19 OTTOBRE 2016
Le recenti diserzioni in Corea del Nord e il possibile impatto sul regime di Kim Jong-Un
DI Ruggero Balletta

 

Il 17 agosto del 2016 i media sudcoreani hanno diffuso, la notizia che il vice ambasciatore nordcoreano a Londra, Thae Yong-ho, aveva disertato il regime di Kim Jong-un e che si trovava sotto la protezione del governo di Seul. Thae è sempre stato descritto come un membro dell’élite amministrativa e politica della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RDPC), e considerato dai suoi colleghi stranieri un capace agente diplomatico. La fuga di Thae rappresenta il primo caso in assoluto in cui a disertare il regime comunista della RDPC sia stato uno dei suoi ufficiali di maggior rilievo, e porta con sé una serie di domande sulla tenuta interna del regime della famiglia Kim. Thae, infatti, potrebbe essere fonte di informazioni dal valore inestimabile sul regime di Kim Jong-un, in particolare sull’umore e sulle sensazioni del resto dell’élite nordcoreana e sul destino di molti membri del governo che sono scomparsi dalla vita pubblica negli ultimi 5 anni.

Fin dalla divisione della penisola in seguito alla Guerra di Corea (1950-1953), alcuni nordcoreani sono riusciti a disertare il regime della RDPC per ragioni politiche, ideologiche, religiose, economiche o personali. A partire dagli anni ’90, a causa di una grave carestia, si è assistito ad un aumento dei disertori, in particolare delle donne, verso la Corea del Sud, la Cina, il Vietnam e la Thailandia.

Al momento si stima che a partire dal 1953 circa 300.000 coreani del nord abbiano disertato il regime e siano fuggiti, di questi circa 27.000 hanno richiesto asilo in Corea del Sud. Secondo uno studio del governo sudcoreano la maggioranza dei disertori a cui è stato dato asilo da Seoul (70%), è rappresentata da donne. Nel nucleo familiare nordcoreano medio sono le donne a provvedere al sostegno economico della famiglia, lavorando in fabbrica o nei campi. Di conseguenza sono più consce, rispetto agli uomini, delle conseguenze della crisi economica che sta attraversando lo Stato nordcoreano a causa delle sanzioni. Sono quindi più propense alla fuga, con l’obiettivo di trovare un lavoro più remunerativo all’estero e inviare in qualche modo parte dei guadagni alla famiglia rimasta in patria. Di contro gli uomini, prevalentemente impiegati nelle Forze Armate, hanno la tendenza a fuggire per cause politiche o ideologiche piuttosto che economiche.

Il percorso per scappare dalla Corea del Nord è estremamente complesso e insidioso. Solitamente i fuggitivi cercano di attraversare il confine con la Cina nel nordest, in particolare nelle province cinesi di Jilin e Liaoning, per poi trasferirsi in un Paese terzo. L’attraversamento del confine è possibile grazie ai cosiddetti escape brokers. Si tratta di individui, spesso criminali, che in cambio di forti somme di denaro, si occupano di corrompere le guardie di frontiera di entrambi gli Stati e di condurre i fuggitivi verso la Mongolia, il Laos, la Thailandia o il Vietnam, dove in seguito potranno richiedere asilo al consolato della Corea del Sud. Alcuni di questi brokers sequestrano i fuggitivi, in particolare le donne, e le avviano alla schiavitù sessuale nelle zone più remote della Cina. Gli abusi, talvolta, cominciano già nelle così dette safe houses di confine in cui vengono nascosti i disertori appena varcata la frontiera con la Nord Corea. Coloro che invece scelgono di tentare la fuga senza affidarsi a terzi, spesso valicano il confine nelle zone montuose meno controllate, per poi cercare di confondersi con i cinesi di etnia coreana che vivono nei pressi del confine, con il rischio però, almeno fino ad ora, di essere deportati dalle autorità di Pechino.

Le pene per i disertori sono severissime. Si varia dalla pena capitale all’ergastolo nei campi di lavoro, all’aborto forzato per le donne trovate incinte, all’uccisione dei figli avuti con le nuove famiglie cinesi per “proteggere la purezza del sangue nordcoreano”. Le colonie penali più note sono il Kaechon Internment Camp e lo Yodok Concentration Camp, entrambe destinate a prigionieri politici e all’interno delle quali vengono comminate pene contrarie al diritto internazionale umanitario e ai diritti umani.

