Popular de Libertaçao de Angola) a cui appartiene, dos Santos, Capo dello Stato, del Governo e delle Forze Armate, ha annunciato il suo abbandono della vita politica nel 2018, dichiarando di rinunciare volontariamente alla sua carica a vita. Questo evento segnerebbe la fine di un’epoca e di una Presidenza che ha basato la sua longevità su 3 fattori: le promesse di pace e prosperità dopo la guerra civile (1975-2002); le rendite petrolifere che hanno agevolato il Presidente e una sua cerchia ristretta e il respingimento di tutte le opposizioni.
L’Angola è formalmente una Repubblica presidenziale e una democrazia multipartitica che rispetta la divisione dei poteri ma è conosciuta anche per le sue peculiarità e contraddizioni. Il sistema politico si fonda sulla coesistenza di meccanismi formali delle istituzioni ufficiali (l’Assemblea Nazionale e i Ministeri del Governo) e di meccanismi informali che perseguono la ricerca della rendita. Nel corso del tempo, le pratiche informali hanno assunto diverse forme: clientelismo, neo-patrimonialismo, corruzione e nepotismo. Il Presidente è accusato di aver creato e gestito un network di persone che si sono arricchite utilizzando denaro pubblico per scopi privati. Infatti, la redistribuzione della ricchezza petrolifera, nonostante i grandi investimenti infrastrutturali e il sensibile miglioramento degli standard di vita medi della popolazione, è anche avvenuta in maniera non equilibrata, privilegiando una piccola élite, soprattutto membri della famiglia presidenziale. I figli di dos Santos, dopo investimenti privati, sono diventati imprenditori di molte aziende che prima erano gestite dallo Stato: Welwitschia José dos Santos insieme al fratello José Paulino dos Santos amministrano due compagnie di comunicazione e uno dei canali nazionali. Isabel dos Santos, la prima donna miliardaria d’Africa, è un’imprenditrice che ha a disposizione un portafoglio azionario considerevole con cui ha acquistato imprese di telecomunicazione, energetiche e banche in Portogallo. Sindika Dokolo, marito di Isabel, è un imprenditore che gestisce la Triennale di Luanda e altri eventi di arte contemporanea. Infine, il figlio José Filomeno dos Santos è stato nominato direttore del Fondo Sovrano d’Angola. In questo quadro ha giocato un ruolo cruciale la complicità della compagnia petrolifera nazionale SONANGOL (Sociedade Nacional de Combustíveis de Angola), braccio finanziario del governo e unico interlocutore con gli investitori privati e le multinazionali straniere. Manuel Vicente, fedelissimo dell’MPLA, ex amministratore di SONANGOL e attuale Vicepresidente, per anni ha assecondato il sistema di reti informali voluto da dos Santos. Nonostante queste azioni siano rimaste impunite, la prova dei dirottamenti petroliferi è data dal fatto che milioni di dollari non hanno mai raggiunto le casse dello Stato e sono assenti dai registri ufficiali di cui SONANGOL è responsabile. Un aspetto, quest’ultimo, al centro di indagini da parte degli enti inquirenti nazionali. Invece, in Portogallo il Vicepresidente è attualmente indagato per riciclaggio di denaro e frode in seguito ad affari opachi conclusi da alcune compagnie angolane.
A fronte dell’eventuale abbandono del Presidente, appare interessante analizzare come potrebbe svilupparsi il meccanismo di transizione politica. Infatti, senza una linea di successione prestabilita, una sua improvvisa uscita di scena potrebbe causare lotte di potere interne all’MPLA e instabilità nel Paese. Al momento, un candidato papabile potrebbe essere Manuel Vicente in quanto uomo fidato, volto dell’economia petrolifera dalla pluridecennale esperienza, rispettato da clienti e istituzioni internazionali. In molte occasioni ha fatto le veci di dos Santos in patria e ha promosso le attività di SONANGOL all’estero. In alternativa, l’eredità politica potrebbe passare a José Filomeno dos Santos, figlio del Presidente e direttore del Fondo Sovrano d’Angola mediante una successione “dinastica” che mantenga il potere in famiglia. In questo senso, l’obbiettivo del Presidente dos Santos è presentare il figlio come un gestore affidabile ed esperto nell’amministrazione delle ricchezze nazionali. Tuttavia, a differenza del passato, dos Santos ha specificato l’anno del suo ritiro dalla vita politica. Se la promessa non fosse mantenuta scatenerebbe il malcontento di un intero popolo che attende con impazienza il rinnovamento istituzionale.