Se negli ultimi quindici anni la maggior parte dei fguggitivi proveniva dal ceto medio-basso della popolazione, il 2016 è stato caratterizzato da alcune diserzioni di funzionari statali di alto rango, soprattutto fra i diplomatici e fra i funzionari del Ministero della Sicurezza di Stato (MSS) che si occupavano del controllo dei lavoratori nordcoreani all’estero. Infatti, una ristretta cerchia di cittadini nordcoreani, preventivamente controllati e di provata fedeltà al regime, viene inviata all’estero dalla RDPC per lavorare in aziende o attività commerciali gestite dallo Stato. Ufficialmente a questi lavoratori viene spiegato che si tratta di attività necessarie a finanziare una sorta di fondo rivoluzionario, principale risorsa di finanziamento e investimento per l’economia socialista e indispensabile per trovare respiro dalla morsa stringente delle sanzioni imposte dalla Comunità Internazionale. Le attività legali degli impiegati all’estero avvengono attraverso il Daesong Group una azienda statalizzata che opera nel settore della vendita di pietre preziose, ginseng, nonché gestione di una catena di ristoranti e hotel di tradizione nordcoreana. Della gestione di questa società e dei relativi impiegati si occupa l’Office 39, una agenzia del governo nordcoreano creata per generare un ingresso di valuta estera pregiata nell’economia nazionale. Sconosciuta alla Comunità Internazionale fino al 2014, questa delicata sezione dell’apparato nordoreano è stata resa nota dalla testimonianza di Choi Kun-chol, primo membro di spicco del mondo finanziario nordcoreano a disertare due anni fa. Secondo il suo racconto l’Ufficio è stato creato all’inizio degli anni ’70 da Kim Jong-il per garantirsi l’ingresso di beni di lusso nel Paese e al momento è utilizzato da Kim Jong-un per assicurare comodità e lussi alla cerchia più stretta di ufficiali del regime e ai loro familiari. Per evitare diserzioni da parte dei lavori all’estero, all’interno di ogni gruppo viene posto un agente dell’MSS che si occupa di sorvegliarli costantemente e di sequestrare i loro passaporti appena giunti nel Paese estero di assegnazione.

In seguito alle rivelazioni di Choi, è venuto alla luce che l’Office 39 si occupa anche della gestione di una sorta di economia illegale e parallela, indispensabile al rgime per poter trovare respiro dalle disposizioni sanzionatorio imposte contro Pyongyang. Tali attività comprendono: l’impiego di operai in Russia, Africa e Medio Oriente (soprattutto in Qatar), costretti a lavorare all’estero sotto il controllo di funzionari dell’MSS; la contraffazione di valuta estera (in particolare si ricorda il caso del superdollaro: la banconota da cento dollari creata dai falsari nordcoreani che risultava tecnicamente stampata meglio dell’originale); il traffico di armi e droga; la truffa assicurativa e l’esportazione clandestina di oro e altri minerali sottoposti a embargo.

L’Office 39, fino al 2013, era al centro dei rapporti fra Pechino e Pyongyang. Infatti è attraverso questo ufficio e i suoi funzionari all’estero che la Cina sia riuscita a tenere un canale aperto verso la RDPC per l’esportazione di alcuni beni sottoposti a embargo dalle sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’ufficiale di collegamento con il governo cinese all’interno dell’Office 39 fino al 2013 pare fosse Chang Sung-taek, zio di Kim Jong-un e direttore dell’Ufficio. A seguito della rinnovata, e più aggressiva, politica nucleare del regime, i rapporti con la Cina si sono via via sempre più raffreddati, fino ad arrivare, alla supposta interruzione del flusso di denaro e beni che dall’Office 39 entrava in Corea del Nord. Con questa azione il governo di Pechino potrebbe aver cercato di mettere sotto pressione Kim Jong-un, dando un chiaro segnale del proprio malcontento per il comportamento del leader nordcoreano sulla questione del nucleare. In seguito a questi eventi Chang Sung-taek, ritenuto da Kim Jong-il responsabile dell’interruzione dei lavori dell’Office 39, è stato giustiziato con l’accusa ufficiale di aver ordito un colpo di stato ai danni del leader nordcoreano. In questo modo Kim ha eliminato l’ufficiale di collegamento fra Pechino e Pyongyang, dimostrando la volontà di proseguire con la propria politica di proliferazione nucleare, andando in palese contrasto il suo alleato più potente.

Iniziato con l’esecuzione di Chang, dunque, il deterioramento dei rapporti tra Pechino e Pyongyang sembra essersi ulteriormente acuito in seguito ai test nucleari e balistici condotti dalla Corea del Nord a gennaio e settembre. A dimostrazione di ciò non appare casuale che ad aprile la polizia di frontiera cinese abbia lasciato attraversare a 13 lavoratori nordcoreani il confine con la Thailandia, senza procedere con le procedure di rimpatrio effettuate in passato. Gli accordi fino ad ora vigenti fra Cina e Corea del Nord prevedrebbero il rimpatrio di qualsiasi cittadino nordcoreano che, non autorizzato, provi a lasciare il Paese. Eppure in questo caso il governo di Pechino sembra aver allentato il controllo, favorendo la fuga di quelli che si sono rivelati poi essere disertori del regime nordcoreano, senza avvisare le autorità di Pyongyang. Da sottolineare è anche il fatto che i nordcoreani si sarebbero presentati alla frontiera con la Thailandia in possesso di documenti validi, documenti che solitamente sono sequestrati dall’MSS. Ciò porta a due possibili conclusioni. In primis che la Cina, esasperata dalle provocazioni di Kim Jong-Un, stia, di fatto, mandando un chiaro messaggio a Pyongyang della crescente indisponibilità del governo di Pechino di prendere le parti dello scomodo vicino di fronte alla Comunità Internazionale.

Resta da considerare che potrebbe non essere casuale che, da quando i rapporti fra Cina e RDPC si sono raffreddati, la tipologia dei disertori sia cambiata, coinvolgendo anche membri di spicco dell’élite nordcoreana e non solo cittadini comuni. I membri più coinvolti nella gestione politica ed economica del Paese, in particolare quelli in contatto con l’estero, potrebbero aver capito come il regime dei Kim stia vivendo uno dei suoi momenti di maggiore isolamento e di potenziale instabilità, e quindi le loro diserzioni potrebbero essere le prime crepe nella tenuta stagna della repressione nordcoreana.

Inoltre, la partecipazione cinese alle rinnovate sanzioni economiche nei confronti della Corea del Nord è stata l’ennesima dura presa di posizione nei confronti del regime di Kim Jong-un, dato l’attuale partecipazione cinese alle sanzioni ha bloccato le spedizioni di arei militari, carburante per razzi, armi e ha ristretto tutti gli introiti del regime non legati a scopi umanitari.

L’interruzione di fatto di quasi tutti i rapporti diplomatici, economici e militari fra la Corea del Nord e la comunità internazionale sono un chiaro segno di quanto il regime di Kim Jong-un abbia raggiunto il colmo della sopportazione anche dei suoi alleati. Nonostante il raffreddamento dei rapporti e l’evidente esasperazione del governo di Pechino, appare realisticamente poco probabile che il governo cinese sia disposto ad accettare un eventuale crollo del regime di Pyongyang. Pechino infatti non può permettersi in nessun caso il crollo del regime. L’eventualità che a seguito del crollo la Corea del Sud incorpori il Nord, i suoi uomini, mezzi e armi non potrebbe essere mai accettata da Pechino, che si troverebbe una situazione estremamente complessa e con le truppe americane praticamente stazionate al confine. Da un altro punto di osservazione la proliferazione nucleare nordcoreana ha portato ad un riarmo molto pesante da parte delle potenze regionali, che potrebbero risultare di fatto anche una minaccia per il governo cinese.

Il Presidente cinese Xi Jinping ha spesso mostrato poca considerazione per Kim Jong-un da quando il leader nordcoreano è al potere non è mai stato invitato ufficialmente a fare visita al governo cinese e il Presidente cinese ha autorizzato soltanto sporadici contatti tra funzionari cinesi e il governo di Pyongyang.

L’ipotesi più valida al momento è che il governo di Xi Jinping cerchi di riguadagnare una entratura nel regime nordcoreano, dato che dopo l’esecuzione di Chang Sung-taek ha perso la sua figura di collegamento con l’élite del regime. In questo modo Pechino si assicurerebbe la possibilità di cercare di influenzare dall’interno alcune politiche del regime di Pyongyang o quantomeno avrebbe la possibilità di avere notizie certe e sicure sulle intenzioni di Kim Jong-un, definendo poi di conseguenza le sue politiche nei confronti del regime nordcoreano.