Una importante variabile da valutare nell’analisi dei possibili sviluppi politici angolani è costituita dalla tenuta dell’economia. Infatti, Luanda, il secondo esportatore di greggio dell’Africa subsahariana dopo la Nigeria, si trova in una crisi finanziaria in seguito al crollo del prezzo internazionale del petrolio. L’oro nero rappresenta il 45% del PIL, il 90% delle esportazioni e quasi l’80% del gettito fiscale. Da qui si evince l’eccessiva dipendenza e vulnerabilità agli shock esterni dell’economia petrolifera che ora deve fare i conti con il dimezzamento delle entrate e del budget nazionale. Per salvare i conti pubblici, il Governo, insieme al Vicepresidente della Banca Centrale Angolana, ha chiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Per ottenere gli aiuti, però, lo Stato dovrà adottare misure difficili in breve tempo: tagli alla spesa, riforma del sistema fiscale e stimolo della crescita del settore privato.
Inoltre, il governo di Luanda dovrà continuare a confrontarsi con le istanze indipendentiste dell’enclave di Cabinda, una striscia di terra ricchissima di giacimenti petroliferi fisicamente separata dal resto dell’Angola, ma annessa come provincia fin dal 1975. I separatisti del movimento FLEC (Frente para a Libertaçao do Enclave de Cabinda) chiedono da anni l’emancipazione dal governo centrale che, a detta loro, opera una svendita delle ricchezze nazionali. Decenni di dispute sulla corretta amministrazione dei pozzi petroliferi appaiono di difficile soluzione per mancanza di dialogo tra le parti e repressione da parte delle autorità governative.
Per quanto riguarda la politica estera, l’Angola ha adottato una strategia di diversificazione delle relazioni, rinnovando la propria immagine sul palcoscenico internazionale e assicurandosi più rilevanza e visibilità. La relazione con più successo ma anche la più complessa è quella con la Repubblica Popolare Cinese. Dal 2004 è stata formalizzata una collaborazione in cui la Cina predilige trattative bilaterali dirette con il Governo angolano senza imporre vincoli o ingerire nei suoi affari interni. La potenza cinese ha adottato un approccio multi-vettoriale che comprende aiuti, commercio e investimenti. L’Angola è divenuta il suo primo partner commerciale in Africa, dapprima grazie a una cooperazione su difesa e sicurezza poi con legami economici particolari. Si tratta del cosiddetto Angola Mode o “risorse per infrastrutture”: la Cina eroga prestiti di miliardi di dollari mediate linee di credito e riceve in cambio carichi di petrolio, gli oil-backed loans. Questa modalità ha permesso alle imprese cinesi di occuparsi della ricostruzione post-bellica delle infrastrutture di cui l’Angola necessitava dopo il 2002. Nel sistema delle linee di credito sono comprese anche altre forme di assistenza: imprenditori cinesi che trasferiscono dalla madrepatria know-how, tecnologia, manodopera, materiali e operai che svolgono il proprio lavoro spesso sfruttati e sottopagati. In cambio di questa assistenza omnicomprensiva, la Cina ha guadagnato l’accesso ai mercati africani introducendo prodotti a basso costo che hanno parzialmente danneggiato l’economia locale. Invece, nel settore estrattivo non mancano relazioni opache che coinvolgono SONANGOL e la cinese Sinopec (China Petroleum & Chemical Corporation). Da queste collaborazioni sono nate alcune società come China Sonangol International Holding Limited, China Sonangol Petroleum Company e China Sonangol. L’obiettivo comune delle compagnie è ottenere sempre più giacimenti redditizi per garantire la sicurezza energetica futura della Cina. Nel 2015, però, dos Santos si è recato più volte a Pechino in visita ufficiale per estendere gli accordi di cooperazione anche al settore non estrattivo.
L’attuale crisi economico-finanziaria dovrebbe spingere l’Angola ad affrontare alcuni problemi irrisolti tra cui le riforme strutturali politico-economiche per creare un sistema di check and balances che obblighi alla trasparenza e alla responsabilità e la diversificazione produttiva per investire sul potenziale agricolo riducendo la dipendenza da petrolio. La sfida più grande, però, rimane quella di operare un’equa redistribuzione delle risorse al fine di garantire prosperità a tutti i cittadini. Il fattore determinante sarà la volontà politica di operare una svolta concreta mettendo fine ai privilegi. Ad oggi, è ancora difficile stabilire se il futuro leader sarà il fautore di questa trasformazione del Paese tanto attesa dal popolo angolano.